Ilan Pappe - Disarmare Israele.

Znet

The Spirit of Resistance Lives

28 luglio 2009 

“Disarmare Israele”

  Un’Utopia o un’ Idea per la Pace
  di Ilan Pappe
 

[Contributo al Progetto Reinventare una Società ospitato da Z Communications] 

Ogniqualvolta i politici israeliani accennano alla possibilità  che si costituisca uno stato palestinese indipendente, essi danno per scontato che i loro interlocutori sono in grado di comprendere che il futuro stato dovrebbe essere disarmato e smilitarizzato, per ottenere il consenso israeliano alla sua esistenza. Di recente, questa premessa era stata rammentata dall’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu in risposta all’idea dei due stati che il Presidente Barak Obama, aveva annunciato al mondo, in modo generico, durante il  discorso tenuto al Cairo nel giugno di quest’anno. Netanyahu  aveva posto questa condizione preliminare prima di tutto per uso interno: chiunque ha fatto riferimento nel passato alla creazione di uno stato indipendente accanto ad Israele, come pure chiunque lo fa oggigiorno in Israele, si auspica che ci sia una Israele completamente armata accanto ad una Palestina totalmente disarmata. Ma c’era un altro motivo sul perché Netanyahu aveva insistito tanto sulla smilitarizzazione della Palestina quasi fosse una condizione sine qua non: egli sapeva benissimo che non c’era pericolo che neppure il leader palestinese più moderato avrebbe potuto accettare un  avvertimento di tal genere da parte della forza militare più potente di tutto il Medio Oriente.

 

In Israele, come in Occidente, la percezione di una Palestina smilitarizzata fa parte di uno scenario accettato e fattibile, mentre una pace basata anche sulla smilitarizzazione di Israele sarebbe considerata completamente insensata ed inutile, davvero inimmaginabile. Questa disparità nel concepire gli attributi di uno stato fa parte di un ben più grande divario nella capacità percettiva  al riguardo della comunità internazionale  e del suo atteggiamento nei confronti di Israele e della Palestina. 

La maggior parte degli israeliani considererebbero pura follia prevedere un futuro nel quale l’esercito non venisse ad assumere un ruolo dominante e supremo nei confronti delle loro vite. E’ quindi con giusta ragione che gli studiosi considerano Israele non come uno stato con un esercito, bensì come un esercito con uno stato. Nei lavori di alcuni sociologi israeliani, critici coraggiosi, il loro stato si presenta come un caso importante per lo studio di  una società  militarizzata dei giorni nostri;  nella quale cioè l’esercito influenza profondamente  ogni ambito della vita. [i] Immaginare un Israele non soggetto a questa influenza è più di un’idea utopica, è di fatto uno scopo nel contesto del momento. 

Eppure, a lungo termine la smilitarizzazione di entrambi, di Israele e della Palestina, può essere l’unica via in grado di garantire una vita normale a tutti coloro che vi vivono, come pure a tutti coloro che vi dovrebbero vivere, cioè di quei milioni di rifugiati palestinesi che vennero cacciati dalla loro patria nel 1948 e anche dopo di allora.  Ma questo articolo ha lo scopo di estendere il senso del verbo disarmare per giungere fino ad una versione più ampia e dichiaratamente più fluida. La definizione maggiormente estesa, si sosterrà in questa occasione, allontana l’idea di disarmare Israele da una rappresentazione utopica, rivolta ad un futuro molto distante nel tempo quando venisse a trionfare la pace dei profeti, per trasformarla in un progetto politico concreto.

 Si può prendere in esame qualsiasi riduzione significativa di armi molto tempo prima; senza considerare il disarmo di tutti coloro che sono coinvolti nella questione palestinese, come condizione preliminare per una rappacificazione in Israele e in Palestina viene richiesto un diverso tipo di disarmo. Un quadro più ampio di disarmo deve riguardare Israele e meno la Palestina, almeno nelle sue fasi iniziali. Non ci sono attualmente tante altre  sperequazioni politiche, economiche e militari quanto quelle che sussistono tra Israele e le poche centinaia di combattenti palestinesi ( perfino il termine di combattenti riferito a questi palestinesi  richiede un certo sforzo della nostra immaginazione ). Poiché queste differenze c’erano già nel 1948, è logico che solo un processo di trasformazione nell’atteggiamento e nella natura della parte più forte nell’equazione darà l’avvio sul terreno a qualsiasi importante riconciliazione. Nel corso di un centinaio di anni, all’incirca, di conflitto arabo-israeliano, il movimento sionista e poi lo stato di Israele sono stati la parte più forte e da quel tempo le politiche riguardanti la popolazione indigena della Palestina sono cambiate molto poco.

 Questo articolo viene scritto in base alla premessa che solo un cambiamento sostanziale nelle politiche basilari di Israele nei confronti dei palestinesi e della Palestina può determinare un mutamento di atteggiamento nei confronti della comunità dei coloni ebrei che giunsero in Palestina nel tardo 19° secolo e colonizzarono il  territorio. Contrariamente a quanto affermato dalla narrativa convenzionale israeliana e sionista, attualmente ancora strombazzata con arroganza in Occidente, la causa determinante l’antagonismo regionale contro Israele e l’ostilità palestinese nei suoi confronti è data di fatto dalle dure politiche anti-arabe e anti-palestinesi dello stato ebraico  . Perciò, finché esse sono all’origine del conflitto e ne sono il motivo del suo protrarsi, richiedere il disarmo in questo caso è porsi alla ricerca di una via per smascherare ciò che si nasconde dietro alla politiche israeliane contro i palestinesi. Da quando queste politiche hanno dato il via all’introduzione di armi nucleari nella regione e la morte di decine di migliaia di palestinesi, di migliaia di persone nei paesi arabi vicini, di quasi venti mila ebrei in Israele, ha dato fuoco ad una nuova ondata di antisemitismo nonché di islamofobia , rendendo alla fine i rapporti dell’Occidente con il mondo musulmano inutilmente molto tesi, tali politiche rappresentano un’arma mortale che ovviamente deve essere messa sotto controllo. 

Queste politiche sono il frutto di una determinata ideologia, il Sionismo, o per essere più precisi di una certa interpretazione dell’ideologia sionista. Quindi sottoporre tali politiche a revisione  equivarrebbe a disarmare gli ebrei israeliani della versione letale della ideologia sionista, che li rende incapaci di condurre una vita normale, tranquilla e sicura nel paese che, alla fine del 19° secolo,  essi  avevano scelto come propria patria. 

La produzione di armi. 

Il sionismo fece la sua comparsa nell’Europa orientale e centrale alla fine del 19° secolo come un movimento la cui giustificazione faceva capo a due nobili sentimenti. Il primo consisteva nella ricerca da parte della dirigenza ebraica di un porto sicuro per la propria comunità che era sempre più esposta alle spinte di un ambiente  anti-semitico ostile con la probabilità che il tutto si trasformasse in un genocidio, come poi accadde durante la seconda Guerra Mondiale. Il secondo sentimento scaturì dal desiderio di riformulare il giudaismo secondo una nuova configurazione con caratteristiche laiche,  ispirata allo scaturire delle nazioni tutt’attorno, nel momento in cui così tanti gruppi culturali, religiosi ed etnici vollero ridefinire se stessi secondo i nuovi termini inebrianti del nazionalismo. Come già detto, a quel tempo la ricerca di sicurezza e di una nuova autodeterminazione veniva considerata un’aspirazione nobile e normale. Tuttavia, nel momento in cui questi sentimenti assunsero una connotazione territoriale, rivolta cioè verso uno specifico pezzo di terra, il progetto nazionale del Sionismo divenne automaticamente un progetto coloniale. Tutto ciò era pure considerato normale al tempo in cui gli europei,  adducendo una profusione di motivi, erano emigrati in paesi non-europei, che i loro avidi governi avevano colonizzato per loro usando la violenza dell’espulsione e del genocidio. Ma nobile non fu. Dove, purtroppo, venne messo in atto il genocidio, non rimase alcuna strada per il ritorno, ma laddove la colonizzazione non si era deteriorata fino a un tale livello di criminalità, che rappresentava la norma, i coloni se ne ritornarono finalmente nei loro luoghi di origine e i paesi colonizzati divennero indipendenti. Dopo aver esaminato altre possibilità di localizzazione territoriale,  il movimento sionista  pretese il possesso di quella che era la Palestina, sulle cui terre aveva abitato il popolo palestinese per centinaia di anni. 

I primi coloni sionisti di Palestina arrivarono negli anni 1880, senza dichiarare apertamente il loro sogno di assumere il controllo del territorio e senza rivelare la loro volontà di ripulirlo dalla popolazione indigena. Fino agli anni 1930, la dirigenza della comunità ebraica era impegnata nel conquistare l’appoggio e la legittimazione internazionale – che l’Impero Britannico aveva concesso loro  con la Dichiarazione Balfour del novembre 1917 – e nell’acquisire un sostegno, in quanto stato senza uno stato, che il governo mandatario britannico aveva già permesso loro di ottenere. In quel periodo, la principale difficoltà della loro situazione era dovuta al fatto che il mondo degli ebrei non pensava alla Palestina se non come luogo per la loro salvezza o loro punto di arrivo. Fu solo con il sorgere in Europa del Nazismo e del Fascismo che acquistò fondatezza il valore della Palestina come porto sicuro per il popolo ebraico  e la comunità dei coloni crebbe numericamente. Tuttavia, fino alla fine del Mandato Britannico, essa rappresentò solo un terzo della popolazione totale e possedeva in Palestina  meno del dieci per cento del territorio. 

Fu solo negli anni 1930 che venne forgiata la sovrastruttura ideologica, presto trasformata in autentiche armi da distruzione. Comparve una formula che divenne condivisa , quasi sacra, per coloro che guidavano in quel momento il movimento sionista, come pure per quelli che oggigiorno sono al governo dello stato di Israele. La formula era semplice: perché il progetto sionista in Palestina si affermi, il movimento ha dovuto impossessarsi di quanta più terra della Palestina fosse possibile ed assicurarsi che vi rimanesse il minor numero possibile di palestinesi. Tutto questo venne fatto, sebbene possa suonare cinico – perché il nuovo stato fosse democratico. La speranza era quella di conservare una maggioranza ebraica che avrebbe votato democraticamente perché lo stato preservasse in eterno il suo carattere ebraico. Negli anni 1930  si fece avanti una ulteriore constatazione: non c’era alcuna speranza che la popolazione indigena della Palestina sarebbe diminuita numericamente, o avrebbe rinunciato al proprio diritto naturale di vivere come popolo libero sulla propria terra, né allora né nel futuro. Quindi,  perché la formula “esistenziale”si affermi c’era bisogno di imporre la forza delle armi. Ciò non ha solo implicato l’allestimento di un esercito, ma ha comportato anche la concessione alle forze armate di un ruolo di primo piano, fino al punto di poter dominare, in quanto comunità ebraica, su tutti gli altri aspetti della vita in Palestina. Coraggiosi sociologi israeliani hanno scoperto, con stupore, quanto questo processo è stato sistematico e in espansione fin da quando, negli anni 1930, venne presa la decisione consapevole di militarizzare il Sionismo.[ii] La dirigenza politica, i responsabili economici e perfino il direttivo sociale e culturale vennero  conquistati tutti grazie alla loro formazione militare o a una carriera da loro svolta nella piovra della sicurezza che gestisce Israele. Inoltre, tutte le più importanti decisioni riguardanti la politica estera e della difesa – in particolar modo quella riguardante il mondo arabo in generale e i palestinesi in particolare – fin da prima degli anni 1930 vennero assunte da generali. L’esito finale è molto evidente oggigiorno in Israele: la finanza e l’economia nel suo insieme, il processo di socializzazione e il sistema educativo, perfino i mezzi di informazione, sono tutti finalizzati a servire l’esercito.    

Un Esercito con Uno Stato. 

In tal modo, il processo di militarizzazione della società israeliana è stato intenso e ad andamento esponenziale. Israele, a dire il vero, divenne un esercito con uno stato. In questo contesto, due sono gli aspetti  messi in risalto con particolare rilievo. Il primo è dato dalla militarizzazione del sistema educativo. Poiché questa parte della realtà garantisce che una  percezione militarizzata della vita venga riprodotta centinaia di volte in ogni nuova generazione di giovani uomini e donne che saranno in grado di vedere la realtà solo nella prospettiva di un conflitto armato, di valori militari e di guerre. Il secondo consiste nel ruolo predominante che l’industria israeliana delle armi viene a giocare nel campo della produzione nazionale dello stato e, in particolar modo, quanto questa sia nevralgica nel bilancio del commercio e dell’esportazione. Israele è il quinto maggiore esportatore di armi nel mondo e quindi ogni discorso contro la militarizzazione, senza iniziative, può essere facilmente rappresentato come quello che mettere a repentaglio la reale sopravvivenza economica e industriale di Israele. 

Questa posizione eminente non potrebbe essere sconfitta senza l’occasionalità di una prova a seguito della quale la forza militare fosse venuta a mancare drammaticamente. Ci sono due tipi di interventi militari: uno di confronto ciclico con gli eserciti regolari arabi, che non hanno avuto sempre inizio a causa di Israele ( la guerra del 1973  fu dovuta ad un intervento Siro – Egiziano ), ma il tutto avrebbe potuto essere evitato se l’esercito israeliano non avesse desiderato essere impegnato sul campo di battaglia per amore della propria morale, del proprio status e per la necessità di sperimentare i propri armamenti e di esercitare i propri soldati. Cosa ancor più importante, ogni guerra ha dato la garanzia a Israele di poter ampliare il suo territorio in una ricerca senza fine di spazi vitali e di confini di sicurezza. L’ultima fase di questo tipo di confronto militare si svolse nel 1973 e nonostante Israele abbia tentato per ben due volte di impegnare l’esercito siriano,  prima nel 1982 e poi nel 2006, negli ultimi trentacinque anni le truppe israeliane non hanno più combattuto una guerra contro un esercito convenzionale. La maggior parte dei suoi armamenti, tra i più sofisticati e moderni nel mondo, sono stati costruiti per vasti spazi e campagne aeree tra eserciti regolari di dimensioni gigantesche, mentre negli ultimi trentacinque anni sono stati usati invece prevalentemente contro civili disarmati e combattenti da guerriglia. Il danno collaterale è inevitabile, in quanto ci sono dei dubbi sulla capacità degli israeliani di impegnarsi in una vera guerra convenzionale. 

Il secondo uso della forza militare è stato utilizzato per mettere in atto l’ideale sionista insieme alla formula precedentemente citata  per sostenerlo: la necessità cioè di mantenere l’occupazione sulla maggior parte della Palestina con il minor numero possibile di palestinesi, se si vuole che il progetto sionista  sopravviva. 

Tale progetto ebbe inizio nel 1948, una volta che ebbe termine il Mandato Britannico,  con un piano progettato con grande attenzione che prevedeva la pulizia etnica del paese di quanti più palestinesi fosse possibile. Nel febbraio del 1947, il governo britannico decise, dopo trent’anni di dominio, di riporre la questione della Palestina nelle mani delle Nazioni Unite nella semplice speranza di non essere più coinvolta nelle sorti di un paese che da un lato avevano sviluppato, mentre dall’altro ne avevano facilitato la distruzione con la loro politica filo-sionista e anti-palestinese. Dopo gli sconvolgimenti dovuti alla seconda Guerra Mondiale, il crollo della potenza inglese nel mondo, una crisi economica devastante e la perdita di uomini sul terreno, Londra ne aveva avuto abbastanza.
[iii] 

La classe dirigente politica palestinese e i circostanti paesi arabi speravano che le Nazioni Unite avrebbero deliberato per molto tempo su ciò che si sarebbe dovuto fare con  la minoranza dei coloni che viveva in mezzo ad una maggioranza indigena, ma essi si sbagliavano. Le Nazioni Unite furono sbrigative nel decidere di assegnare più della metà del territorio a quella che era la minoranza. Il mondo stava cercando un modo rapido per uscire  dall’olocausto, e costringere i palestinesi a cedere metà della loro patria sembrò un prezzo da pagare molto conveniente e ragionevole. Non c’è da stupirsi che la dirigenza palestinese e la Lega Araba rigettassero pubblicamente il piano delle Nazioni Unite. Questo piano venne espresso in modo articolato con una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che, nel novembre del 1947, offrì ai palestinesi un mero 45 % del suolo della loro patria. La dirigenza sionista, sebbene scontenta per l’assegnazione di solo il 55 % del territorio, si era resa conto tuttavia che la risoluzione aveva accordato al loro diritto di esproprio della Palestina un riconoscimento internazionale di carattere storico. Per giunta, le Nazioni Unite, a causa dell’accettazione sionista e del rifiuto palestinese, criticarono i palestinesi, osannarono gli israeliani ed ignorarono il fatto che sul terreno le forze ebraiche avevano già cominciato  a scacciare i palestinesi con la forza dalla loro patria. 

Nel febbraio 1948, all’interno dell’anno in cui la Gran Bretagna aveva deciso di lasciare la Palestina, la dirigenza sionista dette inizio alla pulizia etnica . Tre mesi più tardi, quando gli inglesi se ne andarono, centinaia di migliaia di palestinesi erano già divenuti profughi e facevano pressione sul mondo arabo perché intervenisse, cosa che fece il 15 maggio 1948. Ma il numero limitato di truppe che vennero inviate in Palestina non poteva eguagliare le efficienti truppe ebraiche, per cui esse vennero sconfitte. Continuò la pulizia etnica e, alla fine, quasi un milione di palestinesi divennero profughi (metà della popolazione della Palestina) e insieme ad essi scomparvero metà dei villaggi e delle città, spazzate via dalla faccia della terra dalle forze ebraiche.[iv] 

Dopo il 1948 proseguì l’uso della forza contro i palestinesi come mezzo per conseguire il controllo sul territorio e la politica di contenimento. Esso venne utilizzato nel 1956 per massacrare gli abitanti palestinesi dei villaggi che erano rimasti come parte della piccola minoranza che era sopravissuta alla pulizia etnica del 1948 ed erano divenuti cittadini israeliani. Di tanto in tanto, ma non troppo spesso, quella minoranza avrebbe protestato contro la sua oppressione e avrebbe affrontato prima la forza dell’esercito israeliano e poi delle autorità di polizia. 

Ciò divenne allora prassi in uso nelle zone israeliane occupate nel giugno del 1967: la West Bank e la Striscia di Gaza , dove attualmente è molto frequente. 

Ogni volta che i palestinesi sotto occupazione hanno protestato e hanno lottato contro l’occupazione, i soldati israeliani hanno risposto con tutta la  loro potenza di fuoco. Blindati, aerei, cacciatorpediniere della marina e tutta la parte rimanente dell’arsenale usato contro eserciti nei teatri di una guerra convenzionale o in casi simili, verrebbero impiegati senza pietà contro  aree urbane e rurali densamente popolate della West Bank e della Striscia di Gaza, causando distruzioni e stragi di proporzioni inimmaginabili. Analogamente, nelle due offensive in Libano, quella del 1982 e quella del 2006, forze di tal genere vennero utilizzate per devastare gli spazi urbani e rurali del Libano. 

A questo proposito è particolarmente importante ricordare tre frangenti cronologici per illustrare la crudeltà degli armamenti quando essa è impiegata per mettere in atto una ideologia coloniale vecchia di un secolo. Nell’ottobre del 2000, un esercito israeliano frustrato, costretto appena allora dagli Hezbollah al ritiro dal sud del Libano, reagì con tutto il suo esercito sofisticato a un nuovo tentativo palestinese di resistere all’occupazione. Per la prima volta aerei F-16 e i potenti carri armati Merkava furono usati in un “urbanicidio” al fine di  sopprimere la ribellione.[v] La stessa potenza militare venne utilizzata nel 2006 contro il Libano dopo che due soldati israeliani erano stati catturati dagli Hezbollah, ma con un danno collaterale maggiore e l’aggiunta di bombe a grappolo. Da ultimo, in quanto è ormai troppo familiare, l’esercito israeliano, applicando il più letale aspetto dell’arte, ha  sperimentato armi,  quali  bombe al fosforo e granate alle fibre di vetro, allo scopo di reprimere la ribellione di una Striscia di Gaza da più di otto anni  sofferente sotto il giogo dell’assedio e della fame.

 Se si aggiunge alle letali provviste dell’arsenale israeliano la dotazione dei paesi arabi vicini, costantemente  coinvolti in una pazza corsa agli armamenti, alimentata dapprima dalla guerra fredda e poi dall’industria militare mondiale, quanto ogni passo volto a disarmare i popoli dall’impulso ideologico a utilizzare la forza potrebbe rappresentare un contributo alla pace e alla riconciliazione. Va, inoltre, considerata l’opzione nucleare  che Israele ha a disposizione, ma che non è stata utilizzata (sebbene ci siano state denuncie in alcune occasioni sull’impiego tattico di armi nucleari). In Israele, le bombe atomiche vengono ancora considerate come armi del giorno del giudizio da utilizzarsi solo nel caso di una sconfitta imminente dello stato ebraico. Ma ho la sensazione che questo non venga più considerato dalla dirigenza militare e politica dello stato come la principale eventualità. In questo caso, esso viene considerato come il fattore principale che può accrescere il mito dell’invincibilità di Israele. Da qui il disperato tentativo di rispondere per le rime dei regimi arabi quali la Siria, l’Egitto e, in un’altra parte del Medio Oriente, l’Iran; tutto sta portando ad una capacità di distruzione in crescita costante che può essere messa in atto in ogni momento. 

Come suggerito, tutti questi armamenti ed il loro uso frequente sono l’effetto  principale, ma non esclusivo, di un atteggiamento mentale di tipo ideologico. L’assioma consiste nel credere che la colonizzazione di parte del mondo arabo fu per il popolo ebraico  una necessità vitale e che lo si potesse realizzare solo  con la costruzione di una forza militare formidabile in grado di prendere il controllo del territorio con la più piccola presenza possibile di popolazione indigena. L’accumulo di armi ed il loro frequente impiego non rappresentano una minaccia solo per i palestinesi, esse tolgono infatti agli ebrei in Israele la possibilità di condurre una vita normale e costituiscono una minaccia alla stabilità della regione e probabilmente anche più in là. Poiché il disarmo, nel senso letterale della parola, è forse un sogno e molto francamente potrebbe trasformarsi in un incubo, nel caso in cui solo una parte fosse disarmata, è invece fattibile, affidabile e pacifica la diffusione dell’idea. 

Divulgare e Disarmare: Passati Tentativi e Una Futura Road Map. 

Negli anni 1980, intellettuali israeliani, accademici, commediografi, musicisti, giornalisti ed educatori  iniziarono a fare riflessioni sulla validità dell’ideologia sionista, ed alcuni non la ritennero del tutto scontata. La loro critica del sionismo si diversificava per intensità e rigore, ma, alla ricerca di un termine migliore, essi venivano tutti soprannominati post-sionisti, non anti-sionisti. Tutto sommato, la loro idea del sionismo era molto diversa dal modo in cui esso veniva inteso dalla maggioranza degli ebrei in Israele: nella loro raffigurazione il sionismo era e rimaneva un movimento  colonizzatore di tipo coloniale, che plasmava una società militarizzata e un sistema prossimo alla segregazione razziale. Questa critica post-sionistica ebbe accesso  per poco nella sfera pubblica e influenza, anche se in modo molto ristretto, sui programmi didattici, su alcuni dei film di carattere documentaristico per la televisione e nel discorrere comune. Questo nuovo modo di pensare durò circa un decennio, per tutti gli anni 1990. Poi venne la seconda Intifada, la rivolta, e l’urgenza di un’apertura venne meno, scomparendo quasi completamente. [vi] 

All’inizio del 21° secolo, la società ebraica in Israele ha chiuso la porta che aveva leggermente forzata negli anni 1990. Oggigiorno, essa è divenuta perfino più rigida nell’intransigenza delle sue convinzioni ideologiche. Quindi, di questi tempi sono ancora importanti tutti quei fattori che erano stati citati  in precedenza riguardanti il militarismo e gli armamenti. Ma è questa vulnerabilità di una società rigidamente ideologizzata che può nutrire i semi di un futuro cambiamento. La logica delle realtà ideologiche attuali e le loro implicazioni militari è tale per cui, nel prossimo futuro, si può sperare in un cambiamento dall’interno. Senza una tale trasformazione continueranno inalterate la produzione di armi e il micidiale impiego di armamenti con il loro impatto mortale. Diventa così impellente darsi da fare per trovare una via alternativa per cambiare l’ opinione pubblica e il sistema politico, con la constatazione che, al momento, un mutamento dall’interno è impossibile. 

Di fronte a più di un secolo di spoliazione e di quarant’anni di occupazione il movimento nazionale palestinese e gli attivisti stavano cercando una risposta appropriata alla politiche devastanti messe in atto contro di loro. Hanno provato di tutto: lotta armata, guerriglia, terrorismo e diplomazia. Nulla è servito. Malgrado ciò non stanno desistendo e al momento stanno proponendo una strategia di non-violenza, come quella del Boicottaggio, delle Sanzioni e del Disinvestimento (BDS). Con questi mezzi, desiderano convincere i governi occidentali di porre in salvo da un imminente bagno di sangue non solo loro, ma, ironicamente, anche gli ebrei in Israele. Questa strategia ha generato l’invito ad un boicottaggio culturale di Israele. La richiesta  viene sostenuta ad alta voce da ogni parte della realtà palestinese: dalla società civile soggetta all’occupazione e dai Palestinesi che vivono in Israele. E’ sostenuta dai rifugiati palestinesi ed è guidata da membri delle comunità palestinesi in esilio. 

La campagna BDS è divenuta una valida alternativa a causa del cambiamento fondamentale avvenuto nell’opinione pubblica occidentale. Anzi, in occidente è un evidente cambiamento nell’opinione pubblica, visto che non c’è nulla di nuovo nella tragedia senza fine della Palestina. La Gran Bretagna è un caso in questione. Ricordo il mio arrivo nell’isola nel 1980, quando, per aver sostenuto la causa palestinese, venni confinato a sinistra ed in quella all’interno di una sezione veramente particolare, una corrente d’idee. Tutto aveva giocato allora un ruolo importante nel dotare lo stato di Israele di un’immunità: il trauma del dopo-olocausto ed il complesso di colpa, gli interessi militari ed economici e la farsa  riguardante Israele come l’unica democrazia nel Medio Oriente. Pochissimi erano stati toccati, così sembra, dall’espulsione di metà della popolazione nativa palestinese, dalla distruzione di metà dei loro villaggi e delle loro città,  da una discriminazione applicata nei confronti delle minoranze tra quelle che vivono all’interno dei confini israeliani, grazie a un sistema di segregazione razziale e di frazionamento entro enclave di due milioni e mezzo di loro posti sotto un’occupazione militare dura e opprimente. 

Quasi 30 anni dopo sembra che tutti questi filtri e blocchi siano stati rimossi. L’ampiezza della pulizia etnica del 1948 è ben nota, le sofferenze del popolo nei territori occupati ricordate e descritte perfino dal Presidente degli Stati Uniti come insopportabili e disumane. In  modo equivalente, la distruzione e lo spopolamento dell’area della Grande Gerusalemme vengono annoverate quotidianamente e la natura razzista delle politiche nei riguardi dei palestinesi in Israele sono frequentemente censurate e condannate. 

Oggi, nel 2009, le Nazioni Unite definiscono questa realtà concreta come una “catastrofe umanitaria”. I settori consapevoli e onesti della società britannica conoscono benissimo chi è stato la causa di questa catastrofe. Non è connesso del tutto a circostanze vaghe, o al “conflitto” – il tutto viene percepito con chiarezza come il prodotto delle politiche israeliane messe in atto nel corso degli anni. Quando l’Arcivescovo Desmond Tutu venne interpellato per conoscere quale fosse stata la sua reazione di fronte a ciò che aveva visto nei territori occupati, egli fece notare con tristezza che là tutto era peggio dell’apartheid. Lui avrebbe dovuto intendersene. 

Il cambiamento qualitativo nell’umore dell’opinione pubblica è constatabile in altri paesi occidentali; inutile  dire  che nel vasto mondo fino ad ora questo è stato per anni il caso emblematico. Nel  Sud Africa era prevalsa una disposizione d’animo del tutto simile verso l’apartheid. La realtà, allora laggiù come ora in Palestina, porta a incitare la gente perbene, siano essi singoli individui o membri di organizzazioni, perché essa dia voce alla propria indignazione contro l’oppressione continua, la colonizzazione, la pulizia etnica e la fame in Palestina. Ci sono persone che stanno cercando particolari modalità di protesta ed alcune sperano perfino di convincere i propri governi a cambiare la loro vecchia politica di indifferenza e di passività di fronte  al proseguire della distruzione della Palestina e dei palestinesi. Molti tra loro sono ebrei, anche se, secondo la logica dell’ideologia sionista, queste atrocità vengono eseguite in loro nome e parecchi tra loro erano veterani della precedente guerra civile in questo paese o, per cause analoghe, in altre parti nel mondo. Essi non sono più limitati ad un partito politico unico e provengono da tutte le estrazioni sociali. 

Fino ad ora il governo britannico non si è mosso, come pure gli altri governi occidentali. Esso non si mosse neppure quando il movimento britannico anti-apartheid chiese al proprio governo di imporre sanzioni al Sud Africa. Occorsero diverse decine di anni perché l’attivismo di quella gente, partendo dal basso, potesse raggiungere perfino i vertici della politica. Nel caso della Palestina occorrono tempi più lunghi: sensi di colpa per l’olocausto, descrizioni distorte degli avvenimenti storici e attuale falsa rappresentazione di Israele come se fosse una democrazia che fa tutto il possibile per la pace ed i palestinesi rappresentati come gli eterni terroristi islamici, sono tutti fattori che hanno interrotto il flusso dello slancio popolare. Ma esso sta cominciando a trovare la propria strada e a manifestare la propria presenza, nonostante la continua demonizzazione dell’Islam e degli arabi e malgrado il persistere dell’accusa secondo la quale ogni critica ad Israele rappresenta un atto anti-semitico. Il settore terziario, che rappresenta un collegamento importante tra la società civile e le agenzie di governo, ci ha mostrato qual è la via da percorrere. Di recente, una organizzazione sindacale dopo l’altra, un gruppo professionale dopo l’altro,  hanno inviato un chiaro ammonimento: ne abbiamo abbastanza. Ciò viene fatto in nome della decenza, della moralità umana e dell’impegno civile basilare per non restare inattivo di fronte al tipo di atrocità che Israele ha commesso e continua tuttora a perpetrare a carico del popolo palestinese. 

La validità della opzione del Boicottaggio, del Disinvestimento e delle Sanzioni sta nell’essere il primo passo per dare vita ad un processo che si prefigge di Disarmare Israele liberandolo dalla sua ideologia di morte e dalle sue armi di fatto materiali. Nel caso di Israele non sono mai stati fatti tentativi con boicottaggi e pressioni esercitate dall’estero, uno stato che desidera essere incluso tra le democrazie civilizzate del mondo. Difatti, Israele ha goduto di una tale reputazione fin dalla sua creazione, avvenuta nel 1948, e pertanto ha potuto respingere le molte risoluzioni delle Nazioni Unite che la condannavano per le sue politiche e, oltretutto, è riuscito ad ottenere uno status preferenziale nell’Unione Europea. La posizione elevata del mondo accademico israeliano nella comunità mondiale degli studiosi riassume il sostegno occidentale ad Israele in quanto “unica democrazia” nel Medio Oriente. Protetto da questo particolare sostegno nel confronti del mondo accademico e degli altri mezzi di informazione culturale, l’esercito israeliano ed i servizi di sicurezza possono continuare, e proseguiranno, a demolire case, a scacciare famiglie, a maltrattare i cittadini e ad assassinare bambini e donne quasi quotidianamente, senza mai venire chiamati a rispondere dei loro crimini, commessi nella regione o nel mondo. 

Il sostegno militare e finanziario è rilevante e permette allo stato ebraico di perseguire le politiche in atto. Una qualsiasi riduzione di tale aiuto è accolta con molto favore nella lotta per la pace e la giustizia nel Medio Oriente. Ma l’immagine culturale di Israele alimenta in occidente la decisione politica di sostenere incondizionatamente la distruzione israeliana della Palestina e dei palestinesi. Un messaggio che sarà rivolto specificatamente a coloro che  rappresentano ufficialmente la cultura israeliana (con gli istituti universitari di stato in prima fila, in quanto sono stati particolarmente responsabili del sostegno dell’oppressione fin dal 1948 e dell’occupazione fin dal 1967) può essere l’inizio di una campagna riuscita per disarmare lo stato dai suoi impedimenti ideologici (come, a suo tempo, interventi simili  avevano dato l’avvio al movimento anti-apartheid in Sud Africa). 

Le sollecitazioni fatte da paesi stranieri risultano efficaci nel caso di uno stato i cui cittadini vogliono essere considerati come parte di un mondo civilizzato, ma il cui governo, con il loro esplicito o implicito aiuto, persegue politiche che violano ogni diritto umano o civile. Ma, nel caso di Israele, non gli è stato inviato alcun messaggio nel quale si affermava l’inaccettabilità di tali politiche e la necessità della loro interruzione, né da parte delle Nazioni Unite, neppure da parte degli Stati Uniti e dei governi  e delle società europee. Spetta alle società civili inviare agli accademici israeliani, agli uomini d’affari, agli artisti, agli industriali dell’alta tecnologia e a qualsiasi altro settore della società, messaggi che dicano loro che, attaccato a tali politiche, c’è un cartellino con il prezzo da pagare. 

Ci sono segnali incoraggianti che la società civile, e in particolare gli ordini professionali, sono disposti ad intensificare le proprie sollecitazioni. I risultati necessari per rendere legittima la richiesta di disarmare lo stato per farlo desistere dalle sue pratiche e dai suoi pregiudizi ideologici, sono simbolici. 

Tuttavia, se la soppressione efficace dell’ideologia che produce armamenti non è desiderata, la sola pressione non è sufficiente. Essa dovrebbe essere integrata, nello stesso Israele, da un processo di rieducazione, sebbene, come è stato fatto notare all’inizio di questo articolo, le possibilità di un cambiamento a partire dall’interno sono veramente scarse. Le pressioni esercitate dall’esterno sono invece richieste in quanto c’è una necessità urgente di impedire il protrarsi delle distruzioni a carico della Palestina e del popolo palestinese. Tuttavia, ciò non sta a significare che si dovrebbe rinunciare al tentativo di sopprimere l’arma ideologica con l’educazione e la divulgazione di una conoscenza e di una comprensione alternativa. In realtà le due cose sono interconnesse. Coloro che in Israele, pur molto pochi e coraggiosi, lavorano duro e senza sosta per rieducare la loro società partendo da una prospettiva pacifista, umanista e non-sionista, hanno ricevuto potere da quelli che esercitano pressione sullo stato perché segua queste linee di intervento e  tralasci la vecchia abitudine rappresentata dall’aggressione e dal militarismo.  

Vorrei citare al proposito un gruppo particolare, il “New Profile”.[vii] Esso è impegnato ad introdurre tra gli israeliani più giovani e a divulgare l’idea del pacifismo. Sono quelli che informano le giovani reclute che, perfino secondo la legge israeliana, ad essi è permesso dichiarare l’obiezione di coscienza a proposito del servizio nell’IDF in base a principi pacifisti. Essi producono materiale didattico per controbattere il sistema educativo di tipo militarista e prendere parte ai dibattiti su questi argomenti. Essi hanno ottenuto virtualmente un tale successo che il servizio di sicurezza israeliano li ha definiti una piaga e una minaccia per la sicurezza nazionale. In Israele e in Palestina, il loro messaggio semplice, puro sulla santità della vita, sulla stupidità della guerra e del militarismo, non è ancora collegato ad una decostruzione politica più matura della realtà, ma un giorno ciò accadrà e potrebbe essere utile un potente agente di trasformazione. Magari, in quanto così genuino ed efficace.

 Naturalmente, anche i palestinesi sono attivi in questo. La non-violenza, a differenza della violenza, rivela un’efficacia meno tempestiva nell’attenuare gli effetti di una realtà di oppressione, ma a lungo andare ripaga. A questo punto però nessuno può intromettersi nelle cose riguardanti un movimento di liberazione lacerato da idee diverse e martoriato da anni di sconfitte. Ciò che risulta importante è domandare un contributo palestinese ad una visione post-conflittuale libera da castigo e da vendetta. Una prospettiva non militarizzata per entrambi, ebrei ed arabi, può aiutare enormemente  nel processo di disarmo dello stato di Israele dalla sua ideologia, se essa viene trasferita dal regno dell’utopia e dell’illusione all’interno di un piano politico concreto, e ha il sostegno di una energica sollecitazione proveniente dall’estero oltre agli effetti di un processo educativo scaturente dall’interno. 

Infine, le comunità ebraiche nel mondo, ed in particolare in Occidente, devono svolgere un ruolo nevralgico nella realizzazione di questo disarmo. Il loro sostegno morale e materiale a Israele esprime invece un appoggio all’ideologia che è dietro allo stato. Non c’è quindi da essere sorpresi che, recentemente, da pochi anni, sotto lo slogan “non in mio nome” si sia fatta sentire sempre più la voce degli ebrei non-sionisti. L’arma principale che Israele utilizza ufficialmente per contrastare le sollecitazioni dall’estero, o nei confronti di qualsiasi espressione critica sulla questione, consiste nel dichiarare anti-semitica qualsiasi posizione di questo tipo. La presenza di voci ebree a sostegno della pace e della riconciliazione accentua  l’assurdità del modo con il quale Israele cerca di giustificare i crimini contro i palestinesi in nome dei crimini perpetrati a suo tempo in Europa contro gli ebrei. 

Conclusioni. 

Il progetto di disarmare Israele in questo caso viene perciò presentato come un disarmo ideologico. Esso principia chiedendo alla gente che, per una qualsiasi ragione,  si è occupata delle realtà in Palestina e in Israele, di impegnarsi a conoscere la storia del progetto sionista, di cercare di comprendere le sue ragioni d’essere e la lunga durata del suo impatto sul popolo della Palestina. Se tutto va bene, un tale chiarimento riguardante la storia permetterebbe  di associare  la violenza che infuria in questa regione alle radici storiche e al contesto ideologico del sionismo come si è sviluppato negli anni. 

Il riconoscimento del ruolo dell’ideologia, che ha avuto bisogno di edificare una fortezza facendo uso di uno dei più formidabili eserciti del mondo e di una delle più floride industrie di armi, mette gli attivisti in grado di affrontare obiettivi tangibili nella lotta per la pace e la riconciliazione in Israele e in Palestina, oltre che nella lotta generale per il disarmo mondiale. 

Un valido processo di disarmo ideologico dovrebbe evitare inutili demonizzazioni, con chiarezza dovrebbe effettuare una distinzione tra sistemi politici  e “popolo” in quanto tale, dovrebbe rendersi conto di  quanto la realtà viene deformata, l’informazione manipolata, quanto possono indottrinare i sistemi educativi e gli altri organismi di socializzazione, i governi  distorcere e demonizzare  coloro che essi desiderano. 

Questa è, in sostanza, una strategia d’intervento attivo che darebbe inizio a un dialogo tenace con uno stato ed una società che aspirano ad essere parte di un mondo “civilizzato”, mentre rimangono razzisti e suprematisti. In esso vive una società che non desidera, o non è in grado, di rendersi conto che la sua natura ideologica e le sue politiche la collocano all’interno del gruppo degli stati rivoluzionari di questo mondo. Nel bene o nel male, la chiave di volta della realtà in Palestina e in Israele consiste in ciò che su Israele insegnano i docenti universitari occidentali, in ciò che riferiscono al riguardo i giornalisti, in ciò che ne pensa la gente in modo conscio o inconscio, e infine in ciò che deciderebbero di farne i politici. Questa triste realtà determina ripercussioni non solo sulla pace nel Medio Oriente, ma anche nel mondo intero.
Ma non è un caso perso ed ora è tempo di agire.
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[i]    Uri Ben Elizier, The Making of Israeli Militarism, Bloomington: Indiana University Press,1998. 
[ii]   Henry Rosenfeld and Shulamit Karmi, The Emergence of Militaristic Nationalism in Israel, International       Journal of Politics, Culture and Society,3:1 (fall 1989), pp.30-45 
[iii]  Vedi Ilan Pappe, Britain and the Arab-Israeli Conflict, 1948-1951, London: MacMillan , !988. 
[iv]  Vedi Ilan Pappe, The Etnic Cleansing of Palestine, Oxford: Oneworld Publications, 2006. 
[v]  Il desiderio di utilizzare il potere della forza militare dove possibile al fine di ricuperare il potere     deterrente, in ammissioni di generali molto anziani dell’esercito, nel libro Boomerang scritto da due     anziani giornalisti israeliani. Vedi  Raviv Druker e Offer Shelach, Boomerang, Tel Aviv: Keter,2005. 
[vi]  Vedi Ilan Pappe, The Post-Zionist Discourse in Israel, Holy Land Studies, 1:1 (2002), pp. 3-20. 
[vii]  Vedi il loro sito : www.newprofile.org  

(traduzione: mariano mingarelli)