Notizie da Israele - Gideon Levy - 14.08.2009

Haaretz, 14/08/2009      
   L'America di Obama
  non mantiene le promesse
 
  
Gideon Levy, Corrispondente di Haaretz


Con gran tristezza e profonda costernazione, dichiariamo con la presente la morte dell'ultima speranza. Forse, per parafrasare il famoso detto di Mark Twain, le voci sul decesso sono grandemente esagerate, ma i timori si convalidano giorno dopo giorno.

L'America di Obama non mantiene le promesse. Non speravamo che spartisse un bicchiere di birra con un poliziotto razzista e che desse un colpetto di incoraggiamento a Hugo Chavez; così pure, non ci aspettavamo negoziati all'ingrosso sul congelare la costruzione nelle colonie. Sono da poco passati sei mesi da quando è iniziato il mandato del presidente che meglio prometteva in assoluto: la speranza forse respira ancora, ma è sul letto di morte.


Quando ha assunto la carica regnava l'eccitazione. Il discorso del Cairo ha infiammato mezzo mondo. Che desse la precedenza assoluta alle colonie aveva dato adito alla speranza che, finalmente, ci fosse uno statista alla Casa Bianca: uno che comprendesse che la radice di tutti i mali è l'occupazione, e che alla base di tutto ci sono le colonie. Dal Cairo, sembrava possibile decollare. Non ci fermava più nessuno. 

Poi l'amministrazione USA è caduta nella trappola posta da Israele, senza mostrare segni di ripresa. Un congelamento delle colonie, un qualcosa che un primo ministro che parla con tanto baccano di due stati avrebbe dovuto intendere come una questione periferica, a cui Israele si era impegnata nella road map, è diventata improvvisamente un punto centrale. L'inviato speciale George Mitchell perde tempo e prestigio con una contrattazione insignificante. Congelare per sei mesi o per un intero anno? Che dire dei 2.500 appartamenti già in costruzione? Della crescita naturale? E degli asili infantili?

Forse arriveranno ad un compromesso e si accorderanno per nove mesi, senza comprendere la crescita naturale, permettendo però di completare gli appartamenti già in costruzione.
Un gran risultato.

Gerusalemme ha imposto il proprio volere a Washington. Siamo di nuovo al punto di partenza: ci occupiamo di quisquilie, da cui è impossibile fare il gran balzo oltre lo spartiacque continentale.

Ci aspettavamo di più da Obama. Menachem Begin, che aveva promesso di meno, aveva fatto la pace entro lo stesso lasso di tempo dall'entrata in carica. Quando la questione principale è smantellare le colonie, l'impeto pulsante arrivato con Obama si esaurisce. All'opposto, sguazziamo nell'acqua bassa. Mitchell Schmitchel. Che ne viene per la pace? Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu lo incontrerà a Londra alla fine del mese. Forse lì troveranno una “formula magica” per un congelamento delle colonie, ma lo slancio non c'è più.

In Israele invece c'è. Qui si è intuito in fretta che non c'è nulla da temere da Obama, e le pastoie sono cadute. Il Ministro della Difesa, Ehud Barak, è stato pronto a dichiarare che non c'è un partner palestinese, persino dopo che la conferenza di Fatah aveva eletto la leadership più moderata che si fosse mai riunita in Palestina. Poi, in modo sfacciatamente provocatorio, ha portato un rotolo della Torà nel cuore del Quartiere Musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme, in piena vista delle telecamere: così l'America può rendersi conto di chi comanda qui.

 
Il Vice Primo Ministro, Eli Yishai, e il Portavoce del Parlamento, Reuven Rivlin, altri due politici che annusano la debolezza americana, sono stati veloci a dichiarare, durante una visita a Ma'aleh Adumim, che Israele non congelerà alcuna costruzione. Al diavolo Obama. I coloni continuano a entrare in sempre più appartamenti a Gerusalemme Est, Netanyahu sta zitto e gli israeliani si accorgono che il “pericolo” è passato. Israele ha di nuovo il permesso di fare quel che le pare e piace. Il padrone ha di nuovo dato di matto. Solo che ha dato di matto perché il padrone vero sta mostrando segni di debolezza, segni che si piega, che perde l'interesse per gli eventi nella regione che più mette a rischio la pace nel mondo.

Dei discorsi al Cairo e all'Università Bar-Ilan non resta più nulla. Obama sta zitto, e a parlare è Yishai. Persino gli “amici di Israele” a Washington, gli amici dell'occupazione, rialzano un'altra volta la testa.

Una fonte in confidenza con la cerchia più vicina a Obama questa settimana l'ha paragonato a uno che ogni giorno gonfi un certo numero di palloni, sperando che uno si sollevi da terra. Raggiungerà il suo scopo. L'ha paragonato a Shimon Peres, analogia che dovrebbe oltraggiare Obama. I palloni sonda che il presidente USA manda dalla nostra parte devono ancora alzarsi. Si può, naturalmente, aspettare il prossimo, il piano di pace di Obama, ma sta per scadere il tempo. E Israele non sta con le mani in mano.

Nell'attimo in cui Gerusalemme ha scoperto una mancanza di decisione americana, è tornata ai suoi atti e pretesti malvagi. “Non c'è alcun partner”, “Abu Mazen è debole”, “Hamas è forte”. E ci sono richieste per il riconoscimento di uno Stato ebraico e per il diritto di trasvolare sull'Arabia Saudita – qualunque cosa, per non fare alcunché.

Un'America che non faccia pressione su Israele è un'America che non porterà la pace. È vero che non ci si può aspettare che il presidente degli USA voglia fare la pace più di quanto non lo vogliano i palestinesi e gli israeliani, ma nel mondo è l'adulto responsabile, la grande speranza. Quelli di noi che sono qui, Presidente, affondano in un fango orrendo, nei “minuti di recupero”.  

Testo inglese in http://www.haaretz.com/hasen/spages/1107603.html

Traduzione: Paola Canarutto