La verità sulla sentenza Willem

La sentenza Willem e l'insensata esultanza da parte delle Lobby sioniste
a cura del Forum Palestina
Partiamo dall’inizio della vicenda: nel 2002 il sindaco comunista della cittadina francese di Seclin, Jean-Claude Fernand Willem, propose in una riunione del consiglio comunale il lancio di una campagna di boicottaggio contro Israele. Alcune associazioni sioniste francesi sporsero denuncia e la procura della repubblica avviò un processo per il reato di discriminazione su basi etniche.



In primo grado, Willem venne assolto. Al processo d'appello dell'ottobre 2003, però, il sindaco di Seclin venne condannato a pagare una multa di mille euro.  Willem presentò un ricorso in Cassazione, che venne respinto; allora, nel 2005, portò lui  la Francia davanti alla Corte europea dei diritti umani, sostenendo che la sentenza francese violava il suo diritto ad esprimere liberamente le proprie opinioni. La Corte europea ha emesso la sentenza a metà luglio di quest’anno: la condanna di Willem è legittima, in quanto non sarebbero state sanzionate le sue opinioni, bensì il suo incitamento a “discriminare” le aziende israeliane. Inoltre, la Corte fa notare che la sua posizione di autorità locale non gli consentiva di proclamare “un embargo contro i prodotti di un Paese straniero”, per cui la pena inflittagli è da considerarsi “relativamente moderata”.

Si tratta, indubbiamente, di una sentenza che non fa onore alla Corte, che sembra essersi ispirata più a logiche di pressione politica che di cultura giuridica.
Da questa vicenda, i circoli sionisti italiani vorrebbero trarre ( e diffondere ) la conclusione che le campagne di boicottaggio dell’economia di guerra e dell’apartheid israeliani sono illegali. Sul sito likudnik “Informazione Corretta”, un certo Ugo Volli arriva a scrivere che la sentenza della Corte Europea “è un precedente importante, che potrà essere invocato contro le future mobilitazioni internazionaliste, le campagne antimperialiste, le solidarietà con i popoli in lotta: un disastro per la povera Morgantini & company”. Ci dispiace per il signor Volli, ma le cose non stanno esattamente così.

Essendo – si suppone – cittadino italiano, il signor Volli saprà che esiste una carta fondativa della nostra Repubblica, che costituisce la prima fonte di diritto in assoluto. Esiste anche un’apposita magistratura, che si chiama Corte Costituzionale, con il compito preciso di stabilire se leggi e norme emanate siano conformi o meno a quanto dettato dalla suprema fonte, appunto la Costituzione. Probabilmente, il signor Volli – come tutti i likudniks della Israel Lobby nostrana – è talmente innamorato dello Stato sionista dal pensare che, come Israele, tutti gli Stati civili siano privi di una Costituzione. Ma è Israele che non è uno Stato civile, non l’Italia.
L’articolo 507 del Codice Penale (Boicottaggio) così recita: “Chiunque, per uno degli scopi indicati negli articoli 502, 503, 504 e 505, mediante propaganda o valendosi della forza e autorità di partiti, leghe o associazioni, induce una o più persone a non stipulare patti di lavoro o a non somministrare materie o strumenti necessari al lavoro, ovvero a non acquistare gli altrui prodotti agricoli o industriali, è punito con la reclusione fino a tre anni. Se concorrono fatti di violenza o di minaccia, si applica la reclusione da due a sei anni”.
Gli articoli precedenti il 507 sono quelli che riguardano lo sciopero e, poiché appaiono decisamente restrittivi, non bisogna dimenticare che stiamo ancora parlando del codice penale del Guardasigilli Rocco, cioè del codice fascista. Questo spiega, in parte, il gran lavoro cui è sempre stata costretta la Corte Costituzionale, che è più volte dovuta intervenire per dichiarare l’illegittimità costituzionale, totale o parziale, di questo o quell’articolo. Sfortunatamente per il signor Volli ed i suoi commilitoni, la Corte è intervenuta anche sull’art. 507 del Codice Penale (così come su quelli precedenti), e lo ha fatto la bellezza di 40 anni fa, precisamente con la sentenza n. 84 del 2 aprile 1969, che ha dichiarato “l'illegittimità dell'art. 507 c.p., per la parte relativa all'ipotesi della propaganda e nei limiti di cui alla motivazione (ossia in quanto fa pensare all'inclusione in una sfera criminosa anche della propaganda di puro pensiero e di pura opinione, ogniqualvolta possa comunque ad essa coordinarsi o semplicemente riferirsi un comportamento singolo che sia causa dell'evento ivi considerato, così da punire la propaganda persino se effettuata da un singolo in condizioni di insignificante rilievo e, sotto il profilo del tentativo, anche l'azione che sia rimasta al puro stato di manifestazione di pensiero o di opinione, non avendo potuto conseguire l'effetto che si proponeva”. Capisco che gli ammiratori di un Paese privo di una Costituzione possano non comprendere l’importanza di una tale fonte normativa e quella di una Corte chiamata a vigilare sulla relativa conformità delle leggi, quindi riproduciamo – per opportuna conoscenza di tutti  – il risultato dello studio “Conseguenze penali e civili in Italia del boicottaggio” effettuato dagli avvocati Canestrini e Corsi, un testo da leggere con attenzione.

Aspetti penali
L'art.507 del Codice penale recita: "Chiunque (...) mediante propaganda o valendosi della forza ed autorità di partiti, leghe ed associazioni, induce una o più persone a non stipulare patti di lavoro o a non somministrare materie o strumenti necessari al lavoro, ovvero a non acquistare gli altrui prodotti agricoli o industriali, è punito con la reclusione fino a tre anni". La condotta diventa penalmente rilevante solamente se si usi la propaganda o ci si avvalga dell'autorità e della forza di partiti, leghe o associazioni nei confronti di una o più persone. Si ritiene comunque che non divenga reato la propaganda negativa (qual è quella messa in atto dalla nostra campagna), promossa dalle associazioni dei consumatori,quando è finalizzata allo scopo di mettere in guardia i consumatori stessi dagli svantaggi di un prezzo eccessivo o di una scadente qualità o da conseguenze dannose.
È il caso previsto dall'art.52 del Codice Penale per cui "...non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa".
La Corte Costituzionale,con la sentenza nº 84/69 ha inoltre stabilito che l'art.507 del CP che stiamo esaminando, deve essere applicato solamente quando la propaganda investa l'ipotesi che assumano "dimensioni tali (...) da risultare veramente notevole". Altrimenti si finirebbe, infatti,con il punire la propaganda dei propri pensieri e opinioni,in palese contrasto con la libertà di pensiero tutelata dall'art.21 della Costituzione. La sentenza citata comunque riguardava il caso di un boicottaggio promosso da un singolo soggetto. Per quanto riguarda la promozione del boicottaggio promossa da partiti, leghe, associazioni,l'interpretazione da dare all'articolo che stiamo esaminando è quella di ritenere possibile il reato quando "...l'entità risultante dall'associazione di più persone (...) sia dotata di peso, effettivo o prospettato, rilevante".
Inoltre poiché l'interesse tutelato dall'articolo in questione è quello dell'economia nazionale, il boicottato deve rappresentare una forza produttiva della nazione. Deve dunque svolgere la sua attività, anche se straniero, nel territorio dello Stato o comunque a favore della produzione italiana. Non dovrebbe essere il caso della Nestlé anche se ciò dipende dalle partecipazioni azionarie del momento.
Per essere punibile, il boicottaggio deve essere commesso per i seguenti scopi: contrattuale, politico, solidarietà e protesta, coazione sull'Autorità (artt.502,503,504,505 del CP).
Fine politico: il fine politico deve essere lo scopo essenziale della campagna. La Corte Costituzionale con la sentenza n °290/74 ha ridotto la portata della norma per cui ormai si ritiene punibile solo quel boicottaggio il cui fine è quello di "...sovvertire la Costituzione o volto ad ostacolare l'esercizio della sovranità popolare".
Fine di solidarietà e protesta: è il caso del boicottaggio promosso esclusivamente come manifestazione ideologica di principio contro provvedimenti o fatti che riguardino altri datori di lavoro o lavoratori. Anche in questo caso, dato che, con sentenza n °123/1962, la Corte Costituzionale ha escluso l'illegittimità dello sciopero compiuto in solidarietà con altri lavoratori, anche la norma sul boicottaggio dovrebbe vere analogo ridimensionamento, non essendoci comunque precedenti. Si ricordi ad ogni buon conto che il boicottaggio è legittimo "quando si tratta di boicottare produttori o commercianti perché usano sistemi riprovevoli o perché i loro prodotti sono nocivi, ovvero perché la loro attività è altrimenti contraria agli interessi politici, morali ed economici della nazione".

Aspetti civili
L'art.2598 del Codice Civile e seguenti puniscono la concorrenza sleale definendola come quell'insieme di atti per cui vengono diffuse "...notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinarne il discredito". Il comportamento delle associazioni boicottanti da questo punto di vista rientra nella casistica, anche se le notizie da noi diffuse sono vere. È però elemento indispensabile che chi promuove il boicottaggio sia un imprenditore impegnato in un settore effettivamente in concorrenza. Qualcuno ha comunque avanzato l'ipotesi che si possa chiedere il risarcimento anche nei confronti di non imprenditori. Riteniamo che si debba escludere questa possibilità in quanto all'interesse dell'imprenditore,si contrappone l'interesse, tutelato dalla Costituzione, della collettività a che gli imprenditori non violino il diritto alla vita e alla salute dei destinatari dei loro prodotti. D'altra parte le attività delle associazioni promotrici del boicottaggio sono comunque una manifestazione della fondamentale libertà di pensiero e opinione.


La ricerca degli avvocati Canestrini e Corsi fa parte del materiale messo a disposizione dalla RIBN (Rete Italiana per il Boicottaggio della Nestlè), che conduce da anni un’attiva campagna contro la multinazionale alimentare. La RIBN aggiunge anche che “Fino ad oggi nessun organismo della campagna, sia a livello locale che nazionale, ha mai avuto problemi di questo genere, intendendo con ciò denunce scritte, esposti ecc. Vi sono stati, in alcuni casi, episodi di minacce in questo senso, mai tradottisi in denunce o esposti alla magistratura (sottolineatura nostra). In questi frangenti l'indicazione che diamo è quella di chiedere ai nostri interlocutori (Nestlé stessa, attraverso le sue varie articolazioni periferiche, ma anche associazioni di commercianti, sindacati di categoria ecc.) di mettere per iscritto le loro obiezioni e denunce, in modo da potersi difendere e dimostrare, anche eventualmente nei tribunali, la fondatezza della nostra iniziativa”.
Insomma, in un Paese civile, un conto è minacciare e intimidire, un altro procedere in un giudizio. Lasciamo Volli & Co. alle loro farneticazioni e rilanciamo la campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro l’occupazione e l’apartheid israeliano. Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.

Roma, 24.7.2009

Il Forum Palestina