Taci antisemita!

Riflessioni sull’uso strumentale della parola ‘antisemitismo’ nel dibattito politico di oggi

Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni,
ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti
Woody Allen, Harry a Pezzi

Oggi la parola ‘antisemitismo’, termine coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhem Marr, per definire la sempre più diffusa intolleranza antiebraica nella Germania del tempo, sta assumendo una funzione politica, che esula dal suo significato originario. Sta infatti perdendo gli iniziali caratteri definiti, per assumerne di nuovi, più sfumati e incerti.
Anzitutto bisogna ricordare che la parola ‘antisemita’, legata a un sentimento antiebraico, è da sempre molto imprecisa in quanto i semiti non sono soltanto gli ebrei, ma tutti coloro che parlano una lingua di ceppo semitico, ovvero anche gli attuali palestinesi. Ma indubbiamente è innegabile che sia sempre stata efficacissima nel definire quell’impulso odioso che è stato alla base della tragedia della Shoah.
In questo articolo non si vuole negare l’importanza di un fenomeno ancora attuale, che rischia di minare le fondamenta dei già fragili regimi liberali nei quali viviamo. Ma il problema squisitamente politico che si pone oggi è talmente diffuso che non si può fare a meno di riflettervi: in vero, è diventata abitudine frequente l’assegnare il marchio infamante dell’antisemitismo a chi osa criticare le scelte politiche e militari di Israele. Tutti siamo avvertiti: parlare di guerra in Medio Oriente e dire una parola ritenuta sconveniente dai nuovi censori, può risultare fatale per l’immagine pubblica di una persona, di un partito, di un gruppo, di un organo di stampa.

Non è un problema di confusione concettuale e politica, si tratta di una cosciente opera di mistificazione della realtà. Del resto tipica solo dell’occidente, visto che nessun media israeliano prenderebbe mai in considerazione chiunque tentasse di proporre una lettura del conflitto in corso basata su ragioni di xenofobia.
In Europa questo percorso è battuto da alcune lobbies, come il “Centro di monitorizzazione sul razzismo e la xenofobia” (EUMC) di Vienna; questo centro ha stilato una definizione operativa di antisemitismo, talmente vaga e indefinita da rendere potenzialmente chiunque passibile di essere segnato dalla vergogna. Recentemente la sezione olandese di “Ebrei europei per una giusta pace” (EJJP) si è mossa per contestare quella definizione, sezionandola frase per frase, fino a dimostrarne il carattere surrettizio finalizzato alla difesa dello stato di Israele: l’EUMC per esempio afferma che è antisemita “Usare due pesi e due misure, esigendo da esso [Israele] un comportamento che non ci si attende o non si richiede a nessun’altra nazione democratica”; Dror Feiler, portavoce dell’EJJP, risponde pubblicamente ai responsabili del centro viennese dicendo: “Questa è una formulazione che permettere di respingere ogni critica ad Israele per il fatto che non è simultaneamente applicata a tutti gli altri Stati che nello stesso tempo trasgrediscono ai loro obblighi. [...] La frase viene proposta, lo si voglia o meno per soffocare tutte le critiche, tranne le più limitate, agli atti del governo israeliano...” (fonte: Al-Awda-Italia).
In Italia invece questo lavoro viene portato avanti da una serie di persone che, oltre a difendere Israele, si fa alfiere della strategia belligerante di Bush, dell’affermazione del libero mercato e della globalizzazione più selvaggia.
A capo di questa schiera di infiammati sostenitori dell’imperialismo c’è Fiamma Nirenstein, giornalista italo-israeliana che si divide tra la Toscana e la colonia di Gilo in Cisgiordania, spesso impegnata nel volgare salotto di Giuliano Ferrara o a firmare editoriali per “La stampa”. E’ la portabandiera del sionismo più infuocato, impegnato a tacciare di razzismo tutti quanti gli avversarsi politici. Recentemente ha pubblicato alcuni lavori (tra i quali il libro Gli antisemiti progressisti) nei quali si sforza di dimostrare che il sostegno di parte dell’opinione pubblica occidentale alla causa palestinese è viziato da una serio fondamento antisemita; non solo, ma in sostanza afferma, pur negandolo, che chiunque oggi osi criticare le politiche dei governi di Tel Aviv è contaminato da questo germe incurabile.
Le affermazioni di Fiamma Nirenstein sarebbero intellettualmente e culturalmente insignificanti se, purtroppo, il nostro paese non desse loro tanto peso. In Italia, interessi politici, economici, oltre che una preoccupante deriva culturale, fanno sì che certe posizioni tanto fragili quanto intransigenti riscuotano un certo ascolto. Al punto che un personaggio professionalmente trascurabile come la Nirenstein arriva a ricevere riconoscimenti ufficiali e persino uno spazio a proprio uso e consumo nella programmazione pomeridiana della televisione pubblica.
Nirenstein in un articolo pubblicato sulla rivista Liberal (“Il nuovo antisemitismo”, 27 ottobre 2003) ha espresso una summa del proprio pensiero. Uno dei passaggi chiave recita: “La sinistra si è dimostrata la vera culla dell’attuale antisemitismo. Quando parlo di antisemitismo, non mi riferisco alle legittime critiche rivolte contro lo Stato di Israele, bensì all’antisemitismo puro e semplice, talvolta accompagnato anche da critiche: criminalizzazione, stereotipi e menzogne specifiche o generiche, che da menzogne sugli ebrei (cospiratori, assetati di sangue, dominatori del mondo) hanno ampliato il loro raggio e sono diventate menzogne su Israele (Stato cospiratore e sfrenatamente violento)…”.
Di fatto, Fiamma Nirenstein afferma che è lecito criticare un governo e uno Stato, ma che ci sono dei limiti oltre i quali una critica radicale non può spingersi, senza legittimare dubbi di pregiudizi atavici. Naturalmente il compito di stabilire se una critica sia troppo audace spetta ai nuovi censori, benché spesso non brillino per moderazione e equilibrio.
Nirenstein non esita a fare un ulteriore passo avanti: in un vero capolavoro dialettico, la cui costruzione è a metà strada tra il linguaggio bilioso di Oriana Fallaci e la disinformazione di certi regimi totalitari, sgombra il campo da qualsiasi critica al governo di Tel Aviv. “Dovete dimostrare concretamente – dice - quello che affermate: che l’esercito assalta senza pietà poveri villaggi arabi che non hanno niente a che fare con il terrorismo; che uccide di proposito i bambini, e che si diverte a far fuori i giornalisti. Non ci riuscite? Avete definito gli eventi di Jenin un massacro? Allora siete degli antisemiti, proprio come i vecchi antisemiti che fate finta di odiare”.
Vale a dire che su quanto avvenuto a Jenin dovrebbe metter bocca solo chi era presente fisicamente: ovvero, i militari israeliani e i residenti del campo-profughi palestinese. Ma siccome questi ultimi, o sono morti, oppure, se sono sopravvissuti, sono ostinatamente antisemiti, il dibattito ‘democratico’ su quella tragedia può essere affidato solo all’esercito israeliano, parola di Fiamma.
Quindi, onde evitare accuse spiacevoli, qui ci si accontenta di consigliare ai lettori lo straordinario saggio Distruggere la Palestina di Tanya Reinhart (2004, Marco Tropea Editore), israeliana, giornalista e docente all’Università di Tel Aviv. A meno che anche Reinhart sia viziata dal ‘germe incurabile’, cosa che ci pare da escludere, la ricostruzione dettagliata dei fatti di Jenin e degli ultimi dieci anni di conflitto israeliano-palestinese, possono dare un fondamentale contributo alla comprensione di quanto avviene oggi in medio oriente e gettare una luce più realistica sulla credibilità della Nirenstein e, in generale, dell’informazione in Italia.
Soprattutto non si correrebbe il rischio di credere che Israele sia la vittima sacrificale di questo conflitto, non si cadrebbe nell’errore di credere quanto la Nirenstein continua ad affermare: “…Ogni Paese ha il diritto di difendersi. Nel corso della storia, soltanto agli ebrei è stato negato questo diritto, e così avviene ancora oggi”. E’ la Palestina che non ha diritto a uno Stato, non Israele; è la Palestina che non ha diritto di difesa; è la Palestina che non ha acqua; che non ha diritti; che non ha sicurezza; che non ha né speranza, né futuro. E questo lo dicono decine di risoluzioni delle Nazioni Unite, Tribunali nazionali e internazionali, associazioni umanitarie che lavorano sul campo.
Il 13 maggio di quest’anno è stato diffuso un appello di accademici contro l’antisemitismo; tra loro Simona Colarizi, Ernesto Galli Della Loggia, Renato Mannheimer, Nicola Tranfaglia. Si tratta di un appello contro il boicottaggio delle Università e dei docenti israeliani, promosso da un’associazione accademica inglese. Si tratta di un appello che ha fatto tanto clamore, benché intellettualmente miserrimo. Si mette all’indice il razzismo degli altri calpestandolo col proprio, si chiede rispetto per una parte, fomentando l’odio verso l’altra.
Non si discute, sia chiaro, la libera critica delle scelte dei governi dello Stato d’Israele. Ad essere in discussione è la forma che spesso assume la critica nei confronti dello Stato d’Israele, i diversi pesi e le diverse misure utilizzati per argomentarla, i luoghi comuni che animano la scena del discorso, il gioco perverso dei simboli, con le vittime che si trasformano in carnefici. Per non parlare della falsificazione dei fatti, la demonizzazione di una parte rispetto all’altra, quando invece le parti avrebbero bisogno di essere aiutate a riscoprire la comune tragedia, attraverso la ricerca del dialogo per una soluzione pacifica e politica del conflitto”.
Un discorso apparentemente vago, che a un’attenta lettura risulta al contrario particolarmente ammiccante: come non leggere qui il riferimento a quei giovani che indossano la kefia? Come non pensare a posizioni radicali che, al di là dei debiti distinguo, hanno il coraggio di scelte etiche di campo? Ma soprattutto, come si può accettare che chi sostiene lo Stato di Israele, la cui propaganda ha una straordinaria presa nei media della maggioranza dei paesi occidentali, pretenda di parlare di falsificazione e di ribaltamento del ruolo di vittima-carnefice? In parole povere i firmatari di questo appello chiedono agli altri di non fare quello che loro, al contrario, fanno quotidianamente.
E ancora: “Dalla tragedia del conflitto mediorientale si esce con una composizione politica fondata sul riconoscimento dei rispettivi diritti, riparando i torti, riscoprendo valori comuni e della pietas, ridando voce alla speranza di una riconciliazione profonda, politica e religiosa, facendo appello alla fratellanza, rifiutando la deriva dell’antisemitismo”. Questo discorso così politically correct appare quantomeno fuori luogo. In che modo si può accettare che chi sostiene un paese che da trentotto anni sta compiendo un occupazione militare e politica di un territorio, in barba a qualsiasi diritto internazionale, possa parlare di riconciliazione e fratellanza? Il pacifismo non è patrimonio individuale della coscienza di anime belle, il pacifismo è assunzione di responsabilità. Quelle responsabilità che Israele e i suoi sostenitori non vogliono prendersi da ormai troppo tempo; senza l’assunzione delle quali è improponibile una risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Non per caso il discorso si chiude col canonico riferimento all’antisemitismo.
Effettivamente il problema antisemita nella società occidentale pur esiste. Più in altri paesi, che non in Italia, ma pur sempre anche in Italia. E la questione va affrontata; ma non criminalizzando le persone e le realtà politiche che fanno del sostegno alla causa palestinese una ragion di vita, frutto quasi sempre di studio, di interesse, di ricerca, di impegno, non privo di conflitti interiori; ma andrebbe affrontato invece laddove esiste davvero, nelle sacche d’ignoranza degli ambienti sottoproletari delle periferie, dove il neofascismo, la xenofobia e l’intolleranza hanno purtroppo grande presa.  Ma quella dell’emarginazione sociale come strumento di controllo politico è una questione di tale portata, che certo non può essere affrontata in questa sede.
Ciò che qui interessa è capire la valenza politica della parola ‘antisemita’ nella scena politica italiana, ovvero un strumento di battaglia surrettizio per chi sostiene la causa di Israele contro quella palestinese. Uno strumento sostanzialmente privo di riscontri nella realtà della sinistra, ma inconfutabile in quanto vago e indefinito e mai riferito a persone o a gruppi determinati. A meno che non si tratti di piccoli gruppi che non hanno la possibilità di replica nei grandi media. Di conseguenza, ogni occasione è buona per tacciare di antisemitismo un gruppo di studenti, una piccola associazione, un centro sociale, ogni volta che questi si permettono di organizzare iniziative che contestino la politica dei governi israeliani.
Il caso della contestazione dell’ambasciatore Ehud Gol, avvenuta il 22 febbraio scorso nel polo universitario delle scienze sociali a Firenze, è emblematico. Una contestazione rumorosa, sì, ma inequivocabilmente rivolta a contestare le politiche del governo Sharon, è stata trasformata in modo meschino in uno strumento per dimostrare la diffusione e la pericolosità dell’antisemitismo. Su molti giornali una contestazione anti-israeliana è diventata “un’aggressione antisemita”. A Ehud Gol, celebre per il disprezzo che prova verso il paese che lo ospita, si sono uniti Leonardo Domenici, Claudio Martini, Riccardo Nencini, Marcello Pera, Pier Ferdinando Casini e persino Silvio Berlusconi (che ospita nella propria squadra di ministri Mirko Tremaglia, già combattente per la Repubblica di Salò). Si è giunti nel ridicolo più totale quando tutti i giornali hanno riportato la dichiarazione dell’ambasciatore secondo cui i contestatori sarebbero stati finanziati dai servizi segreti arabi. Nessun giornalista ha avuto il garbo di cogliere la contraddizione tra i due presunti moventi.
L’unica voce contro questa schiera di regine del tua culpa è stata quella dello scrittore Antonio Tabucchi, che dalle pagine de La Repubblica (“Caro ambasciatore, legga la storia della Toscana e degli ebrei”, 27/2/2005) scrive una lettera aperta all’ambasciatore israeliano: “Signor Ambasciatore, [...] nelle università della Toscana, studiosi, scrittori, scienziati, intellettuali Ebrei insegnano o vengono frequentemente a fare lezioni e conferenze da Israele e da molti Paesi del mondo, e a nessuno verrebbe in mente di “contestarli” a meno che non gli desse di volta il cervello. Mi permetta di dirle che lei è andato all´Università di Firenze non in quanto studioso, che può essere Ebreo o Cristiano o Musulmano e nessuno ha niente da ridire, ma nella sua veste istituzionale di ambasciatore, cioè di funzionario di un governo (peraltro democraticamente eletto). In quanto tale non può essere altro che il portavoce della linea del governo che Lei rappresenta”. E ancora: “Signor Ambasciatore, per il ruolo che Lei ricopre, quando parla in pubblico non può esprimere una sua opinione (ammesso che abbia una opinione tutta sua), ma solo l´opinione del governo che Lei rappresenta. Perciò, all´interno di un´università, la sua non è una conferenza, è un comizio.
Gli strascichi di questa vicenda vedono oggi dieci studenti sotto processo con l’accusa di schiamazzi, come se si potesse ricondurre una vicenda squisitamente politica a un mero fatto di ordine pubblico: vale a dire che d’ora in poi chi si permetterà di contestare un Rettore, un ambasciatore, un sindaco o un poliziotto, o un’autorità in genere, dovrà rispondere della vergognosa colpa di aver disobbedito. E questo nella migliore delle ipotesi: speriamo infatti che questo processo non sia per quegli studenti proprio una punizione per aver contestato Israele senza aver dato adito a qualsiasi sospetto di antisemitismo.

Giulio Gori

Articolo pubblicato su DEA – Didattica Espressione Ambiente – Novembre 2005