Israele sdogana apartheid e segregazione e diventa un modello per regimi autoritari di destra

da: Il Netanyahuismo sta vincendo in Israele – e a livello mondiale

di Max Fisher e Amanda Taub, The New York Times, 11 aprile 2019.http://www.assopacepalestina.org/2019/04/il-netanyahuismo-sta-vincendo-in-israele-e-a-livello-mondiale/ 17 Aprile 2019

 Guardando le elezioni in Israele, ci siamo scoperti a pensare alle parole di un controverso saggio del 2003 dello storico Tony Judt.

L’identità nazionale israeliana, “in cui gli Ebrei e la religione ebraica hanno privilegi esclusivi dai quali i cittadini non ebrei sono categoricamente esclusi,” scrisse Judt, rese il paese “un anacronismo”.

Secondo Judt, la visione che Israele ha di se stesso come paese fatto da e per un singolo gruppo demografico “è radicata in un altro tempo e luogo,” aggiunse, definendo Israele un ostinato resistente aggrappato al passato in mezzo a “un mondo che è andato avanti”.

In quegli anni la democrazia liberale, in cui tutti i cittadini sono destinati ad essere uguali, stava crescendo a livello globale. Allo stesso modo crescevano le norme globali che sottolineano i diritti universali e la cooperazione internazionale. Il nazionalismo vecchio stile basato sulla razza e le rigide gerarchie sociali erano visti come in declino.

Si capisce allora perché, secondo Judt, Israele sembrava rimasto aggrappato a modi vecchi e forse condannati. La identità di Israele come dichiaratamente ebrea e l’occupazione decennale dei Palestinesi non sembravano al passo con il mondo moderno.

Le cose appaiono molto diverse oggi. Israele, lungi dall’essere un anacronismo, si è rivelato un precursore. Non è Israele ad assomigliare sempre più ad altre democrazie, sono le altre democrazie a sembrare sempre più simili a Israele.

Netanyahu salì al potere negli anni ’90 facendosi portavoce dello scetticismo e della paura di qualunque tentativo di pacificazione con i Palestinesi, un sentimento comune tra gli Ebrei israeliani nazionalisti ortodossi e laici.

Da quel momento dentro e fuori dal potere per circa 20 anni, Netanyahu ha giocato quello che molti diplomatici americani sospettavano fosse un doppio gioco. All’estero o esprimendosi in inglese, enfatizzava il sistema democratico israeliano, la speranza di arrivare ad una pace con i Palestinesi, nonché il suo rispetto per le norme e le regole internazionali. A casa e parlando alla sua base, tipicamente in ebraico, prometteva un trattamento severo dei Palestinesi, e l’espansione degli insediamenti soffocando la Cisgiordania e mettendo in guardia verso gli elettori arabi israeliani.

Per qualche tempo è sembrato che entrambe le visioni di Israele avessero almeno una parte di verità, anche se le azioni di Netanyahu suggerivano che era personalmente più attratto dalla visione che aveva dato alla sua base di lingua ebraica. Dopo tutto, entrambe le visioni erano presenti alla fondazione di Israele nel 1948, sostenute da leader fondatori che credevano, forse idealisticamente, che la democrazia liberale e l’etno-nazionalismo ebraico potessero coesistere.

Netanyahu ha vinto non solo in Israele ma sta vincendo ben oltre Israele.

Ha vinto in Israele in quanto le persone godono di una relativa sicurezza, di un’economia in piena espansione, di legittimità internazionale – e tutto a costo zero (1)

Nello stesso tempo gli elettori in tutto il mondo si stanno radunando attorno a governanti dal pugno di ferro che promettono di proteggere il “noi” – di solito definito, almeno implicitamente, secondo criteri razziali, etnici e religiosi – controllando o espellendo le minoranze o gli outsider culturali, così sfortunati da essere categorizzati come “loro.”

Sempre più spesso, sfidare l’ordine internazionale, con le sue restrizioni idealistiche su tutto (dall’uso della forza agli obblighi dello stato verso i rifugiati), è visto come un punto a favore.

I movimenti e i leader nazionalisti di destra in tutto l’Occidente stanno ponendo un’enfasi crescente non solo sulla protezione degli interessi di Israele, ma anche sull’emulazione della sua politica.

In questo c’è molto di più di semplici atteggiamenti evangelici pro-Israele o di puri interessi strategici in Medio Oriente. L’etno-nazionalismo vecchio stile di Israele e il suo intransigente trattamento dei Palestinesi, una volta una colpevole responsabilità a livello internazionale, sono diventati una risorsa.

Il governo populista ungherese, ad esempio, un giorno alimenta le teorie cospirative antisemite e l’altro enfatizza il suo rapporto speciale con Israele.

Il legame che unisce questi governi sembra essere, come si evince dalle affermazioni di reciproca lode che i propri leader si fanno, la convinzione condivisa nell’etno-nazionalismo duro e una volontà, persino un desiderio, di sfidare un consenso liberale internazionale che dice loro di rispettare i diritti delle minoranze e degli stranieri.

In Brasile è sorprendente vedere il nuovo leader di estrema destra, Jair Bolsonaro, citare ripetutamente Israele come alleato e modello – sebbene il Brasile abbia pochi interessi reali nella regione o concreti collegamenti con il lontano Israele.

Per Bolsonaro, che ha ripetutamente elogiato la dittatura militare del suo paese e incoraggiato misure severe di polizia, l’attrazione verso Israele non è fondamentalmente di tipo religioso o strategico.

Quello che attrae di Israele è il suo sfacciato uso della forza e la sua orgogliosa sfida all’ordine liberale internazionale, con le sue regole e le sue richieste di pluralismo e tolleranza. In particolare, quello che interessa Bolsonaro è l’abbraccio del nazionalismo di destra da parte di Israele, visto come una identità forte quasi quanto la sua ebraicità. Recentemente in Israele, Bolsonaro ha dichiarato che i nazisti erano stati di sinistra.

E Israele gode di un sostegno senza precedenti da parte dell’amministrazione Trump su politiche che i passati governi americani hanno scoraggiato quali la rivendicazione di sovranità di Israele su tutta Gerusalemme, dove Stati Uniti hanno incoraggiato anche altri paesi a trasferire anche le loro ambasciate o l’annessione di parti della Cisgiordania.

Se c’è un architetto di questo nuovo ordine nazionalista pro-israeliano, è Benjamin Netanyahu, il primo ministro del paese.

Netanyahu ha ereditato un Israele che aveva molti più alleati e un’accettazione internazionale maggiore di quanto non abbia ora. Ma ha dato vita a una rete di alleati che, pur essendo piccoli, abbracciano Israele così com’è – etno-nazionalista, sfidante in modo imperdonabile del diritto internazionale, sempre meno interessato a porre fine all’occupazione dei Palestinesi che dura ormai da 50 anni – piuttosto che Israele come potrebbe un giorno essere.

Dopotutto, prima di Netanyahu gli alleati di Israele hanno condizionato il loro sostegno alla promessa che un giorno il paese avrebbe raggiunto la pace, concesso pieni diritti ai Palestinesi dentro e fuori i suoi confini e che si sarebbe pienamente conformato al diritto internazionale di guerra – che Israele avrebbe cessato di essere, come lo definiva Judt, un anacronismo.

Ma Israele non deve più cambiare natura perché, grazie all’aumento del populismo di destra e del nazionalismo nel mondo, Israele non è più un anacronismo. Questa è la grande vittoria del Netanyahuismo e potrebbe durare a lungo, indipendentemente da quello che succederà a Netanyahu.

Netanyahu con Orban

(1)Haggai Matar, direttore dell’israeliano @972mag, il 15 aprile 2019 intitolava: “Cinque ragioni per cui votare Netanyahu è stata una scelta razionale per gli ebrei israeliani” dove le 5 ragioni sono:

1.Sicurezza: con Netanyahu gli uccisi israeliani rispetto a quelli palestinesisono diminuiti dal 17% al 5%

2.Economia: Negli ultimi 10 anni di governo del Likud, il salario minimo di base in Israele è salito di oltre il 45%.

3.Relazioni estere:alleanze con governanti autoritari dell’Europa orientale come l’ungherese Orban, normalizzazione con gli Stati arabi, dall’Oman all’Arabia Saudita, stretta amicizia con Putin e Trump.

4.Paura: paura del trattato con l’Iran come imminente minaccia all’esistenza di Israele, pur basata su menzogne; paura, tra gli ebrei israeliani, che la soluzione sia dei due Stati che di un solo Stato significherebbe rinunciare almeno ad un certo grado di potere, privilegi e supremazia ebraici. La pace richiederebbe a Israele di pagare un prezzo – non lo status quo.

5.Mancanza di un’alternativa: Benny Gantz aveva una piattaforma non dissimile da quella del Likud

(http://www.bocchescucite.org/cinque-ragioni-per-cui-votare-netanyahu-e-stata-una-scelta-razionale-per-gli-ebrei-israeliani/ bocchescucite):


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