Mia sorella, una colona in Cisgiordania

“Da mia sorella, tra i coloni in Cisgiordania” di Arnon Grunberg- estratto-

Internazionale 1297 | 8 marzo 2019

ARNON GRUNBERG è uno scrittore olandese di origine ebraica. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Terapie alternative per famiglie disperate (Bompiani 2019). Una versione di questo articolo è uscita a puntate su Haaretz con il titolo “A settler sister on the West Bank”.

Nell’ottobre scorso ho scritto un articolo per il quotidiano israeliano Haaretz sulla mia intenzione di passare un po’ di tempo con mia sorella nell’insediamento religioso che lei considera casa sua, Dolev. L’articolo ha irritato mia sorella e, a quanto pare, anche altri residenti di Dolev. Mi ha mandato un messaggio in cui diceva di avere la sensazione che volessi prenderla in giro scrivendo che ho perso il conto dei suoi nipoti. E anche la frase “produrre bambini ebrei” l’aveva addolorata. Lei e suo marito mi avevano detto più volte che noi umani siamo sulla terra per procreare.

Di fatto, mia sorella mi ha detto più di una volta che pregava ogni giorno perché trovassi una moglie ebrea, al che rispondevo che se insisteva a pregare per me poteva almeno farlo per qualcosa che mi sarebbe piaciuto ricevere: il premio Nobel, per esempio…

Mia sorella voleva sapere se avevo progettato di visitare Dolev per fare la spia per la ong israeliana Breaking the silence, contraria all’occupazione, dal momento che un paio d’anni prima avevo accettato un invito di questa organizzazione a viaggiare nei Territori occupati. Di quel viaggio non avevo parlato con mia sorella, lo aveva scoperto leggendo Haaretz.

Per rompere il ghiaccio la mia ragazza, Roos, aveva mandato un’email a mia sorella prima del nostro viaggio. Per rompere il ghiaccio interconfessionale, Roos spiegava di volersi convertire all’ebraismo, sotto gli auspici di una sinagoga riformata di New York. Per mia sorella, l’ebraismo riformato è quello che il papa era per Lutero: demoniaco. Ma con mia grande sorpresa, mia sorella ha apprezzato lo sforzo e mi ha detto che l’email della mia ragazza l’aveva fatta piangere di gioia.

La segregazione politica del territorio è facile da ignorare. all’inizio del ventunesimo secolo, l’autobus da Gerusalemme a Dolev passava attraverso la città palestinese di Ramallah e qualche volta poteva essere colpito da una sassata, il che amplificava il leggero brivido di entrare in una zona di frontiera che qualcu-       no considerava pericolosa. Oggi, grazie a nuove strade di accesso costruite per i coloni, l’altro, il palestinese, è diventato quasi completamente invisibile. Non c’è e non se ne parla mai. A parte quando c’è un attacco, com’è successo durante la mia visita. Al che mia sorella aveva commentato: “Vedi, è per questo che la pace non ci sarà mai”…

Sono sorpreso da quanto mia sorella s’identifichi con la cosiddetta “seconda generazione” – i figli dei superstiti dell’olocausto – e quando cerca d’inserirmi in questa categoria non riesco a restare zitto. “Non mi considero una vittima”, dico, “e la mia identità è molto più complessa”.

Suo marito ci dice che, secondo la Torah, tutti gli ebrei dovrebbero vivere in Israele. Per lui il sionismo è semplicemente un’estensione della Torah. Per me, il sionismo è stato un tentativo d’impedire l’eliminazione fisica di tutti gli ebrei d’Europa.

Il sabato sera un altro abitante di Dolev, un matematico, viene a casa di mia sorella per parlare con me. Il mio articolo lo ha fatto arrabbiare. Secondo lui io sono convinto che tutti i coloni siano ignoranti, stupidi, bigotti e fanatici, e mi dice che sono stato ingrato con mia sorella scrivendo quell’articolo. Durante la conversazione emergono delle divergenze tra mio cognato e il matematico. Anche se le sue opinioni politiche sono influenzate dalle sue convinzioni religiose, il matematico non cita quasi mai la Torah, parla perfino dei palestinesi con una certa simpatia – “Capisco le loro difficoltà” – e afferma di poter immaginare di vivere in un posto diverso da Dolev. Non esiste un unico colono, ripete, ci sono tanti coloni diversi. “Ma tu e Haaretz ci avete fatto diventare un cliché”.

Qualche anno fa, uno storico scrisse su Volkskrant, un giornale olandese, che quelli che si appropriano della terra altrui non dovrebbero lamentarsi se vengono uccisi. Le sue osservazioni erano dettate dall’uccisione di una famiglia di coloni in Cisgiordania. Io gli risposi, sempre per Volkskrant, di non essere sicuro che, malgrado tutte le nostre differenze, mia sorella colona davvero non dovrebbe avere il diritto di lamentarsi se qualcuno cercasse di ucciderla perché è una ladra di terra.

Alcuni anni dopo ho assistito alla marcia di Gerusalemme che celebra “l’unificazione” della città dopo il 1967 insieme ad alcuni esponenti di un movimento religioso giovanile di destra, Bnei Akiva, a cui da ragazzo avevo aderito senza troppo entusiasmo. Appena i marciatori hanno capito che ero un giornalista al servizio di “media stranieri”, hanno cominciato a trattarmi sostanzialmente come un traditore e mi hanno allontanato dal corteo. La maggior parte dei giovani ed entusiasti marciatori si sono rifiutati di parlarmi, solo un ragazzo che si definiva “un portavoce ufficiale” ha accettato d’intavolare una conversazione che non si è rivelata un granché. Qualunque domanda gli rivolgessi, la sua risposta invariabilmente era: “Può dirmi perché lei è un ebreo che odia sé stesso?”…

Mia sorella sa chi sono i suoi nemici. Prima di tutto odia i tedeschi, anche se i nostri genitori erano tanto tedeschi quanto ebrei, ed entrambi si consideravano ebrei tedeschi. I nostri genitori ce l’avevano con gli ebrei olandesi per come avevano accolto (a malincuore?) e trattato gli ebrei tedeschi prima e dopo la guerra…

Oltre ai tedeschi, mia sorella considera nemici anche gli arabi, anche se non ne parla quasi mai. Prima della seconda intifada, un palestinese di un villaggio vicino veniva a Dolev per vendere della verdura. Mia sorella ne parla quasi con affetto: “Vendeva la verdura a credito”, dice, “ma poi ha smesso di venire perché gli altri palestinesi lo avrebbero ucciso”.

Il nemico invisibile in passato appariva in veste di fruttivendolo gentile, ma ovviamente quell’uomo era un’eccezione. Suo marito ci dice: “Quando deporremo le armi, saremo ammazzati tutti. Quando gli arabi deporranno le armi, ci sarà la pace”. L’oggetto d’amore e il nemico hanno qualcosa in comune. Meno ne sappiamo, più è facile proiettare su di loro tutte le nostre fantasie.

Io credo fermamente che si debba parlare con tutti.

Mia sorella non farebbe la differenza: tedeschi, arabi, musulmani, nemici. Però è disposta a trattare la mia ragazza non ebrea con il massimo della gentilezza, come se fosse parte della famiglia. Più ti avvicini all’altro, più vedi le vulnerabilità, i paradossi, le contraddizioni…

Io capisco che la vera barriera tra noi non sono le sue opinioni politiche. Sì, penso ancora che gli insediamenti siano un ostacolo alla pace, ma ci sono molti altri ostacoli. Secondo me gli insediamenti sono ingiusti, ma probabilmente dobbiamo affrontare una moltitudine di ingiustizie ancora più urgenti in questo mondo.

La barriera che ci divide è più sostanziale e va oltre la religione. Per me, il mondo e l’umanità sono fondamentalmente rotti, e non c’è modo di superare questa rottura, non esiste una vera guarigione, non ci sarà un futuro con un mondo intero e non rotto, non esiste una soluzione messianica, né per la politica né per la vita religiosa. Per me l’accettazione di questa rottura, della tragedia e dell’incertezza, è fondamentalmente ironica: sai di camminare sulle sabbie mobili, e riconoscendo l’imperfezione di tutti i tentativi di dare un senso alla vita accetti che i tuoi stessi tentativi possano essere sbagliati o infruttuosi. La commedia umana non è solo sanguinosa ma anche ironica, e riconoscendo il buffone in te stesso non provi più disprezzo per il comportamento buffonesco degli altri. E riesci a vivere con questa rottura, riesci perfino a viverci bene…

Una delle mie ultime serate in Israele la passo in un bar di Tel Aviv con un conoscente, lo scrittore israeliano Nir Baram. Mezzo ubriaco mi dice scherzando: “Tu ci tieni ancora a questo paese. Noi siamo già oltre”. Come se uno potesse avere a cuore Israele solo se non ci vive, il che per me ha senso. Il disimpegno e il distacco sono strategie di sopravvivenza efficaci e spesso necessarie.

Ovviamente è una battuta, ma c’è sempre qualcosa di più in una battuta. Sì, io ci tengo ancora; spesso i miei sentimenti sono di vergogna e disgusto, però ci tengo davvero. Anche se credere in uno stato nazione – qualunque stato nazione – mi sembra ancora più al di là dei limiti del possibile che credere in dio.

La mia opposizione al nazionalismo, alla tesi che gli esseri umani devono sempre identificarsi come membri di questa o quella comunità significa che non è solo con mia sorella che non sono d’accordo.

Ci sono molte persone, come certi miei amici olandesi, convinti che la mia avversione al nazionalismo sia snobistica, elitaria e forse addirittura pericolosa. E forse hanno ragione, forse è elitario credere di non aver bisogno dello stato nazione, di essere al di sopra del tribalismo. Ma gli stati e le tribù sono astrazioni, non si slogano una caviglia, non hanno il crepacuore, non sanno cos’è una parentesi comica.

Il cliché umanitario che si debba amare il genere umano è abbastanza screditato. Ma come puoi avere a cuore le persone intorno a te se ti rifiuti di avere a cuore gli individui che non appartengono alla tua tribù, al tuo gruppo, al tuo stato, come puoi tenerci se credi che il mostro sia sempre l’altro, come puoi tenerci se non capisci che il nemico vive anche dentro di te? Se accetti il concetto di noi contro loro, della guerra perpetua, non hai a cuore le persone e basta.


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