Israele: Occupazione digitale e cyber-spionaggio (parte 1)

https://www.jungewelt.de/artikel/350339.digitale-besatzung.html

https://7amleh.org/2019/01/17/7amleh-launches-palestine-digital-activism-forum-shrinking-digital-spaces-and-digital-tools-for-social-change/

In Israele, le tecniche di sicurezza informatica sono ampiamente utilizzate per monitorare i palestinesi. Con ciò si è sviluppato un settore industriale redditizio

di Sönke Hundt

E-mail, telefono, Facebook, Youtube, Twitter e Instagram sono diventati sempre più importanti per i palestinesi in Israele, Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come mezzo di comunicazione - soprattutto perché la popolazione è limitata nella libertà di movimento. Ma la comunicazione digitale apre anche la possibilità di sorveglianza. Israele -con il suo apparato di sicurezza di intelligence, militari, polizia, amministrazione civile, enti pubblici e aziende private- non solo intraprende enormi sforzi per controllo e padronanza delle varie reti di comunicazione, ma l’ha trasformato in un’industria di esportazione molto redditizia.

Gideon Levy scrive il 16 febbraio scorso in "Haaretz": "Sviluppata negli ultimi anni, l'industria della sicurezza informatica è l’orgoglio di Israele - e nata direttamente dalla pratica di decenni di occupazione. I veterani dei servizi di intelligence sono la nuova élite, gli eroi del nostro tempo, (...) sono il futuro orgoglioso delle nostre industrie high-tech. Chi non vuole che suo figlio o sua figlia serva nella “8200” (unità di sicurezza informatica dell'esercito)? Chi non è orgoglioso del lavoro del Mossad? "

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-for-israel-s-golden-intel-boys-it-starts-with-terror-and-ends-with-greed-1.6939230

Base 8200

Arrestata per una poesia

Il Centro Arabo per l’Avanzamento dei Social Media ha informato e discusso a Ramallah durante l’ " Digital Activism Forum palestinese 2019" dal 16-18 gennaio 2019 il cyber control e tecniche di sorveglianza. Il forum è stato sostenuto dall'Associazione per la comunicazione progressiva (APC), Amnesty International, Human Rights Watch e Deutsche Welle (TV e radio ted.)

Che e come le nuove tecniche di sicurezza informatica sono utilizzate e come funzionano, ha rilevato il caso della poetessa Dareen Tatour,una palestinese (con passaporto israeliano) che vive a Reineh, vicino a Nazareth. Il suo caso ha attirato l'attenzione internazionale e ha portato a grandi proteste. Gideon Levy riferì sulle circostanze del suo arresto e della sua condanna a Haaretz. (21.5.2016). Alle quattro del mattino, la polizia fece irruzione nella casa della famiglia di Dareen.. È stata ammanettata, il suo computer e il suo cellulare sono stati confiscati. Durante i prossimi sette mesi, è stata imprigionata in tre diverse prigioni ed è stato poi messa per un anno e mezzo fino all'inizio del suo processo agli arresti domiciliari con braccialetto alla caviglia elettronica e senza accesso a Internet. Al suo processo nel giugno 2018 è stata condannata a cinque mesi di prigione dal tribunale distrettuale di Nazareth (e rilasciata nel settembre 2018). Che cosa aveva fatto di sbagliato? È stata condannata per "incitamento alla violenza e sostegno a un'organizzazione terroristica" - a causa di tre post su Facebook e un video di tre minuti su Youtube, dove ha recitato una delle sue poesie. 

La poesia (estratto)

Resisti, mio popolo, resisti!

A Gerusalemme, ho vestito le mie ferite e ho soffiato sui miei dolori

E ho portato l'anima nel palmo della mia mano

Per una Palestina araba.

Non soccomberò alla "soluzione pacifica"

Non abbasserò mai le mie bandiere…

Resisti, popolo mio, resisti.

Resisti al furto del colono

E segui la carovana dei martiri….

https://www.youtube.com/watch?v=R1qnlN1WUAA

https://arablit.org/2016/04/27/the-poem-for-which-dareen-tatours-under-house-arrest-resist-my-people-resist-them/

Dareen Tatour è stata stordita dalla lunga detenzione e la sentenza.

"Non ho mai pensato che avrei potuto essere arrestata per una poesia. [...] Io non posso vivere senza le mie poesie. So che non mi lasceranno più in pace. Tutto quello che scrivo monitoreranno e controlleranno. Vogliono che smetto di scrivere. Ma non riesco a smettere di piangere i miei compagni di ventura assassinati. Voglio continuare a scrivere poesie. Farò perciò cosa farebbe qualsiasi scrittore che vuole essere libero: lascerò il mio paese. Dovrò vivere altrove. " (Haaretz 20/09/2018)

Non un caso isolato

Tatour non è un caso isolato, è solo un esempio di ciò che è stato chiamato nel già citato "Palestinian Digital Acitivism Forum" come "occupazione digitale". Su richiesta del governo israeliano sia singoli post o interi account vanno cancellati dai principali piattaforme di social media. "Rappresentanti ufficiali israeliani si vantava pubblicamente di come può essere docile Facebook quando si tratta di ordini di censura da parte di Israele," si legge in un rapporto del sito di notizie L'Intercept. Nel marzo 2017 l'intero account di Facebook Fatah con milioni di followers è stato temporaneamente bloccato. Secondo questo rapporto su una pagina si vedeva una vecchia foto di Yasser Arafat, che gli mostrò con un fucile in mano.

Le ragioni, che vengono elencate dalle autorità israeliane per questo tipo di censura, sono sempre simili: si tratta di "incitement", cioè l’istigazione al terrorismo. L'accusa di "incitamento" è usata in modo asimmetrico; viene usata solo contro i palestinesi. Se coloni ebrei radicali nei social media chiamano alla violenza diretta con parole come "ammazzare" “assassinio”, "bruciare", non viene contestata. In questo caso nessuna censura viene applicata.

Traduzione: Leonhard Schaefer (segue)


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