Otto Stati Ue nel Consiglio Onu avvertono Washington, dalla soluzione dei due Stati non si torna indietro

Umberto De Giovannangeli, 19/12/2018

http://www.bocchescucite.org/italia-contro-laccordo-del-secolo-promesso-da-trump-per-israele-e-palestina/?fbclid=IwAR0m5ADZbmdSJrE3ws6ljDV2CeW2BJ_cDn-7W0zN2z7xwIHQ8_3YExrPv_Q

Italia, Francia, Olanda, Polonia, Svezia, Regno Unito, Belgio, Germania. Otto Paesi Ue, membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bocciano l'”Accordo del secolo” che l’amministrazione Trump sta ultimando e che, secondo gli uomini che lo hanno definito, porterà alla fine del conflitto israelo-palestinese.

Un piano evocato dall’ambasciatrice uscente Usa al Palazzo di Vetro nel suo ultimo intervento al Consiglio di Sicurezza. Non entra nel merito, l’ex governatrice della Carolina del Sud, ma afferma di averne presa visione e aggiunge che quel piano “porta nuovi elementi alla discussione, sfruttando il nuovo mondo della tecnologia in cui viviamo”. “Contiene dettagli molto accurati”, assicura Haley, aggiungendo che il Piano-Trump “riconosce che le realtà sul terreno in Medio Oriente sono cambiate in modi potenti e importanti”.

“Questo piano sarà diverso da tutti i precedenti: la domanda cruciale è se la risposta ad essa sarà diversa”, osserva l’ambasciatrice con la valigia in mano. Per poi concludere: “Ci sono cose nel piano che piacciono a tutte le parti, e ci sono cose che a tutte le parti non piaceranno”.

Di certo, l'”Accordo del secolo” che, stando a fonti della Casa Bianca, verrà presentato ufficialmente entro gennaio 2019, non convince l’Europa, per quello che fin qui è trapelato. “Parlare di bocciatura forse è correre troppo – confida a HuffPost una fonte a Palazzo di Vetro – si tratta di annotazioni preventive che si spera gli estensori del piano tengano in conto”. Ma la stessa fonte non sembra nutrire soverchie illusioni su questo ripensamento americano.

Gli 8 Stati dell’Ue, in una dichiarazione congiunta stilata dopo il dibattito al Consiglio di Sicurezza, hanno rimarcato che qualsiasi piano di pace che ignorasse i “parametri concordati a livello internazionale”, vale a dire una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967 con Gerusalemme come capitale condivisa, “rischierebbe di essere condannato al fallimento”. E di certo, confermano fonti governative israeliane, nell’”Accordo del secolo”, Gerusalemme non rientra.

La posizione degli Otto è netta e delinea i caratteri di un “anti-Accordo del secolo”. Nella dichiarazione congiunta, i Paesi firmatari hanno inoltre ribadito “il forte impegno costante dell’Ue nei confronti dei parametri concordati a livello internazionale per una pace giusta e duratura in Medio Oriente basata sul diritto internazionale, sulle risoluzioni Onu pertinenti e sui precedenti accordi”.

E ancora: “L’Ue è veramente convinta che il raggiungimento di una soluzione a due Stati basata sui confini del 1967 con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati, soddisfi le esigenze di sicurezza israeliana e palestinese e le aspirazioni palestinesi per la sovranità dello Stato, può porre termine all’occupazione e risolvere tutti i problemi relativi allo status finale, in conformità con la risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza e precedenti accordi. Questo è l’unico modo praticabile e realistico per porre fine al conflitto e raggiungere una pace giusta e duratura”.

La risoluzione 2334 venne adottata il 23 dicembre 2016 con 14 voti a favore su 15, si chiede ad Israele di porre fine alla sua politica di insediamenti nei territori palestinesi dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, si ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati e insiste sul fatto che la soluzione del conflitto in Medio Oriente passi per una soluzione negoziale per il progresso della soluzione dei due Stati al fine di addivenire ad una pace definitiva e complessiva.

La risoluzione fu approvata con 14 voti a favore perché Barack Obama, nell’imminenza dello scadere del suo secondo mandato presidenziale, decise per l’astensione decidendo, con grande disappunto israeliano, di non esercitare il diritto di veto. Gli Stati membri hanno aggiunto che l’Ue “continuerà a lavorare a tal fine con entrambe le parti, e con i suoi partner regionali e internazionali”, e ha chiesto di ribadire “un orizzonte politico” su cui operare”.

La linea seguita dall’Italia, ribadiscono fonti diplomatiche, è conforme a quanto ribadito in ogni sede internazionale dal Governo e anche negli incontri bilaterali con le due parti, Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp).

Di certo, questa è la posizione espressa dal titolare della Farnesina, Enzo Moavero Milanesi, ma non è certo in sintonia con quanto affermato nella sua recente visita in Israele dal vice premier Matteo Salvini. Insomma, le due linee italiane in politica estera continuano a confliggere.

Su Gerusalemme e la soluzione a “due Stati”, ribadiscono dirigenti palestinesi che hanno accompagnato il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas nella sua recente visita a Roma, “abbiamo ricevuto ampie rassicurazione sia dal premier Conte che dal ministro Moavero che l’Italia non ha mutato i suoi intendimenti”.

Si scrive Trump, si legge Kushner. Perché il vero ispiratore dell'”Accordo del secolo” è l’influente genero di Trump. Il piano comincia a prendere forma a metà del 2017, quando Jason Greeenblatt, l’inviato speciale di The Donald per il processo di pace , fa il suo primo viaggio nella regione. Le fonti che sono state in contatto con Greenblatt durante questo periodo hanno detto al quotidiano di Tel Aviv Haaretz che il principale obiettivo del suo primo viaggio era lo stretto allineamento degli interessi tra Israele e il mondo arabo, che a suo avviso rappresentava una rara opportunità per una svolta nei negoziati. È questo un punto nodale del “piano Trump”: coinvolgere i Paesi arabi che, nel quadro regionale, hanno interessi strategici convergenti con Israele.

Una fonte governativa israeliana li elenca ad HuffPost: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania. Paesi del fronte sunnita che, con Israele, condividono la necessità di arginare la penetrazione iraniana in Medio Oriente, contrastando l’affermarsi della mezzaluna rossa sciita sulla direttrice Baghdad, Damasco, Beirut.

“È ovvio che la regione è cambiata rispetto a pochi anni fa”, dice ad Haaretz un funzionario dell’amministrazione Usa. “Il mondo arabo e Israele hanno molti interessi e obiettivi comuni, così come minacce comuni nelle attività destabilizzanti dell’Iran nella regione”. Greenblatt, insieme a Kushner, e all’ambasciatore americano in Israele, David Friedman, si è concentrato sul tentativo di utilizzare questi interessi comuni per far progredire il piano.

Fonti esterne all’amministrazione coinvolte nelle discussioni sul piano hanno affermato al quotidiano di Tel Aviv che il gruppo mediorientale di Trump ritiene che il piano in fase di completamento potrebbe essere il primo a ricevere una risposta positiva sia da Israele che dai principali Paesi arabi, indipendentemente dalla posizione palestinese. Il cuore di questo piano, rivelano le fonti, sarà in Cisgiordania e a Gaza.

L’amministrazione Usa sta cercando di promuovere progetti economici nel Sinai settentrionale che potrebbero migliorare la situazione, sempre più degradata, nella Striscia.

Nell’immediato, l’obiettivo principale di Washington è vedere l’Autorità nazionale palestinese ripristinare il proprio controllo sull’enclave costiera, da undici anni in mano ad Hamas. A questo fine, nella visione statunitense, saranno decisivi i finanziamenti delle petromonarchie del Golfo per la ricostruzione di Gaza. L’amministrazione Usa ha provato lo scorso anno a promuovere una serie di iniziative minori che potrebbero creare uno slancio positivo per il processo di pace e mostrare segni di progresso sul terreno. Alcune di queste iniziative sono riuscite – ad esempio, un accordo idrico congiunto israelo-palestinese firmato l’estate scorsa – ma altri sono falliti a causa di ostacoli politici a Gerusalemme e Ramallah.

Ad esempio, il ministero della Difesa israeliano aveva proposto un piano l’anno scorso, fortemente sostenuto dai vertici militari, per ingrandire la città palestinese di Qalqilya, situata nella West Bank, a ridosso di Gerusalemme.

Il piano di Qalqilya avrebbe permesso alla municipalità palestinese di costruire nuove case per migliaia di residenti. Il piano è stato respinto dal governo israeliano a causa delle pressioni esercitate dal partito di destra Habayit Hayehudi e da alcuni membri della Knesset del Likud. Ma la Casa Bianca quel progetto non lo ha accantonato ma, al contrario, lo ha inserito nel “piano del secolo”.

E, come risulta ad HuffPost, Qalqilya potrebbe diventare la capitale di uno Stato palestinese. Ma nella versione riveduta e corretta del piano, secondo una verifica incrociata fatta da Huffpost con fonti israeliane e palestinesi, sulla “capitale” dello Stato di Palestina l'”Accordo del secolo” tornerebbe al passato, rispolverando una vecchia ipotesi che era stata avanzata da precedenti amministrazioni Usa durante l’interminabile, e incompiuto, negoziato di pace israelo-palestinese: Abu Dis.

Sobborgo di Gerusalemme Est, non ancora investito dalla “colonizzazione” della città, Abu Dis potrebbe, nell’ottica americana, venire incontro alle aspettative palestinesi e, in pari tempo, dimostrare al mondo arabo che The Donald è capace di far “ingoiare rospi” anche al suo alleato e amico personale Benjamin Netanyahu.

Una possibilità che la dirigenza palestinese ha sempre ufficialmente rigettato, ma che potrebbe tornare in ballo se sostenuta da una sorta di “Piano Marshall” per la Palestina finanziato dalle petromonarchie del Golfo. Un investimento iniziale da centinaia di miliardi di dollari del quale beneficerebbero anche quei Paesi arabi, come l’Egitto e la Giordania, impegnati da accordi di pace con Israele o comunque non belligeranti.

Quanto poi alla “tecnologia” a supporto dell'”Accordo del secolo”, ciò dovrebbe riguardare la realizzazione di tunnel e sopraelevate capaci di garantire una “compattezza territoriale” in Cisgiordania allo Stato palestinese (dal cui territorio verrebbero esclusi tre grandi blocchi d’insediamenti che entrerebbero a far parte dello Stato d’Israele entro i nuovi confini indicati dall'”Accordo”) e collegare la West Bank con Gaza.

Inoltre, l'”Accordo” prevederebbe la realizzazione di un aeroporto a Gaza, uno a Ramallah e poli industriali in Cisgiordania. Lo Stato palestinese delineato dal piano Trump&Kushner sorgerebbe sul 24% del territorio della Palestina storica.


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