Resistenza climatica

di Naomi Klein

Leggendo Edward Said possiamo capire molte cose sul riscaldamento climatico
e sui conflitti globali. Le sue rilessioni ci insegnano che i mali delle nostre
società sono tutti legati tra loro. E che anche le soluzioni dovrebbero esserlo

London Review of Books

Traduzione da Internazionale, 02.09.2016

 

Edward Said non era certo uno che abbracciava gli alberi.  Lo scrittore e intellettuale palestinese naturalizzato statunitense discendeva da una famiglia di commercianti, artigiani e professionisti e una volta si definì “un caso estremo di cittadino palestinese che ha un rapporto con la terra fondamentalmente metaforico”. In 'After the last sky', la sua meditazione sulle fotografie di Jean Mohr, ha esplorato gli aspetti più intimi della vita palestinese, dall’ospitalità allo sport all’arredamento delle case. Il più piccolo dettaglio – la collocazione di una cornice, l’atteggiamento di sfida di un bambino – suscitava in lui un torrente di rilessioni.  Ma di fronte a immagini di contadini palestinesi che sorvegliavano le greggi o lavoravano nei campi, ogni dettaglio all’improvviso svaniva. Cosa coltivavano? In che condizioni era il terreno? Avevano acqua?  Non emergeva niente. “Continuo a percepire una popolazione immutabile e collettiva di contadini poveri, sofferenti e a volte pittoreschi”, confessava. La sua percezione era “mitica”, ammetteva, e tale rimaneva.  Se per Said la campagna era un altro mondo, chi dedicava la vita a problemi come l’inquinamento dell’aria e dell’acqua veniva da un altro pianeta. Parlando con Rob Nixon, suo ex allievo alla Columbia university e oggi docente all’università di Princeton, una volta Said descrisse l’ambientalismo come “il capriccio di gente viziata che abbraccia gli alberi e non ha una vera causa per cui combattere”. Ma chiunque sia immerso nella geopolitica, come lo era Said, non può ignorare i problemi ambientali del Medio Oriente. È una regione estremamente vulnerabile alle alte temperature e alla siccità, all’innalzamento del livello dei mari e alla desertificazione. Gli autori di un articolo pubblicato su Nature Climate Change prevedono che se non abbasseremo drasticamente e al più presto le emissioni di carbonio, probabilmente entro la fine di questo secolo buona parte del Medio Oriente “raggiungerà temperature intollerabili per gli esseri umani”.  Eppure nella regione i problemi ambientali tendono a essere trattati come una faccenda marginale o da ricchi. E non per ignoranza o indifferenza. È una questione di prospettiva. Il cambiamento climatico è un pericolo serio, ma le sue conseguenze più spaventose sono a medio termine. E a breve termine ci sono sempre minacce più pressanti da affrontare: l’occupazione militare, i raid aerei, la sistematica discriminazione, l’embargo. Niente può competere con queste cose.

Alberi in vendita

Ci sono anche altri motivi per cui probabilmente Said considerava l’ambientalismo un parco giochi della borghesia. Lo stato israeliano ha sempre dato una pennellata di verde al suo progetto di costruzione della nazione, era un aspetto fondamentale dell’etica sionista del “ritorno alla terra”. In questo contesto gli alberi, in particolare, sono stati tra le armi più potenti dell’accaparramento e dell’occupazione delle terre.  E non solo gli innumerevoli alberi di ulivo e di pistacchio che sono stati sradicati per fare spazio agli insediamenti e alle strade riservate agli israeliani, ma anche le foreste di pini e di eucalipti piantate al posto dei frutteti e nei villaggi palestinesi, soprattutto dal Jewish national fund (Jnf ), che con il suo slogan “far fiorire il deserto” si vanta di aver piantato in Israele 250 milioni di alberi dal 1901, molti dei quali non originari della regione.  Nel suo materiale pubblicitario, il Jnf si deinisce una delle tante ong ambientaliste che si occupano della gestione delle foreste e delle acque, dei parchi e del tempo libero. Si dà il caso che sia anche il più grande proprietario terriero privato d’Israele e, nonostante una serie di complicati ricorsi, ancora si rifiuta di affittare e di vendere terre ai non ebrei.  Sono cresciuta in una comunità ebraica in cui ogni occasione – nascite, morti, festa della mamma, bar mitzvah – veniva celebrata con l’acquisto di un albero del Jnf in onore del festeggiato. Solo quando sono diventata adulta ho cominciato a capire che quelle lontane conifere che ci facevano sentire così orgogliosi, e i cui certificati di acquisto coprivano le pareti della mia scuola elementare di Montréal, non avevano niente di buono, non erano solo piante da far crescere per poterle un giorno abbracciare. In realtà quegli alberi sono i simboli più evidenti del sistema di discriminazione israeliano, che per rendere possibile una coesistenza pacifica deve essere smantellato.  Il Jnf è un esempio estremo e piuttosto recente di quello che alcuni chiamano “colonialismo verde”. Ma il fenomeno non è nuovo né caratteristico solo di Israele. Nelle Americhe c’è una lunga e dolorosa storia di splendidi paesaggi naturali trasformati in riserve, termine usato poi per impedire agli indigeni di accedere alle loro terre ancestrali per cacciare e pescare o semplicemente per viverci. È successo tante volte.  Una versione contemporanea di questo fenomeno è la compensazione per le emissioni di carbonio. Dal Brasile all’Uganda, gli indigeni stanno scoprendo che ad accaparrarsi le terre con maggior accanimento sono proprio le organizzazioni per la tutela dell’ambiente. Una foresta viene improvvisamente considerata come un modo per compensare le emissioni di carbonio e diventa inaccessibile ai suoi abitanti originari.  In pratica il mercato delle emissioni ha creato un nuovo tipo di violazioni “verdi” dei diritti umani, in cui i contadini e gli indigeni che cercano di accedere alle loro terre sono aggrediti dai guardiani dei parchi o da agenti di sicurezza privati. Il parere di Said su quelli che abbracciano gli alberi dovrebbe essere visto in questo contesto.  E non finisce qui. Nell’ultimo anno della vita di Said, Israele stava costruendo la sua “barriera di separazione” appropriandosi di vaste aree della Cisgiordania, tagliando fuori i palestinesi dai loro posti di lavoro, i contadini dai loro campi, i pazienti dagli ospedali, e dividendo brutalmente le famiglie.  Le ragioni per essere contrari al muro per motivi umanitari non mancavano, ma all’epoca le principali voci critiche israeliane sembravano ignorarle. Yehudit Naot, allora ministra dell’ambiente, era più turbata da un rapporto che considerava il muro “dannoso per il paesaggio, la flora e la fauna, i corridoi ecologici e il drenaggio dei torrenti”. “Non voglio certo ritardare la costruzione del muro, ma sono preoccupata per i possibili danni all’ambiente”, diceva.  Come avrebbe osservato in seguito l’attivista palestinese Omar Barghouti, “il ministero dell’ambiente e l’autorità per la difesa dei parchi nazionali hanno fatto di tutto per salvare una riserva di iris che sarebbe stata distrutta trasferendola altrove. Hanno anche creato nel muro dei piccoli passaggi per gli animali”.  Forse questo contestualizza il cinismo sul movimento ambientalista. Le persone tendono a diventare ciniche quando la loro vita è considerata meno importante dei fiori e dei rettili. Eppure nell’eredità intellettuale di Said c’è molto che illumina e chiarisce le cause alla base della crisi ecologica globale, e che ci indica modi di reagire molto più inclusivi di quelli delle campagne ambientaliste di oggi: modi che non chiedono a chi sofre di mettere da parte le preoccupazioni sulla guerra, la povertà e il razzismo per “salvare il mondo”, ma che dimostrano come tutte queste crisi siano collegate tra loro, quindi anche le soluzioni potrebbero esserlo. Forse Said non aveva tempo per chi abbraccia gli alberi, ma chi abbraccia gli alberi deve assolutamente trovare il tempo per lui – e per molti altri intellettuali antimperialisti e postcolonialisti – altrimenti non potremo capire come siamo arrivati a questa pericolosa situazione né quali sono i cambiamenti necessari per uscirne.

Quelli che restano

Edward Said è stato e rimane uno dei teorici dell’esilio e della nostalgia più dolorosamente eloquenti. La sua era nostalgia per una patria così snaturata da non esistere più. Aveva una posizione complessa: difendeva il diritto al ritorno, ma non ha mai sostenuto che la patria fosse un luogo specifico.  Quello che contava era il principio del rispetto di tutti i diritti umani e la necessità di una giustizia riparatrice che ispirasse le azioni e le scelte politiche. Questa prospettiva è estremamente importante nella nostra epoca di erosione delle coste, paesi che scompaiono a causa dell’innalzamento del livello dei mari, sbiancamento della barriera corallina necessaria al sostentamento di intere culture, e riscaldamento dell’Artico. Lo è perché la nostalgia per una patria snaturata – e che forse non esiste più – è un sentimento che sta diventando rapidamente e tragicamente globale.  A marzo due importanti studi hanno rivelato che l’innalzamento del livello dei mari potrebbe essere molto più rapido di quanto non si sia ipotizzato finora. Uno degli autori del primo studio è James Hansen, forse il più rispettato climatologo del mondo.  Hansen avverte che se le emissioni continueranno a seguire la traiettoria attuale rischiamo “la perdita di tutte le città costiere e della maggior parte delle grandi città del mondo, con tutta la loro storia”, e non tra migliaia di anni ma in questo secolo. Se non ci sarà un cambiamento radicale andremo incontro a un intero mondo di persone in cerca di una patria che non esiste più.  Said ci aiuta anche a immaginare quello che succederebbe. Ha contribuito a rendere popolare la parola araba sumud (stare fermi, resistere), che indica il riiuto di lasciare la propria terra nonostante i pericoli e i tentativi di sfratto. È una parola associata soprattutto a posti come Hebron e la Striscia di Gaza, ma oggi potrebbe riguardare anche gli abitanti delle coste della Louisiana, che hanno piantato le loro case su palafitte per non doversene andare, o a quelli delle isole del Pacifico, il cui slogan è: “Non stiamo annegando.  Stiamo lottando”.  Gli abitanti delle isole Marshall, Fiji e Tuvalu sanno che il livello dei mari salirà tanto che probabilmente i loro paesi non avranno un futuro. Ma si rifiutano di pensare al ricollocamento, e non lo farebbero neanche se ci fossero paesi più sicuri pronti ad aprire le frontiere. Questa è un’eventualità tutta da verificare, perché attualmente i profughi climatici non sono riconosciuti dal diritto internazionale. Preferiscono resistere attivamente: bloccando con le canoe le navi australiane del carbone o disturbando le conferenze internazionali sul clima con la loro scomoda presenza per chiedere interventi più decisi. Se c’è qualcosa di cui essere soddisfatti nell’accordo di Parigi firmato ad aprile – e purtroppo non c’è molto – è grazie a questo tipo di azioni: sumud climatico.  Ma questo è solo un frammento di quello che possiamo imparare leggendo Said in un mondo che si sta riscaldando. Ovviamente Said era un grande studioso del cosiddetto othering, la creazione dell’altro, che nel suo libro Orientalismo descrive come un modo per “sminuire, ridurre a pura essenza, privare di umanità altre culture, popoli o regioni geografiche”.  E una volta che l’altro è stato creato, il terreno è pronto per qualsiasi trasgressione: espulsioni, furti di terra, occupazioni, invasioni. Perché lo scopo finale di questa operazione è stabilire che l’altro non ha gli stessi diritti e la stessa umanità di quelli che fanno la distinzione. Cosa ha a che vedere questo con il cambiamento climatico?  Forse tutto.  Abbiamo già pericolosamente riscaldato il mondo, e i nostri governi si rifiutano ancora di prendere i provvedimenti necessari per fermare questa tendenza. C’è stato un tempo in cui molti potevano usare l’ignoranza a propria discolpa. Ma negli ultimi trent’anni, da quando è nato il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) e sono cominciati i negoziati sul clima, il rifiuto di ridurre le emissioni è stato accompagnato dalla piena consapevolezza dei suoi pericoli. Questo atteggiamento incosciente sarebbe stato impossibile senza un razzismo istituzionale, anche solo latente. Sarebbe stato impossibile senza l’orientalismo e tutti gli strumenti che i potenti hanno a disposizione per sminuire l’importanza della vita dei meno potenti.  Sono questi strumenti – la possibilità di stabilire il valore relativo degli esseri umani – a consentire la cancellazione di interi popoli e di antiche culture. E sono gli stessi che hanno consentito a tutto quel carbonio di venir fuori, tanto per cominciare.

Sacrifici geografici


I combustibili fossili non sono l’unica causa del cambiamento climatico – ci sono anche l’agricoltura industriale e la deforestazione – ma sono la causa principale. Il problema dei combustibili fossili è che per natura sono così inquinanti e tossici da richiedere il sacriicio di luoghi e persone.  Persone i cui polmoni e il cui corpo possono essere immolati nelle miniere, le cui terre e la cui acqua possono essere spazzate via per far posto alle cave a cielo aperto e alle perdite di petrolio.  Già negli anni settanta i consulenti scientiici del governo degli Stati Uniti si riferivano a certe zone del paese definendole “aree di sacriicio nazionale”. Come i monti Appalachi, fatti saltare in aria per estrarre il carbone, perché rimuovere le cime delle montagne costa meno che scavare pozzi. Dev’esserci una teoria dell’othering per giustiicare il sacriicio di un’intera geografia, in base alla quale la vita e la cultura delle persone povere e arretrate che vivevano lì non meritavano di essere protette.  Dopotutto erano “rozzi montanari”, a nessuno importava di loro.  Trasformare tutto quel carbone in elettricità richiedeva un’operazione simile: questa volta nei confronti degli abitanti dei quartieri vicini alle centrali elettriche e alle raffinerie. In Nordamerica questi cittadini sono di solito neri e ispanici, costretti a portare il peso tossico della nostra dipendenza dai combustibili fossili, con tassi altissimi di malattie respiratorie e di tumori.  È stato per lottare contro questo “razzismo ambientale” che è nato il movimento per la giustizia climatica.  Le zone sacrificate ai combustibili fossili sono sparse in tutto il pianeta. Prendiamo, per esempio, il delta del Niger, avvelenato ogni anno dalle perdite di petrolio della petroliera Exxon-Valdez, in quello che lo scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, prima di essere assassinato dal suo governo, chiamava “genocidio ecologico”. Le esecuzioni dei leader delle comunità del delta, diceva, sono stati “tutti regali alla Shell”. In Canada la decisione di estrarre le sabbie bituminose – una fonte di petrolio particolarmente pesante – nello stato dell’Alberta ha signiicato annullare gli accordi con le Prime nazioni, i trattati firmati dalla corona inglese che garantivano ai popoli indigeni il diritto di continuare a pescare, cacciare e vivere in modo tradizionale nelle terre dei loro avi. Quei diritti non hanno più alcun senso quando la terra viene dissacrata, quando i fiumi sono inquinati e gli alci e i pesci sono pieni di tumori. E la situazione continua a peggiorare: Fort McMurray, la città al centro del boom delle sabbie bituminose, ormai è un inferno. È diventata arida e caldissima a causa dell’attività mineraria.

La religione della crescita

Anche senza arrivare a situazioni così drammatiche, questo modo di sfruttare le risorse è una forma di violenza, perché danneggia la terra e l’acqua e segna la fine di un modo di vivere, la morte di culture che sono inseparabili dalla terra. Un tempo in Canada troncare i rapporti delle popolazioni indigene con la loro cultura faceva parte della politica di stato, imposta tramite l’allontanamento forzato dei bambini dalle famiglie per mandarli in collegi dove la loro lingua e la loro cultura erano vietate, e dove gli abusi e le violenze erano molto comuni. Un recente rapporto sulla verità e la riconciliazione lo definisce un “genocidio culturale”. Il trauma provocato dalle varie separazioni forzate – dalla terra, dalla cultura, dalla famiglia – è la causa principale della disperazione oggi tanto difusa nelle comunità indigene.  In una sola notte di aprile nella comunità di Attawapiskat – che ha duemila abitanti – undici persone hanno cercato di togliersi la vita. Intanto la multinazionale DeBeers continua a sfruttare la miniera di diamanti sul territorio della comunità. Come tutti i progetti estrattivi, aveva promesso speranza e opportunità.  “Perché gli indigeni non se ne vanno?”, chiedono i politici e gli opinionisti. Molti lo fanno. E la loro partenza si deve, almeno in parte, al fatto che migliaia di donne indigene canadesi sono state assassinate o sono scomparse, soprattutto nelle grandi città.  La stampa non lo sottolinea quasi mai, ma esiste un collegamento tra la violenza contro le donne e quella contro la terra per estrarre i combustibili fossili. Ogni governo arriva al potere promettendo una nuova era di rispetto per i diritti degli indigeni. Ma non mantiene mai la promessa perché in base alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, questi potrebbero respingere i progetti estrattivi, anche se favoriscono la crescita economica. E sarebbe un problema, perché la crescita è la nostra religione, il nostro stile di vita. Perciò anche l’atletico e affascinante primo ministro canadese Justin Trudeau è inevitabilmente determinato a costruire nuovi oleodotti per le sabbie bituminose contro il parere delle comunità indigene, che non vogliono inquinare la loro acqua né partecipare all’ulteriore destabilizzazione del clima.  I combustibili fossili impongono il sacrificio di alcune zone del mondo, è sempre stato così. E non si può avere un sistema costruito su luoghi e vittime sacrificali a meno che non esistano teorie che giustiicano il loro sacrificio: dal destino manifesto alla terra di nessuno all’orientalismo, dai rozzi montanari agli indiani arretrati. Spesso sentiamo dire che la colpa del cambiamento climatico è della “natura umana”, dell’ingordigia e della miopia tipiche della nostra specie. Oppure ci dicono che ormai abbiamo modiicato il pianeta al punto che viviamo nell’antropocene, l’era degli esseri umani.  Queste spiegazioni sottintendono una tesi molto specifica: che tutti gli esseri umani sono uguali e che le caratteristiche che hanno determinato questa crisi fanno parte della natura umana. In questo modo i sistemi creati da alcuni esseri umani – come il capitalismo, il colonialismo e il patriarcato – e a cui altri esseri umani hanno opposto resistenza sono assolti da qualsiasi colpa.  Questo modo di vedere le cose dimentica l’esistenza di società che hanno organizzato la vita in modo diverso, continuando a sostenere che gli esseri umani devono pensare alle prossime sette generazioni, che non devono solo essere buoni cittadini ma anche buoni antenati, che non devono prendere più di quello di cui hanno bisogno e devono restituire alla terra per consentire i cicli di rigenerazione. Queste società sono esistite ed esistono ancora, ma sono cancellate ogni volta che diciamo che la crisi climatica è dovuta alla “natura umana” e che viviamo “nell’era dell’essere umano”. E sono violentemente attaccate ogni volta che si realizza un megaprogetto, come le dighe idroelettriche di Gualcarque in Honduras, che, tra le altre cose, sono costate la vita alla paladina della terra Berta Cáceres, uccisa a marzo di quest’anno.

Patto in crisi

Qualcuno insiste nel dire che non deve necessariamente essere così. Possiamo trovare metodi di estrazione più puliti, non dobbiamo per forza fare le cose come in Honduras, nel delta del Niger e nell’Alberta. Ma purtroppo non abbiamo metodi più facili ed economici per ottenere i combustibili fossili, ed è per questo che il fracking (la fratturazione idraulica per estrarre gas naturale) e l’estrazione delle sabbie bituminose sono aumentati. Questo, a sua volta, sta cominciando a mettere in crisi il patto faustiano stipulato all’inizio dell’era industriale, secondo il quale i rischi maggiori sarebbero stati scaricati su qualcun altro, sulle periferie dei nostri e degli altri paesi. Ma è sempre più complicato. Il fracking sta minacciando alcune delle regioni più pittoresche del Regno Unito, perché la zona sacrificale si sta allargando e sta inghiottendo anche posti che prima si sentivano al sicuro. Quindi non basta dire che estrarre le sabbie bituminose è orribile. Bisogna ammettere che non esiste un modo pulito, sicuro e non tossico di mandare avanti un’economia basata sui combustibili fossili. Non c’è mai stato.  E non esiste neanche un modo pacifico.  Il problema è strutturale. I combustibili fossili, a differenza delle energie rinnovabili come quella eolica o solare, non sono equamente distribuiti ma sono concentrati in alcune regioni, che purtroppo sono sempre in qualche altro paese. In particolare il più prezioso di tutti, il petrolio. È per questo che l’idea alla base dell’orientalismo, quella di considerare gli arabi e i musulmani altro da noi, è stata la complice silenziosa della nostra dipendenza dal petrolio in dall’inizio, ed è quindi inestricabile dal contraccolpo del cambiamento climatico. Se interi popoli e nazioni sono considerati come altro da noi – esotici, primitivi, assetati di sangue, come ha dimostrato Said negli anni settanta – è molto più facile dichiarargli guerra o istigare colpi di stato quando gli viene in mente la folle idea di voler controllare da soli il loro petrolio e i loro interessi.  Nel 1953 il governo iraniano democraticamente eletto di Mohammad Mossadegh, che aveva nazionalizzato l’Anglo-iranian oil company (oggi Bp), fu abbattuto con la collaborazione dei britannici e degli statunitensi.  Nel 2003 c’è stata un’altra collaborazione angloamericana: l’invasione e l’occupazione illegale dell’Iraq. Le conseguenze di questi due interventi stanno ancora sconvolgendo il mondo, come quelle legate all’uso di tutto quel petrolio. Oggi il Medio Oriente è nella morsa della violenza provocata da una parte dalla ricerca dei combustibili fossili e dall’altra dal loro uso.  Nel suo ultimo libro, 'The conlict shoreline', l’architetto israeliano Eyal Weizman esprime un nuovo punto di vista sul modo in cui queste forze s’intersecano. Ai nostri occhi il confine del deserto in Medio Oriente e nel Nordafrica è sempre stato la cosiddetta “linea dell’aridità”, aree in cui cadono in media 200 millimetri di pioggia all’anno, che sono considerati il minimo per coltivare cereali su larga scala senza dover irrigare.  Questo confine meteorologico non è fisso.  Nel tempo è cambiato per vari motivi: dai tentativi israeliani di “far rifiorire il deserto” spingendolo in una certa direzione alle siccità cicliche che hanno reso più estesa la zona desertica. Oggi, con il cambiamento climatico, la siccità in aumento può avere ogni sorta di effetti in quelle zone.  Weizman osserva che la città siriana di Daraa si trova proprio su quella linea. Daraa è il luogo in cui la più grave siccità della storia siriana ha messo in fuga un enorme numero di agricoltori negli anni precedenti alla guerra civile, ed è lì che è scoppiata la rivolta del 2011. La siccità non è stata l’unico fattore che ha portato la tensione al limite, ma senza dubbio il fatto che un milione e mezzo di persone sia stato costretto a lasciare le proprie case per questo motivo ha avuto un peso. Il collegamento tra problemi idrici e meteorologici e la guerra è ricorrente lungo l’intera linea dell’aridità, dove molte zone – dalla Libia alla Palestina ad alcuni dei più sanguinosi campi di battaglia dell’Afghanistan e del Pakistan – sono caratterizzate dalla mancanza di acqua, dalle temperature torride e dai conflitti.  Ma Weizman ha anche scoperto quella che chiama una “coincidenza sorprendente”.  Se si traccia una mappa degli obiettivi degli attacchi occidentali con i droni nella regione si vede chiaramente che “molti sono proprio sulla linea dell’aridità o nelle sue vicinanze, dal Waziristan del sud al nord dello Yemen, dalla Somalia al Mali all’Iraq a Gaza e alla Libia”. Secondo me è il più efficace tentativo di visualizzare il brutale paesaggio della crisi climatica che sia stato fatto.  Tutto questo era stato presagito un decennio fa da un rapporto dell’esercito statunitense, in cui si affermava che “il Medio Oriente è sempre stato associato a due risorse naturali: il petrolio (a causa della sua abbondanza) e l’acqua (a causa della sua scarsità)”. È proprio così. E certi schemi ricorrenti sono diventati molto chiari: prima i cacciabombardieri rincorrevano l’abbondanza di petrolio; ora i droni seguono la mancanza di acqua, perché la siccità aggrava i conflitti.

La stessa logica

Se le bombe seguono il petrolio e i droni seguono la mancanza d’acqua, le barche cariche di profughi che hanno abbandonato le loro case lungo la linea dell’aridità devastata da guerre e siccità seguono entrambi. E la stessa tendenza a disumanizzare l’altro che ha giustificato le bombe e i droni oggi viene applicata ai migranti, quando si dipinge il loro bisogno di sicurezza come una minaccia per la nostra, la loro fuga disperata come una pericolosa invasione. Le tattiche affinate in Cisgiordania e in altre zone occupate cominciano a essere usate anche in Nordamerica e in Europa. Per promuovere il muro al confine con il Messico, Donald Trump dice sempre: “Chiedetelo a Israele, il muro funziona”. A Calais i bulldozer radono al suolo gli accampamenti di migranti, migliaia di persone annegano nel Mediterraneo e il governo australiano rinchiude i sopravvissuti a guerre e regimi in campi sulle remote isole di Nauru e Manus. A Nauru le condizioni sono così disperate che ad aprile un migrante iraniano si è dato fuoco per cercare di attirare l’attenzione del mondo.  Una somala di 21 anni ha fatto lo stesso pochi giorni dopo. Il primo ministro Malcolm Turnbull avverte gli australiani che “non possono lasciarsi commuovere da questi episodi” e devono “essere determinati nel perseguire il loro obiettivo nazionale”.  Forse dovremmo ricordarci di Nauru la prossima volta che una giornalista di un quotidiano di Rupert Murdoch dichiara, come ha fatto Katie Hopkins l’anno scorso, che è ora che il Regno Unito “diventi australiano, mandi gli elicotteri d’assalto, costringa i migranti a tornare alle loro coste e bruci le barche”. Ha un signiicato simbolico anche il fatto che Nauru è una delle isole del Pacifico più vulnerabili all’innalzamento del livello dei mari. Dopo aver visto le loro case diventare prigioni per gli altri, probabilmente anche i suoi abitanti prima o poi dovranno emigrare. Le guardie carcerarie di oggi sono i profughi climatici di domani.  Le due questioni sono frutto della stessa logica. Una cultura che attribuisce così poco valore alla vita di chi ha la pelle di un altro colore da lasciare che degli esseri umani siano inghiottiti dalle onde o si diano fuoco nei campi di detenzione sarà disposta a lasciare che scompaiano tra le onde o siano arsi dal sole anche i paesi in cui quegli esseri umani vivono. Quando accadrà, per razionalizzare queste mostruose decisioni si formuleranno teorie sulle gerarchie umane, si dirà che dobbiamo preoccuparci prima di noi stessi. Questa razionalizzazione è già in atto, anche se per ora resta implicita. Prima o poi il cambiamento climatico sarà una minaccia all’esistenza di tutta l’umanità, ma per ora discrimina, colpisce prima e con forza i poveri, che siano quelli abbandonati sui tetti di New Orleans durante l’uragano Katrina del 2005 o i 36 milioni che secondo l’Onu soffrono la fame nell’Africa orientale e meridionale a causa della siccità.  Siamo davanti a un’emergenza, un’emergenza attuale, non futura, ma non ci stiamo comportando come se lo fosse.  L’accordo di Parigi impegna i paesi a mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi centigradi. È un obiettivo a dir poco sconsiderato.  Quando nel 2009 è stato annunciato a Copenaghen, i delegati africani l’hanno definito “una condanna a morte”. Lo slogan di molte popolazioni che abitano le isole più basse rispetto al livello del mare è “1,5 per restare vivi”.  All’ultimo minuto, all’accordo di Parigi è stata aggiunta una clausola in cui si dice che “si cercherà” di contenere l’aumento della temperatura entro 1,5 gradi. La clausola non solo non è vincolante, ma è anche una menzogna, perché non si sta facendo nessuno sforzo in questo senso. I governi che si sono assunti questo impegno stanno già premendo per un maggiore uso del fracking e delle sabbie bituminose, una cosa del tutto incompatibile con l’obiettivo dei 2 gradi centigradi, e meno che mai dell’1,5.  Questo sta succedendo perché i più ricchi delle nazioni più ricche del mondo pensano che se la caveranno comunque, che qualcun altro correrà i rischi maggiori, che perfino quando il cambiamento climatico arriverà alle loro porte qualcuno si prenderà cura di loro.  Quando le cose sono sbagliate non possono che peggiorare. Abbiamo avuto una vaga idea di come sarà il futuro tra il dicembre del 2015 e il gennaio del 2016, quando nel Regno Unito le alluvioni hanno sommerso 16mila abitazioni. Le comunità colpite hanno dovuto fare i conti anche con il fatto che il governo aveva tagliato i fondi alle agenzie statali e ai consigli comunali che sono in prima linea nella difesa dalle alluvioni. In molti allora hanno cercato di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal disastro. Perché, hanno cominciato a chiedere, il Regno Unito spende tanti soldi per i profughi e gli aiuti all’estero invece di prendersi cura dei suoi cittadini?  “Al diavolo gli aiuti all’estero. Che ne è degli aiuti nazionali?”, ha scritto il Daily Mail. “Perché i contribuenti britannici devono pagare per difendere dalle inondazioni altri paesi quando quei soldi servono qui?”, si è chiesto un editorialista del Telegraph.  Non so, forse perché il Regno Unito ha inventato la macchina a vapore alimentata a carbone e brucia combustibili fossili su scala industriale da più tempo di qualsiasi altra nazione?  Questo avrebbe potuto essere il momento giusto per capire che il cambiamento climatico ci riguarda tutti, che dobbiamo essere solidali gli uni con gli altri e collaborare.  Invece non è così, perché il riscaldamento globale non significa solo aumento delle temperature e dell’umidità, l’attuale modello economico e politico comporta anche un aumento della meschinità e della violenza.  La lezione più importante che ricaviamo da tutto questo è che non è possibile far fronte alla crisi climatica considerandola solo un problema tecnico. Dobbiamo vederla nel contesto dell’austerità e delle privatizzazioni, del colonialismo, del militarismo e dei vari modi di deinire l’altro necessari per sostenere tutti questi sistemi. I collegamenti e gli intrecci sono evidenti, ma la resistenza che viene opposta è spesso fortemente divisa. Chi si oppone all’austerità parla raramente del cambiamento climatico, chi lotta contro il cambiamento climatico di solito non parla di guerre e occupazioni.  Non facciamo quasi mai il collegamento tra le armi che uccidono i neri nelle strade delle città statunitensi o sotto la custodia della polizia e le forze molto più vaste che cancellano le vite di tanti neri su terre aride e imbarcazioni precarie.  Superare questo scollamento – raforzando i fili che legano tra loro i vari temi e movimenti – è il compito più urgente di chiunque sia interessato alla giustizia sociale ed economica. È il solo modo per costruire un contropotere abbastanza robusto da sconfiggere le forze che proteggono uno status quo molto redditizio per alcuni ma sempre più insostenibile.  Il cambiamento climatico agisce da acceleratore di molti dei nostri mali sociali – disuguaglianza, guerre, razzismo – ma può anche essere un acceleratore del contrario, delle forze che operano a favore della giustizia economica e sociale e contro il militarismo.  La crisi climatica, costituendo una minaccia all’esistenza della nostra specie e ponendoci di fronte a una scadenza ineluttabile scientificamente dimostrata, potrebbe essere il catalizzatore di cui abbiamo bisogno per unire molti movimenti potenti, accomunati dalla fede nel valore intrinseco di tutti gli esseri umani e dal rifiuto dell’idea che esistano luoghi o popolazioni sacrificabili.  Ormai siamo di fronte a così tante crisi che si sovrappongono e s’intersecano che non possiamo più permetterci di risolverle una alla volta. Abbiamo bisogno di soluzioni integrate, che abbattano radicalmente le emissioni creando allo stesso tempo posti di lavoro e assicurando maggiore giustizia alle vittime più colpite ed escluse dell’attuale economia estrattiva.  Said è morto nell’anno in cui è stato invaso l’Iraq, ma ha vissuto abbastanza per vedere le biblioteche e i musei saccheggiati e il ministero del petrolio risparmiato. Tra tante atrocità ha visto una speranza solo nel movimento globale contro la guerra e nelle nuove forme di comunicazione fornite dalla tecnologia. Ha notato “l’esistenza di comunità alternative in tutto il pianeta, informate da fonti di notizie alternative e profondamente consapevoli dei diritti ambientali e umani e degli impulsi libertari che ci tengono uniti su questo minuscolo pianeta”.  In questa visione trovavano spazio perfino quelli che abbracciano gli alberi.  Queste parole mi sono tornate in mente mentre leggevo le notizie delle inondazioni nel Regno Unito. Tra le accuse reciproche e la ricerca di capri espiatori, mi sono imbattuta nel post di un uomo di nome Liam Cox.  Era disgustato dal modo in cui alcuni mezzi d’informazione sfruttavano il disastro per alimentare sentimenti xenofobi. Diceva: “Vivo a Hebden Bridge, nello Yorkshire, una delle zone più colpite dalle inondazioni.  È uno schifo, è tutto inzuppato. Ma sono vivo. Sono al sicuro. La mia famiglia è al sicuro.  Non viviamo nella paura. Sono libero.  Non ci sono pallottole che volano. Non ci sono bombe che scoppiano. Non sono costretto a lasciare la mia casa e non sono respinto dalla nazione più ricca del mondo né attaccato dai suoi abitanti. Voi imbecilli che vomitate la vostra xenofobia, afermando che i soldi dovrebbero essere spesi solo ‘a casa nostra’, dovreste guardarvi bene allo specchio. E farvi una domanda importante: sono un essere umano decente e rispettabile?  Perché la vostra patria non è solo il Regno Unito, è tutto questo pianeta”.  Come conclusione è perfetta.


L’AUTRICE

Naomi Klein è una giornalista, scrittrice e attivista canadese. Il suo ultimo libro è 'Una rivoluzione ci salverà' (Rizzoli 2015). Questo articolo è basato sul testo del suo intervento in memoria di Edward Said tenuto alla Royal festival hall di Londra il 4 maggio 2016.


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Interventi

di Dareen Tatour La poetessa palestinese Dareen Tatour riflette sul periodo trascorso in una prigione israeliana dove ha conosciuto Shorouk Duyat, una palestinese di Gerusalemme condannata per un tentato attacco a un israeliano nel 2015. MondoWeiss, 07.02.2019...
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