Quo vadis Palestina? Parte1

Quo vadis Palestina?
Di Katja Herrmann

Standpunkte (punti di vista) 20/2015

Fondazione Rosa Luxemburg

http://www.rosalux.de/publication/41848


Se si parla della drammatica escalation di violenza nel conflitto israelo-palestinese , spesso manca nelle descrizione il suo perché. La violenza quotidiana nei confronti della popolazione palestinese spesso non viene menzionata, idem l’occupazione che dura da decenni e cui effetti sono noti: privazione dei diritti ed espropriazione, attacchi violenti, detenzioni senza processo e ampie restrizioni di diritto di movimento in Cisgiordania fino al blocco completo di Gaza, per citare solo alcuni aspetti.

Mezzo secolo sotto occupazione

Sopratutto il movimento dei coloni si é fortemente radicalizzata negli ultimi anni e compie sempre più attacchi brutali contro i palestinesi. I residenti di Gerusalemme così quelli delle zone rurali sono esposti a questi attacchi senza possibilità di difendersi. Il movimento dei coloni, si basa per decenni non soltanto sul sostegno di tutti i governi israeliani, ma si sente anche legittimato dal mainstream sociale della società israeliana. A partire dall'estate scorso, le attività di coloni radicali aumentano nelle vicinanze del Haram Al-Sharif (Monte del Tempio) di Gerusalemme, che ha ulteriormente peggiorata la situazione già tesa in questa parte della città. Per il grande significato religioso che è questo luogo ha per molti palestinesi, l’escalation attuale dà al contenzioso su Gerusalemme un ruolo importante di mobilitazione. Ma il conflitto in realtà non è un conflitto religioso. Al suo centro sta la durata di mezzo secolo di occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme Est.                                                                                                                                                                   In periodi “tranquilli” la situazione dell’occupazione venne rimossa dalla parte israeliana, la comunità internazionale ha apparentemente abbandonato la gestione politica del conflitto israelo-palestinese e relegato essenzialmente la Palestina ad un progetto di sviluppo. Invece il momento centrale rimane nella società palestinese la sofferenza sotto l'occupazione e la ricerca ad una via di porre fine ad essa.

Le attuali proteste quotidiane di adolescenti palestinesi e giovani adulti sono il grido di una generazione che è profondamente frustrata e senza speranza. Lo stesso vale per i per lo più giovani palestinesi, armati di coltelli che attaccano israeliani. Data la superiorità di Israele, il fallito negoziato, una leadership palestinese debole e l'assenza di qualsiasi prospettiva realistica di cambiamento non vedono altra scelta che la lotta in strada e ai posti di blocco.

La ricerca di strategie

I Palestinesi hanno utilizzato nei decenni a partire dall’ occupazione del 1967 molte e differenti strategie di resistenza. Dopo anni di lotta inizialmente militante e poi di resistenza non violenta, hanno partecipato per più di 20 anni a negoziati, in particolare al processo di Oslo. Il loro obiettivo era la creazione di uno stato indipendente, accanto a Israele. Nessuna delle strategie è stata in grado di raggiungere questo obiettivo. Al contrario: Indipendentemente da tutti gli accordi Israele ha usato il processo di Oslo per ignorare e per bloccare gli accordi e le road maps. Durante questo periodo ha sistematicamente espropriata le terre palestinesi e continuato la costruzione di insediamenti, di reti stradali e posti di blocco in territorio palestinese. Con ciò Israele ha creato i fatti che ostacolano letteralmente lo sviluppo di uno stato palestinese e quindi la soluzione dei due Stati.                                                                                                                                                                            A fronte dei negoziati politici bloccati parti della società civile palestinese hanno spostato la loro attenzione sulla resistenza non violenta. Comitati locali organizzano, soprattutto nei villaggi, regolarmente eventi e manifestazioni. Inoltre, il movimento di boicottaggio con la sua rete internazionale (che si basa sul modello sulla resistenza del Sud Africa) ha guadagnato sostegno. Nel sud africa a suo tempo il Congresso nazionale africano (ANC) aveva invitato a boicottare le istituzioni politiche, economiche, culturali e accademiche sudafricane per porre fine all'apartheid. A livello ufficiale, la leadership palestinese sta cercando negli ultimi anni con la "internazionalizzazione del conflitto" di aumentare la sua pressione su Israele. Il riconoscimento della Palestina come “Stato Osservatore” da parte delle Nazioni Unite (2012), il riconoscimento formale dello Stato della Palestina da diversi stati e l'adesione allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (2015) sono esempi di successo politico – ma non hanno un impatto sulla vita della gente in Palestina.

Katja Hermann è Capo dell'Ufficio Regionale Palestina della Rosa Fondazione Rosa Luxemburg di Ramallah

Segue parte 2

Traduzione: Leonhard Schaefer


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