Marwan Barghouti: Sì alla Resistenza Armata

Marwan Barghouti: Sì alla Resistenza Armata Contro Israele

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7 giorni di isolamento per il carismatico esponente di Fatah che, in una lettera pubblicata ieri, aveva esortato i palestinesi alla lotta armata contro lo stato ebraico. Continua il duro scambio di accuse tra Tel Aviv e Ramallah. Un sondaggio, intanto,  mostra come la maggioranza degli israeliani sostenga la ripresa dei negoziati di pace. 661 figure pubbliche israeliane esortano il parlamento danese a votare per il riconoscimento dello stato di Palestina.

 

di Roberto Prinzi

 

Roma, 12 novembre 2014, Nena News – In una lettera pubblicata ieri in occasione del decimo anniversario della morte del leader palestinese Yaser Arafat, il noto esponente politico palestinese Marwan Barghouthi ha esortato la dirigenza palestinese a sostenere la “resistenza armata” contro Israele. “Scegliere la resistenza armata e globale” – scrive Barghouti – significa essere fedeli alle idee di Arafat e ai suoi principi per cui decine di migliaia di martiri sono morti. E’ doveroso riconsiderare il nostro modo di resistere per sconfiggere l’occupante [Israele, ndr]”. Barghuti è stato arrestato nel 2002 ed è stato condannato due anni dopo a cinque ergastoli per un suo presunto coinvolgimento in attacchi contro obiettivi israeliani. E’ attualmente detenuto nella prigione israeliana di Hadarim.

Figura di spicco di Fatah, compagine politica del Presidente Mahmoud Abbas, Barghuti è, secondo numerosi sondaggi, il leader più carismatico tra i palestinesi. Il suo invito ad usare le armi colpisce essendo stato per anni tra i principali sostenitori della resistenza “non violenta”. Il passaggio da lotta “pacifica” a quella “armata” operato da Barghuti è indice dello stato di profonda prostrazione e frustrazione in cui vivono i palestinesi dei Territori Occupati palestinesi e delle zone “arabe” di Israele. Un clima che è teso dallo scorso giugno, ma che è diventato incandescente nelle ultime tre settimane in seguito alle “visite” (così le definiscono le componenti della destra israeliana) degli estremisti ebrei alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme. Stamane una moschea vicino a Ramallah è stata data alle fiamme da coloni ebrei. Secondo quanto riferisce l’Agenzia Ma’an, sui muri della struttura religiosa compaiono scritte offensive contro i palestinesi. Un crimine odioso che è stato emulato (in parte) a Shefamr, una comunità a maggioranza palestinese all’interno di Israele. Qui una molotov scagliata da ignoti ha colpito una sinagoga non provocando danni a persone e cose. Sono, intanto, proseguiti nella notte i rastrellamenti dell’esercito israeliano nei Territori Occupati che hanno portato all’arresto di sette palestinesi. Secondo l’esercito di Tel Aviv tre erano membri di Hamas e uno della Jihad Islamica. Nena News

 

Di Gerusalemme ha parlato ieri nuovamente il Presidente palestinese. Abbas ha accusato Tel Aviv di aver iniziato una “guerra religiosa” permettendo ai coloni e agli attivisti israeliani di destra di entrare sulla Spianata delle Moschee (terzo luogo sacro per i musulmani). “Noi chiediamo a voi [israeliani] di mantenere i coloni e gli estremisti fuori dalla moschea al-Aqsa e dai nostri siti sacri. Fate in modo che essi siano lontani da noi e noi lo saremo da loro”.

 

Ma perfino l’accondiscendente Abbas non piace al governo israeliano di estrema destra. Ieri il Premier israeliano Benjamin Netanyhau ha ribadito che il Presidente palestinese non è un partner che può fermare gli estremisti “arabi”. Anzi, sarebbe proprio lui ad aver istigato i palestinesi ad attaccare “obiettivi israeliani”. Il premier ha poi annunciato un durissimo giro di vite contro gli “arabi” (i cittadini palestinesi d’Israele) coinvolti in atti di terrorismo. Proposta accolta subito con favore dalla parlamentare e collega di partito (Likud) Miri Regev. L’oltranzista Regev si è spinta ancora più avanti. Secondo la vulcanica parlamentare, se gli “attacchi terroristici” dovessero continuare, Israele dovrebbe imporre una chiusura totale delle aree controllate dall’Autorità Palestinese in “Giudea e Samaria” (Cisgiordania) e non permettere ai lavoratori palestinesi di entrare in Israele fin quando costituiranno una minaccia per gli ebrei. Sul suo account di Facebook ha poi aggiunto: “solo un pugno di ferro – la demolizione delle case dei terroristi e sanzioni economiche contro i familiari dei giovani arabi in rivolta – porterà alla pace”.

 

Un giro di vite che sembrerebbe, però, non soddisfare l’opinione pubblica israeliana. Nel sondaggio mensile compiuto dall’Istituto di democrazia israeliana e dall’Università di Tel Aviv – i cui risultati sono stati pubblicati ieri - emerge che il 57,2% degli israeliani è favorevole a riprendere i negoziati di pace con Ramallah (precisamente il 52,5% degli israeliani ebrei a fronte dell’81,2% dei palestinesi israeliani). Soltanto il 28,5% suggerisce di cessare i rapporti diplomatici con l’Autorità Palestinese (33,1% degli ebrei israeliani, 5,7% dei palestinesi cittadini d’Israele). Favorevoli dunque al processo di pace, ma pessimisti sul suo risultato finale: solo il 30% afferma, infatti, che i negoziati tra le due parti porteranno alla pace. Altro dato da rilevare è che la maggioranza degli israeliani intervistati (57,8%) sostiene che la recente violenza palestinese è frutto di iniziative locali. Solo il 31,8% afferma che fa parte di una intifada organizzata. In pratica gli israeliani non crederebbero al teorema presentato da Netanyahu e dal ministro dell’economia Bennet secondo cui dietro le violenze dei palestinesi ci sarebbe l’Autorità Palestinese.

 

Stamane, intanto, 661 figure pubbliche israeliane hanno invitato il parlamento danese a riconoscere lo stato di Palestina (Copenaghen dovrebbe votare il riconoscimento nel fine settimana). Tra i promotori della lettera vi sono Alon Li’el (ex Direttore Generale del Ministero degli Esteri israeliano), il Prof. Amiram Goldblum (fondatore dell’ong Peace Now) e Naftali Raz attivista di Massad. Tra i firmatari spicca il nome di Eli Bar Navi, ex ambasciatore israeliano in Francia. La votazione dei parlamentari danesi sul riconoscimento della Palestina è stata preceduta da quelle recenti del parlamento inglese e del senato irlandese. Voti simili sono attesi anche in Francia (a dicembre) e in Spagna. Poche settimane fa la Svezia ha ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina. Nena News

 

 


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