“Wala”. La video-poesia di Susan Abulhawa

Osservatorio Iraq,  25.05.2014
 

Voce e immagini dedicate ai palestinesi costretti a lavorare nelle colonie israeliane.

La voce arriva lenta, sottofondo delle immagini che scorrono sul video.

Uomini in fila, dentro una gabbia, che nel cuore della notte attendono, per ore, di superare i controlli dell’esercito israeliano.

E’ questo il quotidiano di migliaia di palestinesi, costretti a lavorare in Israele - o ancora peggio nelle colonie - per la mancanza di lavoro che attanaglia la Palestina occupata.

Sveglia nel cuore della notte, appena il tempo per una preghiera. Per salutare moglie e figli e dirigersi ai controlli di qualche check point che ancora deve aprire.

Alle 5 del mattino arrivano i soldati. La fila si allunga, si aspetta il proprio turno. Dall’altra parte della barriera militare la propria terra rubata, occupata. E la tragica ironia della sorte, che ti costringe a lavorare in una colonia per sopravvivere.

E’ questo il senso di “Wala”, una delle video-poesie realizzate dalla scrittrice palestinese Susan Abulhawa, autrice di “Ogni mattina a Jenin”, della serie “La mia voce cercava il vento”, pubblicate su You Tube.

Qui la scansione temporale delle ore che passano in attesa di un permesso di lavoro da’ il ritmo a tutta una vita, segnata dall’esproprio e dall’umiliazione, che non intacca però la dignità umana. 

Sono le 3 di notte nella gabbia, e tieni stretta nella tua mano di lavoratore il panino che tua moglie ha preparato per te. Avete pregato insieme, al risveglio. “Che Allah sia con te, amore mio”, ti ha detto baciandoti il volto. Hai baciato i tuoi figli che ancora dormivano (…). 

Sono le 4 di notte nella gabbia, la fila davanti è te è così lunga…e più lunga ancora quella che si è formata alle tue spalle, adesso (…). 

Sono le 5 del mattino nella gabbia, quando arrivano i soldati. Alle 7 è il tuo turno di mostrare i documenti necessari per passare (...).

Sono le 7.30, e dal finestrino dell’autobus che ti porta a lavoro guardi scorrere la terra che ti hanno rubato, immaginando l’uomo che saresti potuto essere, che avresti dovuto essere: una famiglia da crescere, la terra da coltivare (…). 

Sono le 8 del mattino e bussi alla porta sul retro di una casa, in una colonia. Ma il proprietario grida “Wala*, non ci servi oggi”. E la sola cosa che puoi fare è ringraziare Dio perché tua moglie e i tuoi figli non ti vedono, mentre il colono che ha rubato la tua terra ti chiama così. 

 

*Wala è un termine arabo che può essere utilizzato in molti modi. La traduzione più corrente è “ragazzo”. In questo caso, utilizzato dall’occupante nei confronti del lavoratore palestinese, ha un’accezione fortemente negativa e umiliante.

 
 
Testo di Cecilia Dalla Negra
 
 

Iniziative

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