Una storia criminale

Il Manifesto, 12.1.14

http://ilmanifesto.it/quattro-drammatiche-decisioni-politiche/

 

La storia di Sharon. Una lunga carriera militare inscritta nell' escalation di un conflitto sanguinoso


di Zvi Schuldiner

 

 

Era stato col­pito da emor­ra­gia cere­brale otto anni fa l’allora primo mini­stro Ariel Sha­ron; finito in coma, in stato vege­ta­tivo, non aveva mai ripreso cono­scenza. Adesso i media sono invasi dall’immagine dolce del nonno grande sta­ti­sta, che sem­bra occul­tare il vero pas­sato di un lea­der arri­vato a com­piere azioni cri­mi­nali. È neces­sa­rio ricor­dare parte della sua sto­ria, anche per capire un po’ meglio una società israe­liana som­mersa e impan­ta­nata in un’enorme onda raz­zi­sta, nazio­na­li­sta, fondamentalista.

Negli anni ’50 del secolo scorso il capi­tano Sha­ron era un aspro com­bat­tente che par­te­ci­pava ad atti di pro­vo­ca­zione, con l’obiettivo di far defla­grare la situa­zione alla fron­tiera gior­dana. Nel 1953, in una delle famose «azioni di rap­pre­sa­glia» di quel periodo, un’unità coman­data da Sha­ron assas­sinò ses­santa abi­tanti del vil­lag­gio di Qui­bia, in Giordania.

In non poche occa­sioni, la lunga car­riera mili­tare di Sha­ron si inscrive nella bru­ta­lità e nell’escalation di un con­flitto fat­tosi ancor più san­gui­noso con la guerra del 1967. Sha­ron, al tempo già gene­rale, coman­dante della zona sud, dà avvio a una bru­tale repres­sione a Gaza negli anni ’70, in seguito diventa il discusso eroe della guerra del 1973 e poco dopo ini­zia una tur­bo­lenta car­riera poli­tica. Con curiosi andi­ri­vieni, a poco a poco arriva a essere uno dei lea­der del Likud. Quando giunge al potere Mena­chem Begin, Sha­ron ini­zia una car­riera che lascerà nella sto­ria segni inde­le­bili, ancora più degli attac­chi cri­mi­nali com­piuti quando coman­dava la fami­ge­rata unità 101, o della repres­sione dei pale­sti­nesi a Gaza.

Sof­fer­mia­moci bre­ve­mente su quat­tro dram­ma­ti­che deci­sioni poli­ti­che di Sha­ron, indi­spen­sa­bili per capire da un lato la stessa realtà odierna di Israele e la pos­si­bi­lità o meno di un trat­tato di pace, dall’altro la peri­co­losa car­riera di un lea­der che nei suoi ultimi anni di vita poli­tica era stato rite­nuto – a torto – un pos­si­bile De Gaulle, che avrebbe fatto riti­rare Israele dai Ter­ri­tori occu­pati.
Sha­ron era mini­stro dell’agricoltura nei giorni di Camp David, quando con la media­zione sta­tu­ni­tense si discu­teva di una pos­si­bile pace israelo-egiziana. E all’epoca fu uno dei prin­ci­pali archi­tetti del pro­getto di colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati, con molte ini­zia­tive e fiumi di denaro. Sha­ron pen­sava che la pace con l’Egitto avrebbe per­messo di inau­gu­rare una serie di trat­ta­tive che pote­vano arri­vare alla discus­sione sul destino della Cisgior­da­nia e della Stri­scia di Gaza, e rite­neva che nuovi inse­dia­menti e un arrivo mas­sic­cio di coloni fos­sero la ricetta migliore per ren­dere impos­si­bile la pace.

L’allora mini­stro della difesa Ezr Wei­tz­man, un noto falco diven­tato ardente colomba durante le trat­ta­tive di pace con l’Egitto, volle cam­biare la posi­zione del primo mini­stro Begin rispetto a pos­si­bili trat­ta­tive di pace con i pale­sti­nesi e dopo aspre discus­sioni con il pre­mier rinun­ciò alla carica, una delle più impor­tanti nella gerar­chia poli­tica israe­liana.
Così Sha­ron, da sem­pre fru­strato per non essere arri­vato al grado di coman­dante gene­rale dell’esercito, poté rea­liz­zare il suo sogno, coman­dando l’esercito come mini­stro della difesa. Poco tempo dopo il suo arrivo a que­sta carica chiave, diede ini­zio ai pre­pa­ra­tivi per la guerra del Libano.

È tut­tora ignoto l’autore del ten­ta­tivo di assas­si­nio dell’ambasciatore israe­liano a Lon­dra Shlomo Argov, che fu gra­ve­mente ferito; l’evento rap­pre­sentò comun­que la scusa uffi­ciale che ser­viva per avviare la guerra del Libano, il 5 giu­gno 1982. «Come sem­pre», avrebbe dovuto essere una guerra lampo, di pochi giorni. Per alcuni era la guerra neces­sa­ria per distrug­gere l’Olp (Orga­niz­za­zione per la libe­ra­zione della Pale­stina), liqui­dare Ara­fat e affos­sare i nego­ziati sul futuro della Cisgior­da­nia. Per Sha­ron e altri era molto di più: si trat­tava anche di intro­niz­zare a Bei­rut la fami­glia Gemayel, alla testa delle Falangi cri­stiane del Libano; in casi spe­ci­fici le falangi si erano alleate ai siriani, e ave­vano liqui­dato pale­sti­nesi, come nel caso del mas­sa­cro del campo di Tel Al Zaa­tar, ma esse diven­ta­rono alleate di Israele ed ese­cu­trici dei suoi ordini, arri­vando a essere un baluardo anti-siriano.

Il gio­vane Bashir Gemayel, pre­si­dente eletto con la pro­te­zione delle armi israe­liane, salta in aria poco dopo, forse assas­si­nato dai siriani. La grande ven­detta arriva pochi giorni dopo: le falangi cri­stiane entrano nel campo di rifu­giati pale­sti­nesi a Sabra e Sha­tila con l’avallo delle forze israe­liane – «non sape­vamo – non abbiamo visto – non imma­gi­na­vamo – non abbiamo sen­tito». La mat­tanza com­muove il mondo e la com­mo­zione arriva anche in Israele.

Le pro­te­ste nel paese obbli­gano alla fine il governo a for­mare una com­mis­sione d’inchiesta, la quale fra l’altro arriva a con­clu­dere che Sha­ron deve lasciare la carica di mini­stro della Difesa. La guerra «di pochi giorni» durerà oltre 18 anni; la riti­rata delle forze israe­liane sarà decisa solo nel mag­gio 2000, dal primo mini­stro Ehud Barak. Sha­ron con­ti­nua a fare il mini­stro, dap­prima senza por­ta­fo­glio, poi inca­ri­cato degli alloggi, una carica che gli per­mette di tor­nare a essere il grande archi­tetto della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati.
Nel set­tem­bre del 2000, Sha­ron fa una mossa che il primo mini­stro Barak avrebbe potuto impe­dire: va alla moschea di Al Aqsa. La sua visita sca­tena la seconda inti­fada, che ha ter­mine anni dopo, quando Sha­ron è già primo mini­stro. Non entriamo qui nel merito della posi­zione di Barak, che allora era appena tor­nato dal fal­li­mento dei nego­ziati con Yas­ser Ara­fat e Bill Clin­ton a Camp David. L’intifada, la bru­tale esca­la­tion repres­siva, il sus­se­guirsi di attac­chi pale­sti­nesi: è in que­sto sce­na­rio che la car­riera poli­tica di Sha­ron arriva al cul­mine, quando tutti pen­sano che il grande gene­rale sia poli­ti­ca­mente morto. In effetti Sha­ron ha ere­di­tato il par­tito dello scon­fitto Neta­nyahu e dopo i tre tri­sti anni di governo di quest’ultimo, Barak sem­bra por­ta­tore delle grandi spe­ranze di rin­no­va­mento. Ma in poco tempo monu­men­tali errori por­tano quest’ultimo a una grande scon­fitta, e così il «morto poli­tico» Sha­ron diventa improv­vi­sa­mente primo ministro.

Il fati­dico 11 set­tem­bre 2001 apre un nuovo capi­tolo di sto­ria. George W. Bush, che tutti con­si­de­ra­vano un fal­li­mento totale, diventa lea­der mon­diale gra­zie alle sue cri­mi­nali guerre in Afgha­ni­stan e Iraq. Il ran­cherosta­tu­ni­tense Bush trova un lin­guag­gio comune con il ran­chero israe­liano Sha­ron. Le pres­sioni di alcuni paesi arabi por­tano Bush e Sha­ron a ripen­sare alcuni ele­menti nel qua­dro medio­rien­tale: si fanno pic­cole aper­ture per scon­giu­rare l’acuirsi del con­flitto, e per evi­tare grandi cam­bia­menti reali.
Il ritiro dalla Stri­scia di Gaza nell’agosto 2005 sarebbe il «grande passo» di Sha­ron, il «paci­fi­sta», agli occhi di molti osser­va­tori disat­tenti della poli­tica medio­rien­tale, e di poli­tici euro­pei al traino di Bush e del sor­ri­dente Tony Blair. I nostri let­tori pos­sono ritro­vare sulle pagine del mani­fe­sto di allora le ragioni della nostra oppo­si­zione a que­sto ritiro, che molti stu­pidi con­si­de­ra­rono un vero cambiamento.

Un ritiro dai ter­ri­tori occu­pati ha sem­pre ele­menti posi­tivi, ma nel 2005 la mossa poli­tica era chiara; il ritiro da Gaza, con tutta la sce­neg­giata, con un’enorme coper­tura media­tica da parte di stampa e tivù del mondo intero, con l’apparenza di un passo verso la pace fu in realtà un’iniziativa uni­la­te­rale gra­zie alla quale il governo israe­liano posti­ci­pava di molti anni qua­lun­que nego­ziato sulla Cisgiordania.

La colo­niz­za­zione galop­pante di quest’ultima, in effetti, diventa da allora sem­pre più grave e mas­sic­cia, ma al tempo stesso l’immagine di Israele e del nostro grande lea­der migliora. Sha­ron non cerca nem­meno di par­lare o nego­ziare con Abu Mazen; l’immagine di un pos­si­bile campo pale­sti­nese mode­rato ne esce inde­bo­lita e già agli inizi del 2006 il trionfo di Hamas è l’ideale per il raf­for­za­mento della poli­tica del grande generale.

La mossa di Sha­ron aveva fun­zio­nato; altri scon­tri ave­vano acuito l’odio fra i due popoli e il cosid­detto pro­cesso di pace era caduto in disgra­zia, ago­niz­zante o dor­miente, quando l’improbabile De Gaulle entrò, nel 2006, in uno stato di coma. In que­sti anni, la reto­rica paci­fi­sta israe­liana non ha affatto rimesso in moto il pro­cesso di pace, e altri coloni hanno occu­pato ter­ri­tori.
Sha­ron che era stato uno dei prin­ci­pali lea­der della pro­te­sta con­tro gli accordi di Oslo fir­mati nel 1993 da Isaac Rabin, Shi­mon Peres e Yas­ser Ara­fat; Sha­ron che era stato in prima fila nelle mano­vre per far fal­lire il pro­cesso di Oslo dopo l’assassinio di Rabin, muore vent’anni dopo, men­tre la pace si fa sem­pre più lon­tana. Sha­ron, con­si­de­rato da molti un arte­fice del cam­bia­mento, è stato in realtà uno dei prin­ci­pali idea­tori della colo­niz­za­zione dei ter­ri­tori occu­pati nel ’67; e il grande affos­sa­tore di ogni pos­si­bile pro­cesso di pace.

(Tra­du­zione di Mari­nella Cor­reg­gia)


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