La guerra siriana nelle Alture del Golan

La Guerra siriana nelle Alture del Golan 

La Alture del Golan sono state per molto tempo viste come un punto nodale per la pace nel Medio Oriente. Alquanto ironicamente, la guerra civile siriana ha messo ai margini questo territorio controllato da Israele. Se la violenza della guerra non ha per ora oltrepassato i confini siriani, le divisioni politiche sono giunte fino alla piccola comunità residente nel Golan. Il racconto di una lotta per l’identità ai margini della guerra civile.
 

di Lea Frese

In autunno l’aria delle Alture del Golan si riempie del profumo delle mele, il prodotto principale della regione e il suo simbolo. Da tre anni, un’ombra di tristezza è calata sulla raccolta a causa del tuonare in lontananza delle bombe e dei fucili che il vento trasporta oltre il vicino confine siriano. Proprio accanto al confine sorge Majdal Shams, un tranquillo paese raccolto attorno alla cima posta più a nord del Golan che si trova in una situazione politica senza vi di uscita.
  

 

  Nizaar un giovane siriano delle Alture del Golan tra le rovine di un villaggio distrutto nel ‘67

 

 

Majdal Shams è il più grande dei cinque villaggi siriani nelle Alture del Golan. Circa 9.000 persone vivono nel paese che si estende attorno a un campetto da calcio attorniato da un panorama così pittoresco che quasi ci si dimentica dei campi minati, della basi militari, degli insediamenti recintati, delle rovine e tutti gli impianti della frontiera. Ad oggi, la guerra civile siriana è rimasta al di là della barriera metallica e degli esplosivi che dividono il Golan dalla Siria propriamente detta, ma ha sicuramente turbato profondamente la comunità, che si è divisa tra i sostenitori del governo siriano e il presidente Bashar al-Assad e chi si è schierato con l’opposizione. Proteste a favore o contro entrambe le fazioni si alternano nella piazza del villaggio da mesi. 

A Majdal Shams, le proteste a favore e contro il regime sono finite con delle colluttazioni

Il professore Taiseer Maray, cofondatore dell’iniziativa popolare ‘Golan per lo Sviluppo’ con sede a Majdal Shams, avverte un profondo cambiamento nella comunità: “L’atteggiamento delle persone è cambiato molto nel corso degli ultimi due anni. Un tempo eravamo sempre uniti, leali alla Siria e contro l’occupazione israeliana. Adesso ci sono delle divisioni profonde all’interno della comunità tra coloro che sono con il regime e chi con i ribelli.” 

La guerra del ‘67, durante la quale Israele si impossessò delle Alture del Golan sottraendole alla Siria, durò poco meno di 30 anni. Circa 100.000 siriani furono cacciati forzatamente dalle loro terre e non hanno potuto farvi ritorno. Circa 7.000 persone rimasero. Quando Israele annesse formalmente il Golan nel 1981, molti siriani rifiutarono la cittadinanza israeliana. Ancora oggi continuano ad avere passaporti siriani oltre ai documenti di viaggio israeliani.

Il villaggio è circondato da molte piantagioni di mele. Dietro ci sono la recinzione del confine, i campi minati e infine la Siria

Le famiglie siriane del Golan hanno mantenuto i contatti con i loro parenti in Siria, nonostante incontrarsi di persona è per i più impossibile. Per decenni, i famigliari si sono riuniti regolarmente sui due lati della recinzione del confine per scambiarsi saluti e racconti utilizzando dei megafoni e dei binocoli. Negli ultimi anni Facebook ha ampiamente rimpiazzato i megafoni. Ai siriani del Golan era stata per molto tempo preclusa l’entrata nel territorio siriano, ma alla fine degli anni ’80 le restrizioni sono state attenuate, permettendo ai giovani del Golan di studiare nelle università oltre confine e ai leader religiosi di compiere dei pellegrinaggi. 

Da Majdal Shams a Damasco ci sono 50 km, 160 km da Tel Aviv

Le varie iniziative diplomatiche per riconsegnare le Alture del Golan alla Siria tramite degli accordi di pace con Israele si sono sempre arenate. Con l’inizio della guerra civile un tale accordo è probabilmente più lontano che mai. Nel Golan, molti hanno l’impressione che il corso della guerra determinerà anche il loro futuro.

“Il futuro del Golan è strettamente legato all’esito della rivoluzione in Siria. In qualsiasi caso, non importa quale fazione sarà la vincitrice, la Siria sta perdendo potere. Un tempo era conosciuta per essere sempre riuscita a resistere alle pressioni straniere” racconta il professore Maray. Maray, un garbato cinquantenne, è un nazionalista veterano siriano della sinistra classica. Si dice “con il popolo siriano” e che “Assad non può rimanere.” C’è un profondo dolore nelle sue parole, e delusione per la sua nazione e il suo regime che per un lungo tempo sono stati interscambiabili.

La grande maggioranza dei siriani nel Golan sono drusi, appartenenti alla comunità etnico-religiosa con radici nell’islam sciita oggi sparsi in tutto il levante. Con una popolazione superiore ai 700.000, poco meno del 4% del totale della popolazione, la Siria ospita la più grande comunità drusa del Medio Oriente. Una piccola minoranza che ha tentato in ogni modo di sottrarsi alla guerra civile scoppiata nel 2011. Il regime ba’athista di Assad a sua volta dominato dai membri della minoranza siriana alawita ha favorito tale atteggiamento. 

I drusi siriani, sono stati per molto tempo sostenitori di Assad e del suo regime basato sul dominio della minoranza.

Il regime di Assad ha tradizionalmente tratto la sua forza dal sostegno delle minoranze religiose. Adesso tali minoranze hanno molto da temere dalle agitazioni di stampo settario in aumento delle varie fazioni belligeranti. Stando a quanto riportato dai media siriani, la leadership drusa ha cercato di allontanare la guerra dalle proprie comunità e non ha permesso ai gruppi dell’opposizione di colpire le istituzioni governative nelle aree sotto il proprio controllo. Dopo l'escalation di violenza di gennaio di cui è stato partecipe il gruppo radicale di Jabhat an-Nusra, gli sceicchi drusi hanno intrapreso dei negoziati con tutte le parti per evitare ulteriori problemi. Nel frattempo, la stampa riferisce di alcuni piccoli gruppi di combattenti drusi che si sono uniti alle forze di opposizione. Verosimilmente il miglior modo per descrivere la posizione dei drusi siriani sono le parole dell’International Crisis Group che l’ha definita una “neutralità precaria.” 

Sudqi al-Makt nel suo salotto circondato da ritratti di Bashar al-Assad e dei suoi idoli ba’athisti

Nel Golan, i siriani vedono la loro patria andare in frantumi con l’aumento delle divisioni settarie. “Il ruolo della religione nello stato è diventata la questione principale della guerra. I ribelli fondamentalisti vogliono la creazione di uno stato sunnita e distruggere l’unità che il presidente Assad aveva portato tra le varie comunità religiose” sostiene Sudqi al-Makt, un devoto sostenitore del governo siriano. Al-Makt ha trascorso 27 anni nelle prigioni israeliane, “per resistere all’occupazione” come gli piace enfatizzare. Dal suo rilascio nel 2012, al-Makt ha dedicato la sua esistenza a una campagna di solidarietà in supporto al regime siriano. Ai suoi occhi, la Siria è la sua patria e Assad è la Siria. “La guerra è stata causata da forze esterne come la Turchia, gli Stati Uniti e Israele” aggiunge. “A loro Assad non piace, perché è stato un simbolo della resistenza a Israele, per il Golan, il Libano e la Palestina.” 

Mentre la Siria implode, Israele appare improvvisamente più allettante

Di fatto la guerra civile ha sicuramente fatto apparire Israele sotto una luce diversa agli occhi dei siriani nel Golan occupato. “Israele sembra meno pericoloso rispetto al subbuglio nella regione. E’ difficile convincere la generazione dei giovani a mantenere la loro identità nazionale” dice Maray. La stampa israeliana ha recentemente salutato con gioia un nuovo picco nelle richieste di cittadinanza israeliana da parte dei siriani del Golan. Nel 2012 le autorità hanno registrato per la prima volta un numero di richieste a tre cifre, una vittoria per lo stato di Israele stando alla stampa. D’altro canto però il quotidiano Ha’aretz ha anche riferito di tre giovani siriani del Golan che si sono uniti all'esercito in Siria, alimentando la preoccupazione circa la lealtà della minoranza araba israeliana.

Nonostante la guerra, si ritiene che più di trenta studenti siano tornati nelle università in Siria a fine ottobre. Per coloro che sono alla fine di un lungo percorso accademico c’è molto da perdere. La Siria ha deciso di esentare dal pagamento delle tasse universitarie tutti gli studenti provenienti dal Golan e concede loro una borsa di studio mensile. In Israele l’educazione è molto costosa e gli studenti dovrebbero cominciare da zero. Centinaia di giovani del Golan hanno colto l’opportunità di riallacciare i contatti con quella cha molti ritengono la propria nazione. 

Una generazione è cresciuta sotto il governo israeliano mentre la possibilità di un ritorno in Siria sembra lontana.

I giovani di Majdal Shams non sono meno divisi a proposito di Assad rispetto agli adulti. Solo gli anziani religiosi hanno scelto chiaramente di stare con il regime. Ola, 27 anni, nata e cresciuta a Majdal Shams non è mai stata in Siria. Ma dice che in Israele, sotto l’occupazione, non si sentirà mai a casa. “Non credo che Israele sia democratico e che mai lo sarà”, dice giocando con un bracciale su cui è scritto “Free Syria”. Ola è “con la rivoluzione” ed è una dei leader del piccolo gruppo pro-opposizione del Golan.

Altri ragazzi della sua generazione provano una minore repulsione nei confronti di Israele. Molti compaesani lavorano in Israele o nelle vicine colonie, i bambini frequentano le scuole pubbliche con un programma scolastico pensato specificatamente per i drusi e si sono adeguati alle circostanze. Centri sanitari con sede nella comunità e iniziative educative hanno reso questi servizi migliori rispetto alla maggior parte di Israele. Questa società civile così incredibilmente attiva affonda le sue radici nei circoli della resistenza attivi negli anni ’70 e ’80 che stavano a capo della lotta contro Israele. Dopo 46 anni di occupazione israeliana, le probabilità di un ritorno del Golan alla Siria sono tenui e sicuramente non nell’immediato futuro. 

Forse “gli anziani hanno perso la loro guerra”

Nizaar siede sulle rovine di uno dei tanti villaggi siriani distrutti che punteggiano il panorama collinare dalla fine degli anni ’60, quando l’esercito israeliano li distrusse. Ha quasi trent’anni e ancora non ha trovato un lavoro dopo essersi laureato un paio di anni fa all’Università di Damasco. La generazione dei suoi genitori ha fatto la resistenza. Oggi sono pieni di tristezza, ci dice, sconvolti da ciò che è divenuta la Siria. “Gli anziani hanno perso la loro guerra”, dice. In Siria saranno gli anziani più di chiunque altro a vincere,  qualsiasi fazione vincerà alla fine. 

(tradotto da AIC Itali/Palestina Rossa)

 


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