Il regista di "Paradise Now" affronta l'argomento tabù del collaborazionismo.

Il regista di “Paradise Now” affronta l’argomento tabù del collaborazionismo

Per un certo lasso di tempo, Omar, il protagonista eponimo del nuovo film di Hany Abu Assad, condivide la cella di una prigione israeliana con degli insetti che riescono a mala pena muoversi nel buio ma che con determinazione portano avanti delle attività il cui scopo è difficilmente afferrabile, forse anche da loro stessi. Sono anch’essi dei prigionieri? E la loro operosità è forse un tentativo di distrarsi dalla prigionia o un modo per trascendere la loro situazione? 

di Jonathan Cook

Difficilmente si potrebbe trovare una metafora più intensa per rappresentare le vite di Omar e dei suoi amici sotto l’occupazione. Il film, vincitore di “Un Certain Regard” al Festival di Cannes a maggio, è un autorevole ritorno al grande cinema di Abu Assad dopo alcuni anni alla deriva a Hollywood, in cui è finito col dirigere mediocri film di serie B. Omar uscirà nelle sale europee nelle prossime settimane e verrà proiettato al New York Film Festival ad ottobre.
 

 

Paradise Now, il film del 2005 che fece conoscere Abu Assad al pubblico internazionale, diventando il primo film palestinese ad essere nominato ad un Oscar, raccontava le ultime ore di due amici che, con differenti gradi di convinzione, avevano deciso di divenire degli attentatori suicidi. 

Sotto pressione

Come già Paradise Now, anche Omar è un ritratto intimo, sorprendentemente umoristico e spesso claustrofobico dell’amicizia, amore, tradimento e sacrificio in una situazione di grande pressione.

A differenza del precedente film, che scandagliava un’idea controversa di liberazione in un particolare momento storico della Palestina, Omar allarga lo sguardo e affronta questioni legate alla natura dell’occupazione israeliana e alla resistenza.

Omar è il primo film distribuito su larga scala girato completamente in Palestina (tra cui a Nazareth e Nablus) da uno staff esclusivamente palestinese e finanziato con soldi palestinesi.

La trama di Omar è ricca di colpi di scena che sarebbe ingiusto rivelare qui. Questi sviluppi non sono da considerarsi come meri espedienti narrativi, bensì hanno delle profonde implicazioni per i personaggi principali della storia.  

Il protagonista Omar, interpretato da Adam Bakri, vive da un lato del muro israeliano, mentre i suoi due amici d’infanzia, Tarek e Amjad, entrambi militanti nella resistenza armata, dall’altro. Omar mette in pericolo la sua incolumità scalando regolarmente il muro di cemento alto 8 metri per incontrarsi con loro e segretamente con Nadia (Leem Lubany), la sorella di Tarek, di cui si è infatuato.

Nel film, il muro risulta chiaramente un ostacolo all’amicizia, all’amore e alla solidarietà, piuttosto che una demarcazione territoriale o legale tra Israele e i palestinesi. Per coloro che non conoscono la complessità del conflitto risulta addirittura difficile capire quale lato del muro sia considerato “Israele”, perché Omar subisce umiliazioni dai soldati e dalla polizia da entrambe le parti. 

Una storia d’amore

Anche un pubblico poco interessato alla situazione politica israelo-palestinese potrà apprezzare la delicata storia d’amore tra i protagonisti che presto si trasforma in un complesso thriller politico. Nonostante il film si occupi di un argomento dal profondo significato contemporaneo, e cioè la più duratura occupazione della storia moderna, il film evita le polemiche dirette. Le politiche che sono la causa delle sofferenze di Omar si fanno invece chiare agli spettatori lentamente, con il proseguire del film. 

Due temi chiave rivelano le profonde problematiche legate all’occupazione per i palestinesi, tematiche che fino ad ora nessun palestinese aveva affrontato con tata intensità e sofisticatezza.

Il primo riguarda la creazione da parte di Israele di una serie di gabbie per i palestinesi, dalle più ampie alle più piccole, come una matrioska, rinchiudendone una dentro all’altra fino alla più piccola che sta al centro di tutto.

Nel film, Omar si muove tra queste gabbie: dalla più grande, come palestinese che vive in Israele, passando per l’occupazione dall’altro lato del muro, fino all’incarcerazione “formale” che culmina con la condivisione di una cella con degli insetti.

Abu Assad non esita a sottolineare come la libertà di Omar sia sempre illusoria, nonostante si muova molto nello spazio e cambino i luoghi in cui la storia si dipana. Il suo destino è nelle mani di altri.

Il film suggerisce che questa stratificazione di gabbie sia voluta dagli autori dell’occupazione per dissimulare la realtà, nascondendo alla maggior parte dei palestinesi la vera natura della loro prigionia.

Inoltre, l’esistenza di queste gabbie sta alla base di un sistema di punizioni e ricompense che placa, divide e controlla la popolazione palestinese. Omar è costretto più volte a cedere ai ricatti degli occupanti per poter essere “rilasciato” in un luogo magari più spazioso ma che difficilmente gli garantisce una maggiore libertà. 

Collaborazionismo

L’ uso “della carota e del bastone” è intrinsecamente connesso anche alla seconda tematica: il collaborazionismo.

Il collaborazionismo è uno dei grandi tabù palestinesi, il marchio del peccato per la società e per tanto un argomento di cui nessuno vuole parlare. Le uniche occasioni in cui il problema emerge in superficie è quando dei leader palestinesi decidono di usare la mano pesante contro il fenomeno uccidendo alcuni informatori (pratica, tra l’altro, altamente criticata dalle associazioni in difesa dei diritti umani).

La realtà dei fatti è che lo sfruttamento dei collaborazionisti è lo strumento principale in mano ad Israele per mantenere lo stato d’occupazione sia per i palestinesi in Israele che per quelli cha vivono nei Territori Occupati. Questo fenomeno rende praticamente impossibile l’organizzazione della resistenza e addirittura la lotta per i diritti basilari.

Nel corso degli anni, gli israeliani hanno tessuto una ragnatela, utilizzando svariate tecniche, volta ad intrappolare i palestinesi comuni. Una volta catturati non c’è via di fuga. Molto presto anche il protagonista del film se ne renderà conto, trovandosi in una situazione senza via d’uscita.  

Una decisione coraggiosa

I danni che il collaborazionismo ha causato e continua tutt’ora a causare alla resistenza palestinese sono divenuti particolarmente evidenti durante la seconda intifada, quando l’intelligence israeliana si vantava che per ogni attacco suicida, come quello in Paradise Now, era riuscita a sventarne almeno una dozzina. Se ci sono riusciti è solo grazie al veleno del collaborazionismo che scorre nelle vene della società palestinese. Anche in un gruppo ristretto di persone, quasi sicuramente ci sarà una persona che non è quella che si pensa, come i personaggi del film Omar scoprono a loro spese o sospettano di scoprire.

Il film analizza nei dettagli e senza timore come il sistema di controllo funziona e perché molti palestinesi, così come Omar, sono per lo più impossibilitati ad evitarlo o a sovvertirlo.

La decisione di Abu Assad di porre il problema del collaborazionismo al centro del suo film è pertanto da considerarsi molto coraggiosa e di vitale importanza, poiché, fintanto che i palestinesi non si confronteranno apertamente e onestamente su questo punto, avranno pochissime possibilità di riuscire a liberarsi del controllo totalizzante sulle loro vite perpetrato dallo stato di Israele.

Il messaggio del film è molto più ottimistico di quello che si potrebbe credere leggendo questo articolo. Con la scena finale del film Abu Assad ci dice infatti che una reale consapevolezza di ciò che succede è possibile e che è questa l’unica speranza per una trasformazione sociale e personale.

(tradotto a cura di Palestina Rossa)

 


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