Una vita tra rappresaglie violente e attacchi immotivati per mano della polizia

 

Una vita tra rappresaglie violente e attacchi immotivati per mano della polizia.

M. vive nel villaggio di Al-Ma’asara nella Cisgiordania ed è stato attaccato dalla polizia di frontiera per il semplice fatto di risiedere in un paese che si oppone attivamente all’occupazione.

 

di Yossi Gurvitz (Yesh Din)

Una mattina, nei primi giorni d’agosto, un abitante di Al-Ma’asara in Cisgiordania si è recato a Ramallah per cure mediche. Per tornare a casa ha preso un taxi e ad un certo punto ha raggiunto il Checkpoint Container pattugliato dalla polizia di frontiera. Un'agente, come da protocollo, ha chiesto a M. il documento d’identità palestinese. Ci ha messo molto tempo per esaminarlo e ad un certo punto gli ha ordinato di scendere dall’auto.
 

 

Non appena M. è sceso dal veicolo il poliziotto lo ha preso a schiaffi senza che ci fosse stata alcuna provocazione. Il poliziotto ha tentato di colpirlo una seconda volta ma M. è riuscito a parare il colpo. A questo punto è arrivato un altro agente e M. è stato trascinato in disparte e picchiato ripetutamente. Il taxista ha cercato di intervenire, ma gli è stato intimato di rientrare in auto o sarebbe stato picchiato anche lui.    

Il motivo della violenza? Nessuno ha detto nulla a M., ma i due bulli che lo hanno aggredito hanno più volte ripetuto il nome di “Ma’asara”. Al-Ma’asara è un dei villaggi in cui ogni venerdì gli abitanti manifestano pacificamente contro l’occupazione e siccome le forze armate israeliane devono bloccare le proteste questo non permette loro di rientrare a casa durante il week-end. M. ha notato che la polizia di frontiera prende parte regolarmente ad azioni volte a disperdere i manifestanti e ritiene che sia stato questo il motivo per cui è stato bloccato e malmenato.

È importante notare che M. non è stato arrestato o sospettato di nulla. È una vittima della brutalità della polizia che colpisce in modo casuale. Se avessero avuto delle prove contro di lui, lo avrebbero trattenuto del tempo senza permettergli di incontrare un avvocato, per poi chiedergli di firmare il solito patto faustiano per il quale sarebbe stato rilasciato senza aspettare la fine del processo legale ma solo in cambio di una confessione di un reato che non è chiaro se avesse realmente commesso.

M. ritiene che il motivo dell’attacco sia il luogo in cui vive. Se questo fosse il motivo, e non possiamo esserne certi, questo atteggiamento può essere solo considerato una rappresaglia perpetrata da persone che dovrebbero, almeno in teoria, applicare la legge e promuovere la legalità. Una vera e propria aggressione ai danni di una persona senza colpe per mandare un “messaggio” al suo villaggio.

Perché non possiamo esserne certi? Perché M. non si rivolgerà mai alla polizia e senza una denuncia il caso non verrà aperto e non ci saranno alcune indagini. Ma perché M. non sporgerà denuncia? Perché conosce bene gli organi investigativi israeliani e il modo in cui operano e sa benissimo che non succederà nulla. Un secondo motivo è il timore di perdere il permesso d’ingresso in Israele in seguito al reclamo.

Per M. non solo la polizia, che dovrebbe proteggerlo (ridete quanto vi pare, ma questo è il loro compito stando alle norme del diritto internazionale e della Corte Suprema di Giustizia), è parte del terrore esercitato contro di lui quotidianamente, ma anche una eventuale denuncia dell’abuso subito metterebbe in difficoltà la possibilità di continuare a condurre la sua vita. Sentiamo spesso questo tipo di lamentele da molti palestinesi, ma ci mancano le documentazioni effettive di ciò. La paura che queste persone provano non deve però essere sminuita solo perché mancano dei documenti.

Questo è stato un breve racconto del calmo terrore che regna nei Territori Occupati, perpetrato quotidianamente con il vostro avvallo (si rivolge ai cittadini israeliani ndr.) e i vostri soldi. La prossima volta in cui sentirete un portavoce dell’IDF parlare di “disturbo dell’ordine pubblico” pensate alla storia di M., alla violenza che ha subito e alla paura a far valere i suoi diritti. Questo è l’ordine che lo protegge.

 

(tradotto a cura di Palestina Rossa)

 


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