Il 'NO' Originale - Perchè gli arabi rifiutarono il sionismo e perchè ha importanza

Middle East Policy Council
19.07.2013
http://www.mepc.org/articles-commentary/commentary/original-no-why-arabs-rejected-zionism-and-why-it-matters

 

Il ‘No’ originale – Perché gli arabi rifiutarono il sionismo e perché ha importanza.

Un processo di pace fattibile non necessita che entrambe le parti accolgano o addirittura riconoscano la legittimità della narrazione dell’altro. Esso richiede che entrambe abbiano una comprensione informata e non-riduzionista di ciò di cui consiste questa narrazione, vengano a patti con il fato che non possa essere rimossa, e riconoscere che elementi di essa apriranno la strada al tavolo dei negoziati e dovranno essere affrontati. 

di Natasha Gill

Nel suo discorso a Gerusalemme del marzo 2013, il presidente Obama ha offerto agli israeliani un affare sbalorditivo: la storia per la pace. In cambio del suo appoggio personale su ogni dettaglio della normale narrazione ebraico-sionista, agli israeliani è stato richiesto di riconoscere i palestinesi come esseri umani, con alcuni diritti umani. Sono stati quindi invitati a riconsiderare l’occupazione e a fare la cosa giusta in modo da contribuire a rinnovare il processo di pace.

 

Per molti versi, il discorso di Obama è stato una riflessione e una risposta al punto di vista sostenuto da molti amici di Israele negli Stati Uniti d’America, che è il punto di vista sul conflitto prevalente oggi in Israele. Gli avvenimenti degli ultimi anni hanno alimentato la diffidenza israeliana degli arabi e hanno incoraggiato i loro dubbi sull’esserci o meno un partner per la pace. Contestuale con ciò è stata la riaffermazione delle politiche motivate da fattori ideologici e narrativi, compresa la richiesta che Israele venga riconosciuto dai suoi interlocutori palestinesi come stato ebraico. 

Sembra che i Presidente sperasse, affrontando e placando questi timori, di poter ottenere la fiducia degli israeliani e creare uno spazio all’interno del quale potrebbe essere varato un autentico processo di pace. Tuttavia, piuttosto che convalidare la visione di un lato della storia – la “storia di Israele”, come il Presidente l’ha definita – potrebbe aver suggerito che se gli israeliani sperano di raggiungere qualsiasi parte del loro sogno di pace e di sicurezza, hanno bisogno di accettare che i loro nemici abbiano la propria storia da raccontare: una che non è semplicemente sulle violazioni dei diritti umani nella West Bank, e una che non se ne va via presto in qualsiasi momento. 

Lo scopo di una tale ingiunzione presidenziale non sarebbe stata quella di incoraggiare le parti a rimanere impantanate in dibattiti sul passato, o “riconoscere la narrazione altrui”. La battaglia sulla storia imperversa più amaramente che mai e mai sarà risolta al tavolo dei negoziati. Ma, mentre non è né necessario né possibile che le parti accettino in modo reciproco la versione delle cause del conflitto, è indispensabile che tutte le parti abbiano una conoscenza minima di come la loro percezione storica dell’avversario influenzi, al momento, il loro approccio ai negoziati: la loro propensione a venire al tavolo, il tipo di processo di pace cui possono dar credito e accettare, le condizioni o le precondizioni che possono o non possono ammettere, e, forse ancora più importante, gli accordi e le contropartite che possono o non possono smerciare al loro popolo. Senza questa comprensione da parte dei responsabili della politica e dell’opinione pubblica che premono per una ripresa del processo di pace, le speranze del Presidente, e lo sforzo instancabile del Segretario Kerry, andrà a finire probabilmente allo stesso modo di Camp David 2000. 

All’inizio c’era il No 

Quando si tratta del campo filo-israeliano, la questione fondamentale che deve essere affrontata è il punto cieco per quanto riguarda le origini pre-1948 del conflitto Israele/Palestina. 

Un numero rimarchevole di sostenitori di Israele provenienti da tutto lo spettro politico condivide un comune e incrollabile articolo di fede: che il conflitto Israele/Palestina era evitabile e non necessario. Se gli arabi di Palestina avessero accettato il sionismo 130 anni fa, non ci sarebbe mai stato e non ci sarebbe ora, nessuna causa di spargimento di sangue. 

Il rifiuto arabo è così servito da equivalente di un argomento cosmologico: “All’Inizio c’era il No”. Per la storia del conflitto il campo filo-israeliano spesso risale al 1947, quando gli arabi dissero No al piano di ripartizione delle Nazioni Unite, o al 1948, quando i paesi arabi dissero No, sferrando una guerra contro lo stato ebraico appena proclamato. L’ipotesi è che gli arabi non avevano nessun buon motivo per rifiutare il sionismo o l’idea dell’autodeterminazione ebraica in Palestina: piuttosto, il loro rifiuto viene interpretato come conseguenza del loro intrinseco antisemitismo, della tendenza naturale alla violenza, o a intransigenza distruttiva. Di recente, questo credo è stato articolato in modo succinto dal primo ministro Netanyahu: “La mancanza di volontà da parte dei palestinesi di riconoscere lo stato di Israele come stato nazionale del popolo ebraico è la radice del conflitto”.[1] 

In un certo senso, Netanyahu ha assolutamente ragione: il fatto che i palestinesi si sono rifiutati di riconoscere il diritto morale degli ebrei a uno stato in Palestina è una fonte di conflitto, anche se i palestinesi possono essere disponibili ad accettare oggi il diritto de facto di Israele di esistere. Ciò che è discutibile al proposito è che si fraintende la reazione con la causa. Il rifiuto palestinese non è spuntato come Atena, del tutto formata dalla testa di Zeus, senza ragione o fondamento; e non è la causa principale del conflitto. 

Questo credo ha resistito per oltre 70 anni a fronte di nuove idee, nuove prove e nuove circostanze. E’ stata sostenuta da una sorprendente mancanza di curiosità su ciò che ha causato l’originale No arabo e quindi circa la natura del conflitto stesso. Rimane un mistero come ebrei, altrimenti dotati di mentalità critica, e personalità politiche influenti hanno ripetuto per generazioni affermazioni come quella di Netanyahu senza informarsi sul perché gli arabi si rifiutarono di riconoscere la legittimità del sionismo – praticando una forma di ignoranza colposa che diminuisce la qualità delle loro argomentazioni, indebolisce la credibilità del loro caso e crea un abisso tra la visione pubblica del conflitto e la conoscenza necessaria per preparare il terreno per un autentico processo di pace. 

Certamente, per fedeli sostenitori di Israele, questo viaggio alle origini delle origini - il periodo tra il 1880 e i tardi anni ’30 – è probabile risulti difficile. Ancor più che la spinosa questione della Nakba del 1948 e la crisi dei profughi, questo primo periodo pone domande elementari sul conflitto che non possono essere eluse per via di argomenti da discutere preparati in anticipo sul rifiuto palestinese. Queste domande non sono di interesse puramente storico; mettono a nudo i modelli, i meccanismi e i punti morti alla base che oggi definiscono il conflitto, i quali erano già quasi tutti in atto fin dalla fine degli anni ’30. 

Ma, quantunque difficile, questo tipo di esplorazione in questioni fondamentali è inevitabile. I sostenitori di Israele possono discutere fino alla nausea del piano di spartizione del 1947 e della guerra del 1948, ma senza la conoscenza dei precedenti 60 anni a malapena parlano per caso del conflitto. Evitando il primo periodo si sono privati della conoscenza e del discernimento che permetterebbero loro di valutare correttamente le posizioni dei palestinesi, perseguire efficacemente gli interessi della propria gente e riconoscere le opportunità per disinnescare il conflitto se e quando si presentano. Hanno pure garantito che la storia e lo stato attuale del conflitto saranno sempre più palesati dai nemici di Israele e con maggiore forza di persuasione. 

Al fine di superare queste barriere e cominciare a costruire uno spazio dove potrebbe verificarsi una vera pacificazione, la comunità ebraica e i suoi alleati devono iniziare a porsi delle domande sul No originale: Perché, nel periodo tra gli anni 1880 e il 1948, gli arabi di Palestina e delle zone circostanti dissero No al sionismo? Per l’esattezza, a che cosa dissero NO? E in che modo dissero di No? 

Affrontare il No arabo 

GLI ARABI DISSERO NO AL DIRITTO EBRAICO AL RITORNO. 

Che confusione ne conseguirebbe in tutto il mondo se tale principio sul quale gli ebrei basano le loro “legittime” pretese fosse messo in atto in altre parti del mondo! In Spagna, gli spagnoli dovrebbero lasciar spazio agli arabi e ai mori che conquistarono e governarono il loro paese per oltre 700 anni…. 

- Delegazione arabo-palestinese, Osservazioni sul Rapporto Provvisorio dell’Alto Commissariato sull’Amministrazione Civile della Palestina durante il periodo 1 luglio 1920 – 30 giugno 1921. 

Gli arabo-palestinesi dissero No all’idea che nel XX secolo un popolo che nel passato viveva numeroso in Palestina oltre 2.000 anni fa, sulla base di un testo religioso, potesse accampare diritti sulla terra dove gli attuali abitanti erano vissuti per mille e cinquecento anni. 

Essi non basarono il loro rifiuto su una negazione dei legami storici e religiosi ebraici nei confronti della Terra Santa. Piuttosto, dissero di No all’idea che ebrei altamente secolarizzati, provenienti dall’Europa, che sembravano abiurare le pratiche, i costumi e la vita religiosa, potessero usare la Bibbia per sostenere un progetto politico di uno stato ebraico in una terra già popolata e abitata. 

Neppure negarono la sofferenza degli ebrei, o i pogrom e le persecuzioni, che al momento essi stavano vivendo nell’Europa occidentale e orientale. Al contrario, molti dei critici più accesi del sionismo erano estremamente consapevoli della sofferenza degli ebrei, sebbene fossero turbati dall’impatto che stava avendo sul supporto britannico al progetto di una Casa Nazionale Ebraica. Ciò a cui dissero No fu l’idea che la difficile situazione umanitaria degli ebrei concedesse loro speciali diritti politici e nazionali in Palestina, e che tali diritti degli ebrei dovessero avere la meglio sui diritti degli arabi. Questi dissero No all’idea che avrebbero dovuto pagare il prezzo per la lunga persecuzione cristiana degli ebrei, ed espressero profondo risentimento per l’ipocrisia degli europei, che promuovevano una casa per gli ebrei in Palestina, sebbene avessero chiuso le proprie porte alle vittime dell’antisemitismo cristiano europeo. 

Non c’è nulla di sconvolgente e strano nel fato che gli arabi considerassero gli ebrei sionisti provenienti dall’Europa un “impianto alieno” in Palestina e che se ne risentissero.[2] La logica della maggior parte dei movimenti nazionali e proto-nazionali – con il sionismo che non rappresenta affatto un’eccezione – è che gli stranieri siano una minaccia, e le definizioni di “estraneo” e di “minaccia” sono influenzate dalle mutevoli esigenze e interessi di ogni singolo movimento nei suoi momenti di definizione. In risposta al sionismo, gli arabi fecero notare che le leggi sul possesso territoriale erano generalmente riconosciute in tutto il mondo; non lo fossero state, gli arabi potrebbero riconquistare e rivendicare la Spagna, un paese sul quale regnarono per un tempo maggiore e più recente che gli ebrei in Palestina. Nel punto di vista degli arabi palestinesi, indipendentemente dal fatto che gli ebrei fossero veramente attaccati alla Palestina o vi avessero avuto una storia, il ricorso alla Bibbia non era forte abbastanza per rovesciare le regole di un ordine mondiale moderno di secoli. 

Ancora oggi, gli arabi e i palestinesi sono rimproverati per non aver mostrato abbastanza compassione per la sofferenza degli ebrei e averli accettati di buon grado come profughi in Palestina. Ma, mentre molti ebrei possono fare una connessione intuitiva tra la situazione difficile che hanno affrontato tra il volgere del secolo e gli anni quaranta e il loro bisogno di uno stato, non c’è alcun motivo che per altre persone la compassione per la sofferenza degli ebrei debba tradursi naturalmente nella accettazione del sionismo, sia allora che ora. Questo è particolarmente vero nel caso degli arabi nei primi anni del conflitto, che si rendevano conto che il sionismo nel futuro avrebbe potuto influenzare negativamente la vita. 

E’ anche difficile da sostenere l’opinione che l’opposizione al sionismo agli inizi del XX secolo fosse, per definizione, una forma di antisemitismo, dato che i vantaggi del movimento non erano sempre evidenti agli ebrei stessi: non agli ebrei ortodossi, che lo consideravano eretico e sacrilego, sostenendo che un ritorno a Eretz Yisrael poteva essere accelerato solo dalla volontà divina piuttosto che da quella umana; non da molti ebrei della Diaspora, un buon numero dei quali sono rimasti “non-sionisti” fino al 1940; non per gli ebrei marxisti, che hanno ritenuto che fosse un movimento retrogrado distante dall’internazionalismo; e non per gli ebrei palestinesi del posto, molti dei quali si sentirono estraniati dall’arrivo degli ashkenaziti dall’Europa e che inizialmente riponevano le proprie speranze nel governo ottomano. E quantunque sia vero che la retorica anti-ebraica e il sostegno alle potenze dell’Asse di Hajj Amin al Husayni – il Muftì di Gerusalemme – e di alcuni dei suoi seguaci prima e durante la II Guerra Mondiale, siano legittimi oggetti di critica, questo non cambia il fatto che il movimento nazionale palestinese stesso non era fondamentalmente motivato da antisemitismo. Era sospinto da una serie di risposte alla nozione, all’applicazione e alle implicazioni a lungo termine del movimento sionista per la vita e l’identità degli arabi palestinesi. 

Non si tratta di negare che ci siano stati arabi antisemiti nel periodo iniziale, o che ce ne siano molti oggi nel mondo arabo: per gli ebrei ci sono buone ragioni per temere che si possano perdere pericolosamente i contorni della linea di separazione tra l’antisionismo e l’antisemitismo. Ma è proprio nell’interesse degli ebrei distinguere tra antisionismo e antisemitismo e trovare un modo per affrontare, invece di aggirare le legittime critiche di Israele. Dato che così pochi si sono cimentati con le ragioni primarie relative al perché gli arabi di Palestina si opposero al sionismo, essi hanno accesso a un solo quadro interpretativo, applicabile sia al passato che al presente: la critica del sionismo non ha alcun fondamento ragionevole, ma fu allora – ed è ancora oggi – mosso principalmente dall’antisemitismo. Questa formula riduttiva fa ben poco per aiutare i sostenitori di Israele a capire che cosa motiva veramente i palestinesi oggi, o determinare il migliore modo per negoziare con loro al fine di perseguire gli interessi di Israele. 

GLI ARABI PALESTINESI DISSERO NO A METTERE SULLO STESSO PIANO LA COSCIENZA NAZIONALE CON I DIRITTI ALLA TERRA. 

Non esiste un solo arabo che non sia stato leso dall’ingresso degli ebrei in Palestina: non c’è un solo arabo che non veda se stesso come parte della razza araba….Ai suoi occhi, la Palestina è un’unità indipendente. 

-          Moshe Shertok, discorso al Comitato Centrale del MAPAI, 9 giugno 1936. 

Se ci sia stata una cosa del tipo “palestinese” è uno dei dibattiti più comuni del tutto irrilevanti per quanto riguarda le origini del conflitto. Non importa se gli arabi che vivono in Palestina fin dalla fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo si considerassero far parte della Palestina, Siria meridionale, una federazione araba più grande, o ottomani, gerosolimitani, membri di una tribù o clan, o musulmani. Sia che essi fossero “un” popolo o semplicemente “popolo”, essi vivevano e avevano profondi legami religiosi, storici, culturali e sentimentali con una zona particolare della terra conosciuta variamente e per secoli come “Palestina” e “Terra Santa”. Gli arabi dissero No allora e continueranno a dire No oggi, all’essere rappresentati come persone che vivevano accidentalmente in terra ebraica, piuttosto che gli esseri umani – nelle stragrande maggioranza di lingua araba e di fede musulmana – che abitavano la Palestina e le zone circostanti molto tempo prima dell’arrivo dei sionisti. 

La riluttanza da parte dei molti sostenitori di Israele ad accettare che la grande maggioranza degli arabi ha vissuto e prosperato in Palestina prima del sionismo colpisce oggi l’intero loro approccio al conflitto. Ad esempio, le offerte israeliane ai palestinesi sono presentate spesso come concessioni dolorose, ma magnanime, in riconoscimento del fatto che ci sono attualmente ( e piuttosto scomode) alcune persone che vivono nelle vicinanze e alle cui necessità deve essere provveduto. Testimone il discorso del primo ministro Netanyahu del 2009 a Bar Ilan, fatto con cura per insinuare che la “popolazione” palestinese vive “ora” sulla terra come se di recente fosse comparsa in un qualche modo magico. [con aggiunta di enfasi] 

Ma, amici, qui dobbiamo affermare tutta la verità. La verità è che nell’area della nostra patria, nel cuore della nostra patria ebraica, ora vive una numerosa popolazione palestinese….Questi due fatti – il nostro legame alla terra di Israele e la popolazione palestinese che vive qui, hanno creato profonde discordie all’interno della società israeliana. Ma la verità è che abbiamo molta più unità che discordia. [3]  

Questo punto di vista si allinea bene con la tendenza crescente da parte israeliana di sostenere un approccio pragmatico alla pacificazione, che eviti di “insistere sul passato” – una visione implicita nell’affare che il Presidente Obama ha offerto agli israeliani: accetto che è possibile continuare a negare che altre persone abbiano vissuto qui nel passato, se si prendono in considerazione i sentimenti di chi vive qui nel presente. “Ma un processo di pace dove una sola parte ha avuta riconosciuta la propria storia e ha perciò il lusso di “lasciar perdere” il passato, non è probabile giunga a buon fine; e richieste o condizioni avvolte in un pacchetto che riduce o nega la dignità di una parte seduta all’altra estremità del tavolo non sono suscettibili di portare frutto. A meno che gli elementi della narrazione dei palestinesi siano presenti nella percezione dell’opinione pubblica e al tavolo negoziale, questi non avranno alcun motivo di confidare nella premessa del rinnovo dei colloqui e nel rischio di fare concessioni.” E se la comunità ebraica continua a insistere sul ritenere tutte le asserzioni dei palestinesi relative alla loro esistenza come una manifestazione di antisemitismo, non sarà in grado di trovare il modo di articolare le loro esigenze tanto da permettere di giungere a un compromesso invece che a una sottomissione. 

DISSERO NO ALLA NOZIONE CHE LA PALESTINA ERA DESOLATA E VUOTA 

Nel nostro bel paese c’è un intero popolo che lo ha posseduto per secoli e al quale non verrebbe mai in mente di andarsene….E’ giunto il momento di sfatare l’equivoco tra sionisti che in Palestina la terra giace incolta per mancanza di mani che la lavorino o per la pigrizia dei residenti del posto. Non ci sono campi deserti. 

-          Yitzhak Epstein, “La domanda nascosta”, 1907 

Gli arabi palestinesi respinsero la nozione che la loro terra fosse incolta e in stato di abbandono, e che, sulla base di una loro tecnologia e di metodi agricoli superiori, si fossero dovuti conferire i diritti agli ebrei. Dissero No all’idea che le persone non amano la loro terra o non hanno una speciale connessione intima con la stessa solo perché con la coltivano nei modi più moderni. E dissero No all’idea che gli ebrei sionisti neo-arrivati dall’Europa e da altrove, per il loro zelo e dedizione, avessero cura della terra più di quanto facessero i nativi. 

A causa della potenza, della persistenza e delle ripercussioni negative del ritornello “Palestina desolata”, la frase più inquietante (e assolutamente inutile) del discorso del Presidente Obama è stato il suo elogio agli israeliani per fare “fiorire il deserto” 

Il Presidente Obama avrebbe potuto trovare molti modi per esprimere il suo apprezzamento per i molti e impressionanti successi di Israele senza ricorrere a tale frase velenosa, carica di così tante connotazioni. Nel conflitto di parole, significa che in questo deserto gli arabi di Palestina non esistevano quando i sionisti cominciarono ad arrivare negli anni 1880. Anche se un piccolo numero di arabi c’era, essi mancavano di un qualsiasi reale amore per la loro terra e quindi non meritarono di tenersela. E se una di queste proposizioni fosse vera, allora gli ebrei meritarono la terra e non dovrebbero sentire alcun rimorso dell’averla occupata allora e dell’appropriarsene di più ora. 

Ma ancora più importante, l’immagine retorica del deserto che fiorisce riconosce la validità della nozione che c’è un collegamento morale tra mezzi di coltivazione e diritti di proprietà. In altre parole, il motivo per cui gli israeliani hanno il diritto di prelazione sulla terra è che al momento erano, e lo sono ancora oggi, più moderni e tecnologicamente più avanzati rispetto ai palestinesi. 

Questo concetto per decenni è stato abbracciato acriticamente da un gran numero di ebrei altrimenti liberali, socialmente ed ecologicamente consapevoli, persone che in molti altri contesti potrebbero impugnare l’idea che un’avanzata tecnologia importata dall’Occidente in una terra colonizzata è naturalmente superiore ai mezzi locali, indigeni di coltivazione; o che lo sviluppo agricolo aggressivo è sempre positivo come un fine a sé. E’ perfettamente possibile per gli israeliani essere orgogliosi delle proprie realizzazioni pur riconoscendo che questi successi non sono pertinenti come giustificazione per il sionismo dal punto di vista di coloro che in precedenza vivevano ed erano attaccati a questa terra. E’ tempo per i responsabili politici degli Stati Uniti di riconoscere che ripetendo stupidamente vecchi luoghi comuni retorici servirà solo ad ampliare il divario tra le parti, invece di costruire una base su cui possa essere avviato un processo di pace. 

DISSERO NO ALLO SCAMBIO DEI DIRITTI POLITICI PER QUELLI ECONOMICI 

Tu dici che la mia casa è stata arricchita dagli stranieri che vi sono entrati. Ma è casa mia e non vi ho invitato degli stranieri, od ho chiesto loro di arricchirla, e non mi importa quanto povera e nuda essa sia se solo io ne sono il signore.  

-          Relazione della Commissione Reale del 1937, parafrasando le osservazioni di un testimone arabo 

Gli arabi palestinesi dissero No all’idea di dover accogliere benevolmente il sionismo a causa della prosperità economica che gli ebrei portavano in Palestina. Hanno sostenuto che i benefici economici non sono stati distribuiti equamente tra coloro che risiedevano in Palestina e includevano politiche che minacciavano la sussistenza e minavano i diritti dei contadini e dei lavoratori arabi. Anche se i benefici fossero stati distribuiti in modo più equo, per quanto concerneva agli arabi la prosperità economica non sarebbe servita come un argomento convincente a favore della creazione della Casa Nazionale Ebraica, o come mezzo per comperare i loro diritti politici. 

Fu anche per questo motivo che l’intuizione della “Pace Economica” di Netanyahu del 2009 cadde nel vuoto, poiché non venne abbinata a proposte che affrontassero le aspirazioni nazionali e politiche palestinesi. E l’attuale tentativo degli Stati Uniti di pompare denaro nella West Bank sarà respinto sdegnosamente se considerato dai palestinesi come parte della Grande Occasione – la tua narrazione in cambio di lavoro, i tuoi diritti politici in cambio della prosperità economica. E’ probabile che questo affare venga ritenuto come una versione riprospettata della logica originale del sionismo – che il progetto verrebbe abbracciato dagli arabi in quanto porterebbe benessere materiale in Palestina – che già nel 1923 Vladimir Jabotinsky riconobbe come falsa: 

Pensare che gli arabi consentiranno volontariamente alla realizzazione del sionismo in cambio di benefici culturali ed economici possiamo riconoscerle come idee infantili. Questa fantasia da bambini dei nostri “arabofili” proviene da una sorta di disprezzo per il popolo arabo, di una sorta di opinione infondata di questa razza come di una marmaglia pronta a essere corrotta tanto da tradire la sua patria per una rete ferroviaria.[4]  

Il benessere economico nella West Bank e a Gaza è ovviamente auspicabile, ma solo la diffusa ignoranza del No originale può portare gli israeliani ed elementi terzi a ripetere lo stesso errore, aspettandosi ancora una volta risultati diversi. Sarebbe più produttivo apprendere in primo luogo perché il Grande Affare non funziona, che cosa significhi per l’altra parte, perché è poco credibile che oggi funzioni e quali contesti alternativi possono venir proposti che affrontino le aspirazioni politiche e nazionali di tutte le parti e la ricerca di opzioni realistiche per la pacificazione. 

GLI ARABI DISSERO NO ALL’IMPRESA DELLA COLONIZZAZIONE EBRAICA  

La terra è la cosa più necessaria per mettere le nostre radici in Palestina. Poiché in Palestina a mala pena ci sono altre terre arabili disabitate, in ogni caso di acquisto del terreno e dei suoi insediamenti siamo tenuti a rimuovere i contadini che hanno coltivato la terra fino ad ora, entrambi, sia il proprietario del terreno che l’inquilino. [5]  

-          Arthur Ruppin, 1930 

Avrebbero i fellahin (contadini arabi) accettato il sionismo a causa dei benefici economici che gli ebrei portavano in Palestina, non furono incitati al contrario dalle classi istruite e politiche? Non lo si può sapere con certezza, ma questa affermazione spesso ripetuta è in generale un altro argomento risolutivo che non riesce a passare la prova del senso comune. I fellahin potrebbero non aver trovato le parole adatte per esprimere il loro rifiuto del sionismo, come ha fatto l’élite, o espresso un evidente senso di coscienza nazionale. Ma avevano molti buoni motivi per dire No alla politica sionista una volta che essa espropriava i contadini affittuari delle terre che coltivavano, o dopo l’istituzione delle politiche del “Lavoro Ebraico” che si rifiutavano di occupare lavoratori arabi locali in tempi economicamente difficili. 

Molto tempo prima dell’espansione illegale degli avamposti o delle colonie nella West Bank, gli arabi dissero No all’idea che le terre in Palestina dovessero essere trasferite dagli arabi agli ebrei, o di forza, con stratagemmi di ripartizione, o per vendita da parte dei proprietari terrieri locali o assenti. La complicità degli arabi nella vendita della terra solleva domande importanti che devono essere ancora affrontate completamente. Ma le vendite di terreni arabi erano solo una parte di un processo più ampio per cui trasferimenti di popolazione e di terra erano implementati o supportati dai sionisti e dagli inglesi. Gli arabi che pure riconobbero i collegamenti storici e religiosi degli ebrei in Palestina, dissero, tuttavia, No alla “giudaizzazione” di una terra che era stata a schiacciante maggioranza araba e musulmana per un millennio e mezzo. 

Oggi, anche se tanti ebrei liberali (e anche non-così-liberali) si oppongono agli insediamenti e all’espansione delle colonie, pochi sembrano cogliere le ragioni dietro la dimensione profonda della collera internazionale contro le colonie.Uno dei motivi potrebbe essere che percepiscono le attività di insediamento come un’infelice svolta errata messa in atto dopo il 1967, che può essere sanata attraverso i colloqui di pace. Ma per i palestinesi i moderni insediamenti rappresentano le tendenze che essi sostengono fossero centrali al sionismo fin dalla sua nascita – nella loro esperienza, il sionismo è stato ed è espansionista, usurpatore del suolo palestinese contro la volontà della popolazione locale e in contraddizione con i compromessi di partizione o dei a due-stati che i leader sionisti e israeliani hanno accettato pubblicamente. 

Senza sapere come alcuni dei primi meccanismi del sionismo si manifestarono sulla terra, è difficile per i sostenitori di Israele comprendere la portata dell’opposizione viscerale agli insediamenti. Ma quantunque essi non siano obbligati ad accettare la visione portata avanti dagli antisionisti – che l’immigrazione sionista e la colonizzazione in Palestina era ingiustificabile qualsiasi ne fosse la forma – devono capire perché dal punto di vista palestinese l’espansione coloniale venne sempre percepita come la forza motrice del movimento sionista e vissuta come una forma di aggressione. 

DISSERO NO AL NON ONORARE LE PROMESSE, E DISSERO NO ALL’INCONGRUENZA SANCITA DALLA DICHIARAZIONE DI BALFOUR DEL 1917 

Non c’è una sola nazione al mondo che avrebbe accettato volontariamente e per propria scelta che la sua posizione dovesse essere mutata in maniera che avrà effetto sui suoi diritti e pregiudicherà i propri interessi….Come nazione siamo esseri umani con la nostra cultura e civiltà e ci consideriamo come qualsiasi altra nazione. Dovrà essere imposto su di noi con la forza. 

-          Awni Abd al-Hadi, testimonianza delle Commissione Reale Peel, 1937 

Dopo la guerra, gli arabi di Palestina sostennero che era stata offerta loro l’indipendenza dagli inglesi come ricompensa per l’insurrezione contro i turchi, in forza della corrispondenza McMahon – Husayn del 1915-1916 – una posizione contestata da molti sionisti allora e oggi. 

Secondo gli arabi, queste promesse di indipendenza erano coerenti con lo spirito del loro tempo, in particolare con il principio di autodeterminazione del Presidente Woodrow Wilson, come sancito successivamente dalla Lega delle Nazioni. Dissero No all’idea che, sulla scia della guerra mondiale, l’indipendenza e l’autodeterminazione verrebbero applicate in tutto il mondo e ai loro fratelli arabi vicini, ma che si sarebbero negate in modo univoco in Palestina a causa di un contraddittorio impegno britannico per una patria per gli ebrei, come articolato nella Dichiarazione di Balfour del 1917. E dissero No all’idea che il destino della Palestina verrebbe o potrebbe essere deciso senza che venisse consultata la maggior parte della popolazione residente nell’area. 

Anche se la Dichiarazione di Balfour è considerata da molti ebrei come la magna charta del movimento sionista, pochi oggi l’hanno letta con attenzione o riflettuto sul come sarebbe stata recepita dalle persone che avevano vissuto molto prima proprio sulla terra che i britannici promettevano agli ebrei. Per gli arabi, non fu solo questo impegno ad essere dubbio: il 67 brevi parole, il documento fissava i termini in base ai quali ebrei e arabi venivano identificati e percepiti da terze parti e l’un l’altro, in modo che sono rimasti impressi a fuoco nella coscienza generale a tutt’oggi. La Dichiarazione identificò circa 58.728 ebrei che al tempo vivevano in Palestina come un “popolo”, e riconobbe i loro diritto a una sede nazionale, mentre la concessione dei soli diritti civili e religiosi (ma non politici e nazionali) alla maggior parte, ai circa 688.800 arabi. Nella Dichiarazione, a quest’ultimi ci si riferiva quasi incidentalmente definendoli “Comunità non-ebraiche” in Palestina. Inoltre, nel testo dello stesso Mandato, che fa riferimento al popolo ebraico, alla popolazione ebraica in Palestina, alle istituzioni nazionali ebraiche e alla Casa Nazionale Ebraica, la parola “arabo” è evitata, sostituita da una varietà di termini quali “abitanti della Palestina”, “altre sezione della popolazione”, “nativi” e “rispettive comunità” [6] 

La convinzione, sostenuta da così tanti fautori di Israele, che gli arabi opposero resistenza al compromesso, deve essere vista alla luce delle condizioni stabilite nel presente documento e negli altri che seguirono, delle domande su quale compromesso venne offerto, da chi e a quali condizioni. Uno dei motivi per cui gli arabi dissero No alla maggior parte delle proposte di “compromesso” britanniche e sioniste fu che queste includevano la richiesta che, come precondizione, loro avrebbero accettato i termini della Dichiarazione di Balfour (e del Mandato, in cui erano incorporati), acconsentendo perciò all’idea che la loro terra sarebbe passata in eredità a un altro popolo, e alla visione di sé stessi come persone definite dallo status negativo di “non-ebrei”, piuttosto che con quello positivo di arabi. 

Questa interpretazione del passato non è intesa a suggerire che la risposta araba era determinata – che essi, in nessun’altra circostanza, avrebbero assunto un diverso approccio, e che non c’erano delle persone che, in tempi diversi, presero in considerazioni accomodamenti basati sui termini che erano stati posti. Ma se ci sarà del revisionismo serio da fare su questo tema, a tempo debito sarà compito dei palestinesi. Ciò che sta a significare è che dal punto di vista degli arabi il compromesso non parve mai essere ciò che allora era per i sionisti, o nella forma in cui, dalla Fondazione di Israele, è stata dipinta nella visione comune della storia ebraica; e non c’erano sempre ragioni molteplici e comprensibili per gli arabi palestinesi per rifiutare le implicite precondizioni che delineavano i compromessi che erano stati avanzati. 

Un’analoga situazione viene ripetuta oggi, dove ai palestinesi viene chiesto non solo di accettare il “diritto di Israele di esistere in pace e in sicurezza” – cosa cui hanno già consentito – ma di confermare il carattere ebraico della terra (“Israele come patria del popolo ebraico”), come presupposto per il rinnovo di eventuali negoziati o come condizione per la pace. Non và negato che l’approccio palestinese alla pacificazione possa essere, e spesso è, senza compromessi e ostruzionista e và riconosciuto anche che questa richiesta verrà recepita come una reiterazione in tempi moderni dell’approccio britannico durante il Mandato: per poter essere considerati un partner per la pace, i palestinesi devono abdicare innanzitutto alla loro visione della storia e abbracciare pure la narrazione dei loro nemici. 

Sia intenzionale o meno, questo messaggio è stato incorporato nel discorso del Presidente Obama a Gerusalemme. Ma se il suo uomo sul terreno, John Kerry, adotterà questo approccio, egli ripeterà il modello fallito per cui ai palestinesi viene chiesto di convertirsi al sionismo prima di essere considerati come partner per la pace – qualcosa che per definizione è impossibile e quindi controproducente.Il Segretario Kerry farebbe meglio a formulare un rinnovato processo intorno a proposte che possono essere percepite come compromessi da entrambe le parti. 

INFINE GLI ARABI PALESTINESI DISSERO NO ALLE OFFERTE “GENEROSE” DELLA PARTIZIONE, FATTE DALLA COMMISSIONE REALE PALESTINESE (PEEL) NEL 1937 E DALLE NAZIONI UNITE NEL 1947. 

L’opposizione [alla partizione] si basa sulla ferma persuasione degli incrollabili diritti e la convinzione dell’ingiustizia di forzare una popolazione da lungo tempo insediata ad accettare immigranti senza che venga chiesto il suo consenso e contro la sua nota ed espressa volontà; l’ingiustizia di ridurre una maggioranza in minoranza nel suo proprio paese; l’ingiustizia di rifiutare l’autogoverno fino a quando i sionisti saranno in maggioranza e in grado di trarne profitto. 

-          Albert Hourani, dichiarazione alla Commissione d’inchiesta anglo-americana del 1946. 

L’ortodossia più radicata nel campo filo-israeliano è che gli arabi abbiano detto di No a due piani di partizione perfettamente legittimi – piani che avrebbero potuto assicurare una pace duratura tra due Stati che vivono fianco a fianco. Le origini del conflitto sono spesso ricondotte a questi No, che vengono interpretati come segni dell’intransigenza araba, autodistruzione e disprezzo per il diritto internazionale. 

Questa analisi si basa in gran parte sull’ignoranza di ciò che sembravano i piani di partizione, sulla supposizione che soluzioni di “compromesso” siano sempre giuste, auspicabili e sostenibili e su un’analisi retrospettiva basata sul presupposto che gli arabi rifiutino molta più terra di quanta oggi stiano contrattando. 

Ma l’idea stessa di amputare la terra era un anatema per la maggioranza degli arabi palestinesi, le proposte di partizione erano state elaborate senza il loro consenso ed entrambe erano state disegnate con poca preoccupazione per le incongruenze relative alla distribuzione della terra e al rapporto demografico. Nel 1937, gli ebrei erano proprietari di non più del 6% delle terre, ma venne offerto loro il 20% della Palestina; e, nel 1947, gli ebrei possedevano circa il 7% dei terreni e venne messo a loro disposizione il 55% del paese. Nel 1937, il nuovo stato ebraico doveva contenere 396.000 ebrei e 225.000 arabi con il progetto che tali arabi sarebbero stati trasferiti, se necessario con la forza, nel nuovo stato arabo. Nel 1947, quasi la metà della popolazione araba andava a finire sotto la sovranità ebraica, cosicché 400.000 arabi palestinesi sarebbero costretti a vivere in uno stato ebraico con una popolazione ebraica di poco più di 500.000 persone. E tutto questo doveva aver luogo in assenza di un qualsiasi meccanismo esecutivo attendibile e con alcuni importanti sionisti – che erano ben organizzati e avevano una capacità militare superiore – che formulavano le loro intenzioni di spingersi in futuro oltre i confini di partizione. 

Per chiunque ritenga che Israele debba essere la patria del popolo ebraico è comprensibilmente difficile comprendere il rifiuto arabo al principio di partizione. Data l’urgenza della situazione che gli ebrei affrontavano al tempo, i loro legami storici e religiosi alla terra, la passione genuina con la quale perseguirono la loro missione e la relativamente piccola quantità di territorio che i diversi piani di partizione offrivano loro, sembra irragionevole nel migliore dei casi, dannoso nel peggiore, per gli arabi aver rifiutato il concetto della condivisione della terra. 

Tuttavia, è abbastanza incomprensibile che nonostante l’importanza attribuita ai piani di partizione nel giustificare la prospettiva di Israele, un esame di entrambi sia stato così spesso trascurato a favore di una semplice riduzione della risposta araba ad un irrazionale No. Non si deve accettare il punto di vista arabo (che i sionisti non hanno il diritto di autodeterminazione in Palestina) al fine di riconoscere perché al momento lo credettero e perché il problema non può ridursi semplicemente a uno di tipo cartografico – una mappa che, a posteriori e dal punto di vista puramente visivo, appare come un buon affare per i palestinesi. La linea del partito israeliano su questo tema viene ripetuta ancora una volta da avvocati, diplomatici, accademici e politici – le persone che hanno un’influenza su come il processo di pace si dovrebbe promuovere e far procedere e che sono direttamente responsabili per contribuire a creare, oggi, i parametri per il processo di pace. [7] 

Si consideri una dichiarazione del consigliere presidenziale di lunga data per il Medio Oriente, Dennis Ross, una persona che ancora oggi è una delle voci principali che influenzano l’approccio al conflitto del Presidente. Nel criticare alcuni revisionisti storici, Ross fornisce la seguente interpretazione delle radici del conflitto: 

Estraendo da alcune delle storie revisioniste sulle origini del problema dei profughi palestinesi, (Jerome) Slater attribuì la piena responsabilità per la radice del conflitto a Israele. Che gli arabi e i palestinesi semplicemente respingessero tutti i compromessi possibili prima della creazione dello Stato di Israele, compresa la relazione della Commissione Peel del 1937, la proposta Morrison-Grady nel 1946 e il piano di partizione delle Nazioni Unite del 1947, per Slater è sostanzialmente irrilevante.[8] 

In risposta alle critiche di Israele, Ross batte una rapida ritirata nella zona di sicurezza non esaminata: Israele potrebbe aver commesso degli errori, ma prima di quegli errori non c’era il No. L’idea è così universalmente assimilata e accettata dal suo pubblico che per difendere questa opinione Ross non sente neppure il bisogno di offrire una spiegazione al di là della semplice menzione che gli arabi hanno detto “semplicemente” No a “tutti i compromessi possibili”. Ci si chiede se lui sa quali compromessi siano stati offerti, che cosa abbiano incluso o perché siano stati respinti. In quanto uno dei responsabili politici più devoti della versione moderna della partizione politica – la soluzione dei due Stati – Ross e gli altri influenti consiglieri degli Stati Uniti potrebbero indagare di più sul perché allora gli arabi abbiano rifiutato i piani e prendere in esame più attentamente quali considerazioni potrebbero essere loro necessarie oggi per accettare la partizione. 

COME DISSERO NO 

Né l’etica, né la tradizione ebraica possono squalificare il terrorismo come mezzo di combattimento. Siamo molto lontani dall’avere qualsiasi scrupolo morale per quanto riguarda la nostra guerra nazionale. Davanti a noi abbiamo il comandamento della Torah, la cui moralità supera quella di qualsiasi altro corpo di leggi in tutto il mondo: “Voi dovete sopprimerli fino all’ultimo uomo.”….Ma, innanzitutto, il terrorismo per noi è una parte della battaglia politica condotta nelle attuali circostanze, e ha un grande ruolo da svolgere: parlare a voce chiara al mondo intero, così come ai nostri miseri fratelli al di fuori di questa terra, esso proclama la nostra guerra contro l’occupante. [9] 

-          Yitzhak Samir, 1943  

Mentre il primo pilastro del punto di vista fili-israeliano è che il No arabo sia stata la causa del conflitto, il secondo è che tale No sia stato manifestato fin dall’inizio tramite atti di violenza immotivata e ingiustificata. Questa è una componente fondamentale a sostegno della narrazione, per tutti, gli atti di violenza israeliani sono giustificati dal ricorso alla violenza araba in quanto causa prima – “Non avremmo mai dovuto farlo, non avessero cominciato loro noi non ci saremmo difesi.” 

Senza dubbio, nei primi decenni del conflitto ci fu una periodica brutale violenza degli arabi contro gli ebrei. Nella maggioranza dei casi prese la forma di una resistenza spontanea e di attacco al coloni ebrei. Altri scontri e assalti più organizzati – in special modo il massacro di Hebron del 1929 – presero di mira in modo casuale e feroce le vecchie comunità ebraiche e non-sioniste, rafforzando la paura degli ebrei che gli arabi fossero l’incarnazione dei precedenti oppressori, e mandando in frantumi la convinzione che una qualsiasi soluzione non violenta del conflitto in Palestina fosse possibile. 

La lunga esperienza degli ebrei di una persecuzione brutale e ingiustificata aveva insegnato loro che questi tipi di atti “immotivati” di aggressione contro di loro erano non solo probabili, ma forse onnipresenti. Questa lezione venne soltanto rafforzata dal tradimento del nazionalismo europeo il quale rinnovò l’immagine degli ebrei come estranei nel momento in cui essi credevano che fosse riconosciuto il loro status di cittadini uguali. E così, non è sorprendente che nel 1920 e 1930 molti ebrei, ossessionati dalla loro esperienza di violenti pogrom in Europa orientale e della crescente persecuzione nell’Europa occidentale, non sentivano la necessità di interpretare il comportamento degli arabi in Palestina, percependo le loro parole e le loro azioni essere un’estensione dello stesso tipo di antisemitismo “immotivato”: ci odiano per quello che siamo, non per quello che facciamo. 

Ma sarebbe falso affermare che gli arabi dissero No tramite l’azione violenta senza causa, invece di argomenti e di persuasione, o che la violenza fosse la loro forma prevalente di espressione. La risposta iniziale araba alla sfida sionista è stata caratterizzata in gran parte da un tentativo inutile e ripetitivo di fare appello alla coscienza, ai diritti e ai valori occidentali. Tra la fine del 1890 e la metà del 1930, questa risposta venne espressa in parole, piuttosto che azioni: furono inviate delegazioni in Gran Bretagna, in Europa e centinaia di protocolli, di petizioni, di articoli e di discorsi tentarono di spiegare il caso arabo a britannici, americani ed europei. Non diversamente da oggi, gli arabi credevano che se le potenze internazionali avessero capito veramente quello che stava accadendo sulla terra, vi avrebbero messo un fermo. Questi documenti sono spesso scioccanti per coloro che li esaminano accuratamente, abituati come sono ai loro punti di vista ereditati che i palestinesi arabi non ebbero alcuna occasione di farlo, mai lo fecero ad alcuno e semplicemente rifiutavano con noncuranza e in modo automatico qualsiasi cosa di ebraico si trovasse sul loro cammino. 

Se la violenza possa essere giustificata come mezzo per portare a termine una lotta nazionale è un legittimo argomento di dibattito e per molti motivi si può condannare la risposta di allora degli arabi al sionismo e a Israele dopo il 1948. Ma comprendere la molteplicità delle reazioni arabe al sionismo nel periodo antecedente il 1947/48 non deve essere interpretato – e così respinto – semplicemente come un tentativo di giustificare qualsiasi violenza fecero. Senza la comprensione del contesto della violenza sia araba che ebraica nella Palestina Mandataria, o gli altri mezzi non violenti che gli arabi palestinesi perseguirono nel tentativo di raggiungere i propri obiettivi, c’è poco in termini di una proficua discussione che si possa accettare circa l’origine del conflitto o la sua possibile soluzione. 

Ne è utile porre un divieto universale sulla giustificazione di che cosa c’è oggi dietro alla violenza palestinese.Né i sionisti all’inizio del periodo, né gli israeliani o gli ebrei oggi, negano la violenza come strumento legittimo al servizio di un movimento nazionale. Hanno usato e glorificato la violenza quando è risultata adatta ai loro fini, come nel periodo iniziale quando la gioventù Betar di Jabotinsky trasse ispirazione dai tropi semi-fascisti del nazionalismo estremo circa il ruolo purificatorio e liberatorio della violenza; o negli anni quaranta quando il terrorismo contro i britannici era considerato un mezzo legittimo per raggiungere il loro obiettivo di autodeterminazione nazionale. Un approccio puritano a qualsiasi violenza che provenga “dall’altra parte” non può sostituire l’impegno reale con le ragioni che perseguono la violenza, la natura dei loro obiettivi o richieste e un’analisi sobria su quale di questi è necessario concentrarsi se la pace e la sicurezza sono il fine desiderato. 

ALL’INIZIO C’ERA…..”NESSUNA SOLUZIONE!”  

Ognuno vede una difficoltà nella questione delle relazioni tra arabi ed ebrei. Ma non tutti si rendono conto che non c’è alcuna soluzione a questa domanda. Nessuna soluzione! C’è un abisso e nulla può riempire quel baratro…Non so che cosa acconsentiranno, che la Palestina dovrebbe appartenere agli ebrei – anche se gli ebrei imparassero l’arabo…E dobbiamo riconoscere questa situazione. Se non lo facciamo, e cerchiamo di ricorrere a “rimedi”, allora rischiamo di demoralizzarci….Noi, in quanto nazione, vogliamo che questo paese diventi nostro; gli arabi, in quanto nazione, vogliono che questo paese sia loro. La decisione è stata indicata dalla conferenza di pace. 

-          Ben Gurion, discorso di Vaad Zmani, giugno 1919 

Che cosa manca nella logica del punto di vista filo-israeliano a proposito del No palestinese è la prospettiva inquietante, articolata da luminari sionisti del calibro di Jabotinsky e Ben Gurion negli anni venti, che una soluzione non violenta o soddisfacente del confronto arabo-ebreo in Palestina non sarebbe stata possibile. 

Questa valutazione struggente e glacialmente lucida venne proposta da molti ebrei e arabi nei primi anni del conflitto e venne riconosciuta da allora in poi da ancor più persone, ma è tuttora in gran parte assente dagli attuali principali dibattiti relativi al conflitto o alla pacificazione. E ancora, accettare il conflitto israelo/palestinese come uno scontro elementare fondato su aspirazioni inconciliabili e sovrapposte, piuttosto che una chimera che avrebbe potuto essere evitata nel caso in cui da una parte ci fosse in consenso ai desideri dell’altra, è necessario per comprendere oggi sia le limitazioni che le prospettive di pace. Perciò, se i sionisti percepivano l’autoderminazione ebraica come una risposta naturale alla loro difficile situazione, la realizzazione di tale missione in Palestina, una terra dove viveva una maggioranza araba, doveva quasi certamente provocare ostilità da parte della popolazione nativa. 

Data l’urgenza della situazione, è comprensibile che gli ebrei non fossero interessati alla risposta degli arabi palestinesi al loro progetto. Dopo un tentativo fallito tragicamente di identificarsi spiritualmente, emotivamente o intellettualmente con le culture e le nazioni in cui risiedevano, gli ebrei impararono il modo crudele secondo il quale il mondo moderno sempre più delineava l’autodeterminazione in termini esclusivistici, non liberali. I pogrom e le persecuzioni della fine del XIX secolo e degli inizi del XX fecero ben più per plasmare il tenore e la natura del movimento sionista che non la brutalità dell’olocausto; fu tale brutto frangente che dette origine a quello che viene chiamato “Il Primo Mai Più” – la determinazione da parte degli ebrei di non essere mai più supplici, dipendenti dalla generosità di stranieri, o deboli spettatori della propria persecuzione, in pietosa attesa che il mondo si evolva al di là del pregiudizio. Influenzato dal carattere e dal tenore del nazionalismo che si sviluppò in Europa, dove il sangue e il suolo sono i tratti distintivi di legittima appartenenza, i sionisti avevano concluso di poter superare il loro status di estranei solo stabilendosi in Palestina, una terra dove il loro status di “appartenente” poteva essere messo in evidenza e i loro collegamenti fisici e spirituali con il passato rivelati. 

Ma mentre il sionismo era molto più multidimensionale rispetto alle formule riduttive fornite dagli antisionisti di oggi, non è né sorprendente e ancor meno strano che agli inizi del XX secolo gli arabi rifiutassero il ragionamento e la logica insita nel nazionalismo ebraico. Essi erano impegnati nell’inseguimento della loro autodeterminazione nazionale, ispirata dai proclami di Woodrow Wilson, della loro rinascita culturale, linguistica e religiosa e le tendenze verso l’indipendenza territoriale che prendevano piede nei paesi vicini. Nonostante il fatto che la risposta araba sia rappresentata incessantemente come aberrante, è improbabile che , ovunque, qualsiasi popolo avrebbe acconsentito alla prospettiva di diventare una minoranza in casa propria, o che la loro terra venisse offerta a coloro che considerava stranieri, anche se riconobbero che quest’ultimi ebbero una presenza storica e legami religiosi con l’area, o che essi affrontarono un pericolo mortale nei paesi di residenza. E’ ancor più improbabile che qualsiasi altro popolo avrebbe assentito al modo in cui venne attuata la politica della casa nazionale ebraica – senza il suo consenso, imposto da potenze straniere in contraddizione con ciò che credono di aver meritato e che era stato loro promesso. 

Infine, sebbene ci sia polemica su fino a che punto i leader del movimento nazionale palestinese rappresentassero l’opinione delle masse, o se i partiti di “opposizione” prendessero in considerazione di seguire un altro percorso, anche se una minoranza di arabi fosse pronta ad accettare una qualche forma di diritti di diritti nazionali ebraici in Palestina, questa non dovrebbe essere una ragione il sentimento della maggioranza araba secondo la quale la creazione di uno stato ebraico in Palestina era ingiusta e inaccettabile. Gli ebrei dovrebbero resistere alla tentazione di ostentare in trionfo arabi “super-moderati” a giustificazione della loro causa; gli arabi non accetteranno questo più di quanto gli ebrei tengano conto dei palestinesi che giustificano le proprie posizioni facendo appello al punto di vista di una minoranza di israeliani o di ebrei anti-sionisti 

UNA POLITICA SPOGLIATA DELLA SUA RAGIONE D’ESSERE 

Politicamente parlando, è un movimento nazionale…Gli arabi non devono e non possono essere sionisti. Egli non può mai desiderare che gli ebrei divengano una maggioranza. Questo è il vero antagonismo tra noi e gli arabi. Entrambi vogliamo essere la maggioranza. 

-          David Ben-Gurion, dopo i tumulti del 1929 in Palestina 

La valutazione dei primi anni del conflitto, accampata sopra, si scontra fondamentalmente con il tradizionale punto di vista filo-israeliano, che si basa sulla convinzione che l’opposizione araba al sionismo era immorale e inutile, e che gli ebrei avevano un diritto assoluto e incontestabile di creare uno stato ebraico in Palestina: in altre parole, che il sionismo è stato irreprensibile nella creazione del problema Palestina e i palestinesi si tirarono addosso la loro Nakba da sé. 

Per contestare questo punto di vista, non è da condannare l’intero progetto sionista come intrinsecamente immorale, ma riconoscere che esso sarà considerato sempre tale dalla parte araba, perché dalla loro visuale l’Israele ebraico avrebbe potuto venire solo a scapito della Palestina araba. Questa opinione di buon senso fu la forza trainante dietro alle motivazioni di Vladimir Jabotinsky riguardo il Muro di Ferro – una posizione fondata sull’ammissione che gli ebrei aspiravano ad appropriarsi della terra sulla quale vissero i palestinesi, amata e ritenuta loro. Jabotinsky affermò come naturale che gli arabi potessero opporsi al sionismo, per “ogni popolo nativo – ed è lo stesso che sia civilizzato o selvaggio – ritiene il proprio paese come la propria casa nazionale della quale sarà sempre il padrone assoluto”.[10] 

Oggi, coloro che sarebbero gli eredi di Jabotinsky si appropriano del Muro di Ferro come criterio implicito, abiurando la logica propria di Jabotinsky per tale politica: la convinzione che la Palestina non era un deserto vuoto ma che vi erano del abitanti nativi che erano profondamente attaccati alla loro terra, e quindi era inevitabile che essi resistessero al sionismo e resistessero in modo violento. Al contrario, i revisionisti di oggi cercano un sostegno per una politica del Muro di Ferro mettendo una pietra sopra all’interpretazione di Jabotinsky mediante uno spettro ormai familiare se ancora peculiare: un popolo che non è esistito su di una terra che non ha mai posseduto e alla cui perdita si è opposto per nessun motivo particolare. 

Nonostante la sua notevole incoerenza, questo tipo di ragionamento guida il comune punto di vista filo-israeliano del conflitto. Il risultato è che coloro che desiderano mostrare il loro supporto a Israele non hanno strumenti per formulare la propria risposta alle rimostranze o alle richieste palestinesi, o di interpretare correttamente la crescente opposizione a Israele sulla scena internazionale. Così arrischiano marciando alla cieca su un sentiero che solo aggrava il loro dilemma e mette lo stesso Israele in ulteriore pericolo. 

INFRANGERE IL BLOCCO 

Non ci può essere alcun insediamento, alcuna soluzione definitiva, fino a quando i sionisti si rendono conto che non si può ottenere mai a Londra o a Washington ciò che è loro negato a Gerusalemme. 

-          Albert Hourani, testimonianza alla Commissione anglo-americana, 1946 

Il paradosso di qualsiasi pace potenziale tra israeliani e palestinesi è che nessuna delle due parti è probabile sia soddisfatta, con la possibilità di conseguire tangibili dividendi della pace, anche nel caso improbabile che questi fossero raggiungibili. Ogni parte continua a domandare la conversione ideologica dell’altra, nonostante il fatto che né l’una né l’altra può riconoscere (nel senso di convalidare o accettare) la narrazione altrui senza, per definizione, invalidare la propria. Questo non è solo il caso per i palestinesi, cui si chiede di negare la propria storia ed esperienza al fine di essere considerati validi come partner per la pace. Anche gli Israeliani non possono e non accetteranno la nozione del campo anti-israeliano che il loro movimento nazionale è nato nel peccato. E nonostante la potenza degli Stati Uniti d’America o le recenti dichiarazioni del Presidente Obama a Gerusalemme, nessuna terza parte può o ha il diritto di emettere un verdetto sulla storia. Ma, mentre né all’una né all’altra parte dovrebbe essere chiesto di riconoscere la legittimità del punto di vista dell’avversario sul conflitto, dovranno trovare un modo per accettare che non possono desiderare che tale opinione semplicemente se ne vada e che essa si manifesterà in modi diversi al tavolo delle trattative e in qualsiasi accordo di pace. 

Così, anche se i sostenitori di Israele non hanno bisogno di far proprio il punto di vista palestinese sulla causa del conflitto, dovrebbero riconoscere che il rifiuto arabo del sionismo non era irrazionale e non può essere ridotto all’antisemitismo: e necessitano di andare oltre i mantra da lungo tempo obsoleti sulle origini del conflitto che impediscono loro di identificare gli autentici punti di impasse o fare il buon viso alle opportunità. Questo non significa che Israele è l’unica parte responsabile – gli israeliani sono giustificati nel mettersi in discussione se i palestinesi sono in grado o hanno voglia di tener fede alla loro parte di un accordo negoziato, preparare la propria opinione pubblica su una composizione compromessa o riconoscere che la narrazione ebraica non può essere estirpata da un atto di volontà. Ma la comunità ebraica non dovrebbe nascondere la propria repulsione dietro ai No dei palestinesi, o dietro fanatici dibattiti indiretti che vanno a sbattere tutti nel segnale di STOP del 1947 

Ancora per un po’ molti palestinesi che fin dal 1988 (in vari accordi e impegni pubblici) stanno dicendo di Sì all’esistenza de facto di Israele, continueranno a dire No al sionismo stesso. Per condonare ciò i palestinesi dovrebbero ingoiare per intero i principali dogmi della “narrazione” ebraica e firmare sulla linea tratteggiata a conferma che la creazione nello stato di Israele sul territorio che reputavano loro era un’impresa legittima; che il loro stesso rifiuto dell’impresa era irrazionale o moralmente sbagliato; e che la storia dei 1400 anni degli arabi in Palestina andrebbe considerata come un breve e irrilevante interregno tra due ere di sovranità ebraica di maggiore importanza. 

Questo non accadrà mai. Quanto prima il campo filo-israeliano accetta ciò e la finisce di cercare di cambiare l’irrevocabile, tanto prima può valutare quali passi possono essere fatti negli interessi della sua stessa pace e sicurezza. Ritornelli da campo di giogo – “loro hanno iniziato” e “loro sono peggiori di noi” – non possono servire da contesto interpretativo per un conflitto vecchio di 130 anni o formano la base si una politica nazionalistica. La comunità ebraica deve aprire una breccia nel blocco che al momento sta tra punti di discussione moribondi e l’origine attuale del conflitto. Un incontro con il No Originale potrebbe liberarli dalla loro dipendenza dalle interpretazioni fornite dai commessi viaggiatori del mondo ebraico, che per decenni stanno spacciando un prodotto obsoleto a sventurati clienti in cerca di sicurezza – il vero opposto di ciò che è richiesto per “preparare l’opinione pubblica alla pace”. E ciò potrebbe provvedere i sostenitori di Israele degli strumenti di cui hanno bisogno per costruire una loro propria interpretazione di ciò che ebbe luogo All’Inizio e formulare una loro propria visione di ciò che, se non altro, può essere fatto per affrontare oggi la ricaduta. 

Note: 

 [1] - "Netanyahu: Root of Palestinian Conflict Is Not Territory," Daily Monitor, May 2, 2013. http://www.monitor.co.ug/News/World/Netanyahu--Root-of-Palestinian-conflict-is-not-territory/-/688340/1799320/-/itkl53/-/index.html. 

[2] - Benny Morris, "Israel under Siege," Daily Beast, July 31, 2012, http://www.thedailybeast.com/articles/2012/07/31/israel-under-siege.html. 

[3] - 'Full text of Netanyahu's foreign policy speech at Bar-Ilan', Haaretz, June 14, 2009, http://www.haaretz.com/news/full-text-of-netanyahu-s-foreign-policy-speech-at-bar-ilan-1.277922. (emphasis added). 

[4] - Vladimir Jabotinsky, 'The Iron Wall: We and the Arabs," http://www.marxists.de/middleast/ironwall/ironwall.htm. 

[5] - Rashid Khalidi, Palestinian Identity: The Construction of Modern National Consciousness (New York, 1997), 102. 

[6] - In Article 22, the word "Arabic" appears in the context of a clause relating to the official languages of Palestine. 

[7] - See, for example, Hillary Clinton's 2012 statement: "The Palestinians could have had a state as old as I am if they had made the right decision in 1947." http://www.jewishpress.com/indepth/analysis/rubin-reports/driving-in-neutral-hillary-clinton-explains-the-israel-palestinian-conflict/2012/12/05/ 

[8] - Dennis Ross and David Makovsky, Myths, Illusions and Peace: Finding a New Direction for America in the Middle East (New York, 2009), 116. 

[9] - Ian S. Lustik, "Terrorism in the Arab-Israeli Conflict: Targets and Audiences," ed. Martha Crenshaw in Terrorism in Context (Pennsylvania, 1995), 527 

[10] - Vladimir Jabotinsky, op. cit. 

Natasha Gill è ricercatrice associata al Bernard College ed ex-docente universitaria di Studi sui Conflitti alla New School University. E’ fondatrice e direttrice del TRACK4 per diplomatici, mediatori di conflitti, giornalisti, politici, operatori e leader di comunità. 

(tradotto da mariano mingarelli)

 


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