In marcia verso Gerusalemme

Counterpunch
07.06.2013
http://www.counterpunch.org/2013/06/07/marching-to-jerusalem/

 

In marcia per Gerusalemme.
In cerca di dignità nella parte occupata di Gerusalemme Est. 

di Sarah Marusek

In questo mese di 46 anni fa, Israele si impadronì di Gerusalemme Est, sede di molti luoghi sacri ricchi di significato per i musulmani, i cristiani e gli ebrei, come pure ventilata capitale per un futuro Stato di Palestina. Da allora, Israele ha sempre più messo mano a misure, in particolar modo imponendo restrizioni al movimento dei palestinesi, edificando un muro di separazione, confiscando terreni di palestinesi, costruendo colonie per soli ebrei, che minacciano di espellere del tutto la presenza palestinese da Gerusalemme.

 

Infatti, secondo un rapporto pubblicato lo scorso dicembre dal Gruppo Internazionale di Crisi, “Gerusalemme non è più la città che era”, anche “nel 2000, quando Israeliani e palestinesi negoziarono per la prima volta per il loro destino”. E le cose stavano così, nonostante il fatto che molti paesi e istituzioni internazionali abbiano criticato spesso l’occupazione israeliana di Gerusalemme Est, e l’ONU abbia qualificato alcune misure di cui sopra contrarie al diritto internazionale. 

In assenza di un qualsiasi impegno internazionale atto a fermare effettivamente il tentativo israeliano di “cambiare i fatti sul terreno” nella città santa, e in un periodo durante il quale ancora una volta i palestinesi sempre più si mobilitano tramite azioni politiche non violente, come ad esempio i recenti scioperi della fame di massa dei prigionieri, le manifestazioni settimanali contro il muro di separazione e la campagna di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento, molte migliaia di palestinesi sono mobilitati oggi nella Marcia Globale per Gerusalemme per attrarre l’attenzione sulle continue violazioni nei confronti di Gerusalemme Est e la sua gente. Ci saranno assemblee di palestinesi a Beit Hanoun, il punto più vicino possibile di Gaza a Gerusalemme, per svolgere una manifestazione pacifica, e manifestazioni non violente avranno luogo anche a Gerusalemme e in tutta la West Bank, come pure al Cairo, nella Valle del Giordano e in molte grandi città di tutto il mondo. 

Purtroppo molti americani non avranno oggi la possibilità di venire a sapere di queste proteste pacifiche, a meno che non divengano violente, anche se alcune dimostrazioni di solidarietà si svolgono pure qui negli Stati Uniti. E anche se gli americani vengono a conoscenza delle manifestazioni, si può prendere un documentario (e fors’anche una nomination all’Oscar) per comunicare loro semmai proprio il contesto per il quale si stanno svolgendo queste manifestazioni – su ciò che significa nella realtà l’occupazione israeliana per i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est e nella West Bank. 

Già nel 2011, l’Ufficio di Coordinamento per gli Affari Umanitari presso le Nazioni Unite (OCHA) ha pubblicato un rapporto preoccupante secondo il quale i residenti palestinesi di Gerusalemme Est stavano diventando sempre più vulnerabili [1]. E due anni dopo la situazione è peggiorata ancor di più. 

I palestinesi non possono muoversi liberamente a Gerusalemme, o tra la West Bank e Gerusalemme Est. Numerosi posti di blocco o bloccano loro l’ingresso o ritardano loro il passaggio da un luogo a un altro, limitando loro l’accesso ai servizi sanitari e scolastici, separando le famiglie e mettendo a rischio i loro mezzi di sussistenza. Infatti, i palestinesi della West Bank, siano essi cristiani o musulmani, per avere accesso ai luoghi di culto devono essere provvisti di permesso. E Israele ne concede pochi, spesso negandoli del tutto agli uomini di età inferiore ai 40 anni, com’è avvenuto durante il Ramadan dello scorso anno, precludendo a molti uomini palestinesi la libertà di pregare in uno dei luoghi più sacri dell’Islam, la moschea Al-Aqsa. 

La continua edificazione da parte di Israele del muro di separazione limita ulteriormente la mobilità dei palestinesi, così come determina l’isolamento dell’economia di Gerusalemme Est. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha accusato Israele di “politiche di segregazione” per aver prodotto un profondo isolamento economico che fa sì che più dell’80% dei bambini viva in condizioni di povertà. Secondo l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, l’8,5% della superficie della West Bank (inclusa Gerusalemme) è stato confiscato durante la costruzione del muro di separazione, che è iniziata nel 2002. Anche se, nel 2004, la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giuridico delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la costruzione del muro doveva cessare ed ha richiesto che quelle sezioni che erano situate nei territori occupati fossero smantellate, la costruzione del muro procede tutt’oggi. 

Le autorità israeliane hanno pure demolito sistematicamente case e imprese palestinesi con il pretesto di norme e regolamenti, ma in effetti è estremamente difficile che i palestinesi possano ottenere permessi di costruzione o di registrazione di qualsiasi cosa, anche quando sono vissuti nelle case in questione per molti anni. Nonostante l’enorme necessità di costruire nuove case per i palestinesi, solo il 13% di Gerusalemme Est è destinato all’edilizia palestinese, e gran parte di quest’area è già edificata. Inoltre, il numero di permessi che Israele concede ogni anno è ben al di sotto della richiesta abitativa straordinariamente elevata dei palestinesi. 

Questi tipi di misure burocratiche trasformano in realtà concrete le strutture fisiche dell’occupazione che isolano Gerusalemme Est, rendendo insostenibile per i palestinesi la vita nella città. Ad esempio, i palestinesi di Gerusalemme Est sono definiti come residenti permanenti, ma solo se possono dimostrare che il loro “centro di vita” si trova all’interno o di Gerusalemme Ovest o di Israele. E, secondo il rapporto OCHA, l’istanza di processo per quei palestinesi che fanno richiesta di unificazione familiare attualmente è quasi impossibile che vada a termine del tutto in modo positivo. 

E poi, naturalmente, ci sono le colonie illegali. Più di un terzo della superficie all’interno dei confini allargati di Gerusalemme Est è stata messa a disposizione per colonie ( ricordate che si ha questo a confronto del 13% approvato per i palestinesi). Circa 180.000 coloni ebrei oggi vivono in insediamenti, e Israele ha intenzione di continuare a costruirne altri a Gerusalemme Est, nonostante la condanna internazionale. 

Come se questa oppressione non bastasse, coloni estremisti portano regolarmente a compimento attacchi denominati “il Prezzo da Pagare” contro i palestinesi, compresi i loro luoghi sacri cristiani e musulmani, presumibilmente come rappresaglia per politiche del governo israeliano che sono invise ai coloni. Proprio lo scorso venerdì, i coloni hanno attaccato l’Abbazia della Dormizione a Gerusalemme tracciando sulle pareti graffiti con lo spray di slogan anti-cristiani sul tipo di “i cristiani sono scimmie” e “i cristiani sono schiavi”. Le forze di polizia israeliane, inoltre, continuano ad arrestare a Gerusalemme Est i palestinesi politicamente attivi, comprese donne e bambini, molti dei quali vengono trattenuti in detenzione a tempo indeterminato senz’accusa. Solo lo scorso mese ne sono stati arrestati a decine. 

Questi sono solo alcuni degli aspetti peculiari dell’occupazione che i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est devono patire e aiutano a chiarire perché mai, oggi, tanti palestinesi sono simbolicamente in marcia per Gerusalemme. Simile alla recente ondata delle Insurrezioni Arabe, tutto ciò ha a che fare tanto con la politica quanto con la dignità umana. Ma solo in questo caso, se dovesse mai venire realizzato un cambiamento, allora il mondo dovrebbe andare oltre le dichiarazioni e le relazioni sulla fine dell’occupazione di una città che è così importante per la nostra storia comune, che dovrebbe esserlo per tutti noi. 

Sarah Marusek ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze sociali alla Maxwell School della Syracuse University. E’ membro del comitato esecutivo internazionale della Global March to Jerusalem 

Note:     [1] http://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_jerusalem_report_2011_03_23_web_english.pdf

 (tradotto da mariano mingarelli)

 


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