Quando si è dissolto il campo palestinese di Yarmouk

Counterpunch.org
09.04.2013

http://www.counterpunch.org/2013/04/09/when-the-yarmouk-palestinian-camp-fled/

 

Quando si è dissolto il campo palestinese di Yarmouk.

 

La storia non è nulla se non è interessante e che lo sia non c’è dubbio

di Franklin Lamb 

Oggi i profughi palestinesi in Libano vengono puniti duramente e privati del loro diritto civile più elementare al lavoro o perfino al possesso di una casa. Tale enorme violazione del diritto internazionale umanitario viene in parte inflitta per vendetta per un presunto coinvolgimento di breve durata dei profughi palestinesi nella guerra civile del Libano, nel 1975, quasi quarant’anni fa.

             

 

Oggi tuttavia, i profughi palestinesi in Siria vengono puniti duramente dalle fazioni jihadiste e da altri per vendetta per il non essere coinvolti nell’attuale guerra civile e per il loro insistere nel restare fuori da questo caos incredibilmente tragico.

Qui a Damasco, alcuni giovani lo chiamano “Yarmouk–Shatila”, come in: “I nostri vicini e amici sono dovuti fuggire dalla Siria e ora sono nel campo Yarmouk-Shatila”, in Libano. Shatila era probabilmente il campo più squallido, fitto come sardine in scatola dei 12 in Libano e dei 59 nella regione, ancor prima che arrivassero di recente più di 600 famiglie e con le altre ancora che arrivano ogni giorno.

Ad oggi, sono fuggiti in Libano circa 38.000 palestinesi, altri 5.000 in Giordania, 9.000 in Egitto e altre migliaia in Iraq e in Turchia. Otto mesi fa la Giordania ha bloccato l’ingresso ai palestinesi profughi in fuga dalla Siria e quelli che ora sono di fatto incarcerati, secondo la professoressa AUB Rosemary Sayigh, e hanno il divieto di muoversi fuori dal campo a meno di un loro ritorno in Siria, forse rischiano la morte. 

In Egitto, i palestinesi in fuga dalla Siria hanno scoperto che il paese ospitante è palesemente discriminante nei loro confronti – una politica rimasta dall’era Mubarak e sostenuta dal governo Morsi. Oggi un profugo palestinese dalla Siria può entrare in Egitto solo se lei o lui vola direttamente da Damasco all’aeroporto del Cairo – una condizione impossibile, dato che l’aeroporto di Damasco è normalmente chiuso. Al momento non ci sono linee aeree per passeggeri che partono dall’aeroporto di Damasco, fatta eccezione talvolta la Syrian Airlines per poche destinazioni. Ogni profugo palestinese che arriva dalla Turchia, dal Libano o da qualsiasi altra parte viene fermato all’aeroporto del Cairo e gli viene fatta pressione fino a che non accetta di ritornare in Siria. Quando le autorità egiziane hanno costretto questi profughi a prendere l’aereo per tornare in Libano o in Turchia, le autorità di quei paesi ne hanno impedito l’ingresso e li hanno respinti in Egitto.

A dire il vero, i profughi palestinesi provenienti dalla Siria non sono benvenuti nella maggior parte dei paesi della Lega Araba e in particolar modo nei paesi del Golfo, anche se negli ultimi anni i profughi palestinesi hanno contribuito a costruire questi paesi e le loro economie. Avrebbero fatto lo stesso in Libano se avessero avuto il permesso di lavorare.

I palestinesi fuggiaschi in Libano provengono principalmente dal campo di Yarmouk a sud di Damasco, ma molti provengono anche dai campi profughi palestinesi in Siria di Sbeineh, Jaramana, Khan Eshieh, tutti fondati nel 1948 – 1949 a seguito della massiccia, criminale pulizia etnica della Palestina.


Praticamente tutti i campi palestinesi in Siria, da Deraa, nel sud della Siria, a Neirab vicino ad Aleppo, vengono attualmente presi di mira da saltuari bombardamenti e da frequenti azioni di cecchinaggio. Proprio la scorsa settimana, il primo di aprile, razzi Grad e colpi di mortaio sono piovuti sulle strade principali di Yarmouk uccidendo almeno 16 profughi palestinesi e ferendone più di 30. Una donna palestinese e i suoi quattro figli sono stati feriti nel vicino campo profughi di Al-Husseiniya. 


A partire da ieri, a Yarmouk la situazione è approssimativamente la seguente. L’angolo sud-ovest del campo è sempre più sotto il controllo dei “ribelli”. Il loro controllo sembra espandersi in quanto si intrufolano dei rinforzi e i loro ranghi si ingrossano un po’ per la defezione dei “comitati popolari” del campo. Sembrano diffondersi anche le azioni di cecchinaggio e gli scontri. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando Generale di Ahmed Jabril che due mesi fa era stato in buona parte espulso e i cui depositi di armi erano stati presi dai combattenti Al Nusra, attualmente ha di nuovo combattenti nel campo.


Il solo modo per entrare a Yarmouk al momento è dal lato nord, dall’incrocio “Melon Square”. L’esercito siriano ha circondato in modo approssimativo Yarmouk, ma in certi posti lascerà libero il passaggio verso l’interno con preavviso.


Questo osservatore ritiene che l’aumento di questi assalti a Yarmouk rappresenti un tentativo di coinvolgere i palestinesi nell’attuale crisi che quasi tutti loro cercano di evitare.


Alcuni di coloro che per salvarsi la vita fuggono in Libano provengono da altri campi profughi palestinesi in Siria: Latakia, Ein al-Tal, Qabr Essit, Neirba, Khan Dunoun, Homs, Hama e  Deraa. Oltre a cercare rifugio a Shatila, si stanno inserendo anche in altri campi del Libano inclusi Beddawi, Nahr al-Bared, Burj el-Barajneh, Burj el-Chemali, Dbayeh, Ein el-Helwe, El-Buss, Mar Elias, Mieh-Mieh, Rashidieh e Wavel, quest’ultimo noto anche come Jilil, nei pressi di Baalbek nella valle della Bekaa vicino al confine tra Siria e Libano.


Inoltre, secondo l’UNRWA e per quanto visto personalmente, decine di migliaia di palestinesi sono stati dislocati all’interno della Siria e al momento vivono come possono, nell’impossibilità di fuggire nei paesi limitrofi per vari motivi tra i quali è da includersi la mancanza di denaro. Questi comprendono parte dei circa 3,6 milioni di profughi sfollati all’interno della Siria. Secondo il rapporto settimanale dell’Alto Commissariato per i Profughi delle  Nazioni Unite (UNHCR) dell’8 marzo, nella scorsa settimana il numero dei profughi registrati è giunto a 12.000 con 262.000 profughi già registrati e 140.000 in corso di registrazione per un totale di più di 400.000 profughi siriani in Libano. Il rapporto ha riferito che al momento ci sono 113.000 profughi siriani nel nord del Libano, 99.000 nella Bekaa, 28.000 a Beirut e 20.000 nel sud del Libano. Tra queste cifre ci sono migliaia di palestinesi.


Quando è stato chiesto il motivo per cui non hanno fornito un maggiore aiuto ai profughi siriani e palestinesi, varie agenzie delle Nazioni Unite spiegano di fare quello che possono, ma, in genere forniscono precisazioni come quella rilasciata il 5 aprile da Marixie Mercato, portavoce del Fondo ONU per l’Infanzia (UNICEF), nel corso di una conferenza stampa a Ginevra: “Le esigenze dei profughi stanno aumentando in modo esponenziale e siamo del tutto al verde….Il numero delle persone in fuga dalla Siria, la peggiore crisi di profughi del mondo, ha superato ripetutamente in velocità le aspettative delle Nazioni Unite. Gli 1,25 milioni di profughi, tre quarti dei quali donne e bambini, sono superiori del 10% alle aspettative di giugno, senza alcuna fine in vista.”


Per quanto riguarda l’UNRWA. E’ un facile bersaglio per il lamento e in realtà, a volte, è un po’ frustrante lavorare con lei a causa della sua burocrazia così ingombrante. Nelle ultime cinque settimane i profughi palestinesi provenienti dalla Siria si sono accampati fuori del quartier generale del settore libanese dell’UNRWA dall’altra parte dell’autostrada proveniente dal campo di Shatila. Essi sollecitano un maggiore aiuto, come alcuni hanno spiegato la settimana scorsa a questo osservatore. Sulle tende ci sono delle scritte che recitano “Dai palestinesi in Siria:  noi chiediamo che l’UNRWA procuri  abitazioni e cure sanitarie, servizi educativi e alimentari. Su un largo striscione sta scritto: “I palestinesi sfollati dalla Siria.”


Ma non è mai stato facile per l’UNRWA, che è stata nel mirino della lobby sionista fin dalla sua costituzione nel 1949. Il più recente impegno di gruppi quali l’AIPAC è quello di scioglierla. Elementi della lobby intendono ottenere dal Congresso degli Stati Uniti una dichiarazione che il governo americano non riconosce tutti i profughi palestinesi ma solo quelli che provengono dalla Nakba del 1947 - 1948. Allo stesso tempo la lobby ha organizzato una campagna per la stesura di una legislazione che ponga fina alla trasmissione automatica dello status di profugo ai discendenti dei palestinesi, che è stata la politica della comunità internazionale e delle Nazioni Unite fin dal 1948.


Uno dei leader di questo progetto anti-UNRWA è Daniel Pipes, l’organizzatore anti-islamico e anti-arabo di CampusWatch che, come ci ricorda Rosemary Sayigh, fin dal 2002 ha mobilitato gli studenti delle università degli Stati Uniti perché facciano delazioni sulle facoltà e perfino sul personale che sostiene i palestinesi. Di recente Pipes ha dichiarato che “l’attuale approccio da parte dell’UNRWA  crea una narrazione di vittimismo  e porta all’estremismo.” Alcuni giornalisti che hanno presenziato ad una recente conferenza anti-UNRWA a New York , hanno riferito che gli organizzatori, diretti da un inviato di Israele alle Nazioni Unite, Ron Prosor, hanno intenzione di sollecitare il Congresso a varare una legge specifica secondo la quale “gli Stati Uniti prenderanno in considerazione come profugo palestinese solo colui che è stato sfollato in prima persona a seguito dei conflitti arabo-israeliani del 1948 o del 1967 e che non è saldamente insediato in un altro paese.” 


Questo linguaggio è simile a quello di un emendamento presentato al Senato lo scorso maggio dal senatore repubblicano dell’Illinois Mark Kirk. L’emendamento è stato approvato dal Comitato Stanziamenti del Senato, ma non è diventato legge, dal momento che il disegno di legge maggiore cui era allegato non è riuscito a passare al Senato.

L’AIPAC si impegna a continuare questa campagna. L’intento di questa iniziativa è che, quando l’ultimo di questi profughi della Nakba e della Naksa morirà – il più presto possibile – il problema sarà risolto. Presto! Quei fastidiosi profughi palestinesi non ci saranno più. 


Quando una famiglia profuga giunge in Libano e si registra all’UNRWA per ricevere soccorso (in Libano per ottenere un colloquio al Lebanon Field Office la coda di attesa al momento è di circa sei mesi) e alcuni profughi, intervistati il 2 di aprile da questo osservatore presso il Centro Giovani del campo di Shatila, hanno riferito che, dato il ritardo, non potevano aspettare e hanno rinunciato sostanzialmente all’UNRWA  - rischiando alcuni la vita ritornando in Siria.

Presupponendo che tutti i documenti siano in ordine, una famiglia di quattro persone riceverà 150 dollari, una più grande ne otterrà 200. Va notato che la tariffa media di un viaggio in taxi da Damasco a Beirut per i palestinesi è attualmente di 110 dollari, dai circa 16 dollari di prima del conflitto. Una volta ancora l’affarismo di guerra. Poi ci sono 17 dollari a persona ( i bambini di 7 anni e al di sotto sono esentati) di ”tassa per il visto” di 90 giorni in Libano, per i quali il governo libanese non fornisce alcun tipo di servizio sociale. 


In precedenza l’UNRWA aveva rinnovato le sovvenzioni in denaro per un altro mese, ma di recente ha annunciato di non potere continuare a fornire questo aiuto per mancanza di denaro, abbandonando al momento i palestinesi provenienti dalla Siria esclusivamente a se stessi. Quelli provenienti da Yarmouk e da altre parti della Siria allo stato attuale fanno affidamento sui loro connazionali di Chatila e degli altri campi. L’attuale Piano di Intervento dell’UNRWA richiede 26,85 milioni di dollari, di essi al 5 di aprile ne sono stati incassati solo 19,04 milioni.


Anche le scuole dell’UNRWA in Libano hanno raggiunto ormai il limite per quei palestinesi che provengono dalla Siria e che potrebbero adattarsi al curriculum UNRWA in Libano, dato che lingua e metodologia in Libano sono diverse dal sistema utilizzato in Siria. La maggior parte dei profughi palestinesi provenienti dalla Siria non è iscritta a scuola.


Anche un’altra agenzia di aiuti delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHRC) è andata al di là dei suoi limiti e non sta dando alcun aiuto ai profughi palestinesi in quanto sostiene che il suo mandato li esclude dato che l’UNRWA è stata costituita appositamente per aiutare i profughi palestinesi fino al loro ritorno in Palestina. Ma l’UNRWA sotto il crescente fuoco di fila degli assalti della lobby sionista, com’è stato fin dalla sua fondazione nel 1949, è anch’essa fuori cassa e non può fare molto per i palestinesi che sono stati costretti a entrare in Libano.


In tutta onestà per ciò che riguarda l’UNRWA, alcuni amministratori locali piegano le norme e fanno in modo discreto quello che possono, in quanto dopo tutto sono persone umanitarie e nessun essere umano che a questo osservatore è capitato incontrare può essere testimone di massacro che viene inflitto a vittime civili innocenti senza volerle aiutare, a prescindere dalle loro idee politiche o che le ritengono responsabili del massacro.


Eppure la politica ufficiale dell’UNHRC di non comprendere nel suo mandato i profughi palestinesi dovrebbe essere cambiata immediatamente. L’attuale politica di non-intervento dellUNHRC viola palesemente il principio del diritto internazionale di “non-respingimento” (l’atto di rifiuto di ingresso o di aiuto ai profughi la cui vita è in pericolo). Il requisito di respingimento è sancito dalla Convenzione del 1951 relativa allo Status di Profughi, è richiesto dal Protocollo del 1967, dall’Articolo 3 della Convenzione sulla Tortura del 1984, ed è richiesta dai principi internazionali, dalle regole e dalle norme di un diritto consuetudinario accettato, come pure dalla Trucial Law of Nations (che vieta la riconsegna delle vittime ai loro persecutori) concordata con alcuni stati tribali del Medio Oriente fin dal 19° secolo.


La professoressa Rosemary Sayigh all’inizio della sua recente conferenza tenuta a Berlino, ha citato l’osservazione di Thomas W. Hill:


”I palestinesi sembrano non potersi mai permettere il lusso di digerire una tragedia prima che la successiva arrivi loro addosso.”


Tutto troppo vero. Ma al campo profughi di Shatila in Libano, come pure negli altri 11, i palestinesi stanno accogliendo e aiutando i loro connazionali al meglio delle loro possibilità fino al momento in cui possano ritornare nel loro paese ancora occupato.


Cosa che, la storia ci insegna , alla fine faranno.


Franklin Lamb
è un ricercatore il Libano e in Siria.


(tradotto da mariano mingarelli)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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