Prigioniero morente per molti anni trattato con crudeltà dai medici israeliani

The Electronic Intifada
01.04.2013
http://electronicintifada.net/content/dying-prisoner-treated-cruelly-israeli-doctors-over-many-years/12329

 

Prigioniero morente per molti anni trattato con crudeltà dai medici israeliani 

di Linah Alsaafin  

Il 28 marzo, i palestinesi della prigione israeliana di Eshel hanno rilasciato una dichiarazione per informare il mondo che il prigioniero 64 enne Maysara Abu Hamdiya aveva perso la capacità di muoversi e che ci si aspettava che dovesse morire da un momento all’altro.

                   

 

La dichiarazione è stata resa pubblica sul sito web di Facebook di un gruppo di sostegno dei prigionieri chiamato Kasr al-Qeid, o Rompere le Catene. I prigionieri hanno riferito che la prossima dichiarazione che avrebbero comunicato non sarebbe stata un’altra richiesta di aiuto, ma una lettera di condoglianze alla famiglia di Abu Hamdiya. Il giorno prima, i prigionieri avevano inviato un’altra dichiarazione dal titolo “Maysara non è solo”, invitando i palestinesi a fare tutto il possibile per ottenere la sua liberazione.

Abu Hamdiya aveva cominciato a lamentarsi di mal di gola e di gonfiore al collo nell’agosto 2012. Secondo il suo avvocato, Rami al-Alami, da agosto a dicembre egli venne ricoverato solo un paio di volte in ospedale, dove i medici gli fecero dei test di biopsia, ma si rifiutarono di comunicargli di che cosa stesse soffrendo.

“Invece di fornirgli un corretto trattamento, i medici gli somministrarono un vaccino antinfluenzale che gli provocò un forte dolore al petto, dopo di che poteva a mala pena dormire”, ha riferito al-Alami.

Due mesi più tardi – dopo che Abu Hamdiya ebbe perso completamente la voce e 15 chilogrammi di peso – i medici esaminarono il suo gonfiore al collo e gli dissero che gli erano rimasti solo pochi giorni di vita.

L’ultima visita che gli ha fatto la sorella Itidal è stata nel mese di gennaio e ha confermato che la voce gli era quasi completamente scomparsa.

“Era difficile da capire,” ha detto per telefono a The Electronic Intifada. “Avrei dovuto rivederlo in marzo ma la prigione di Eshel era soggetta a punizione collettiva e non ci sarebbero state visite di familiari fino a quando non ci fosse stato ulteriormente notificato.”

Itidal ha detto che suo fratello non stava in ospedale e che è stato trasferito per i trattamenti dal carcere di Eshel all’ospedale Saroka di Bir al-Saba (Beersheba) – una città nella regione del Negev a sud di Israele.

“I medici sapevano che si trattava di cancro ma non lo dissero a Maysara”, ha riferito al-Alami. “Fu solo a marzo che finalmente gli comunicarono del cancro e fu durante questo mese che alla fine cominciò a ricevere sedute di chemioterapia all’ospedale Saroka.” Le sedute vennero temporaneamente sospese per le festività ebraiche.

“Non posso immaginare la sofferenza per il solo recarsi all’ospedale,” ha dichiarato Itidal, la sorella di Maysara. “ E’ già duro il trasferimento dei prigionieri nel bosta [un veicolo-prigione senza finestre, con l’interno di metallo ondulato e senza posti ove sedere], ma per un ammalato di cancro deve essere un inferno.”

Resistenza ed esilio

Il figlio maggiore di Maysara , Tariq Abu Hamdiya, di 30 anni, che sta completando il suo dottorato di ricerca in ingegneria meccanica alla Virginia Tech negli Stati Uniti, amministra la pagina Facebook  Libertà per Maysara Abu Hamdiya, che fornisce informazioni sulla biografia di Maysara e pubblica gli aggiornamenti sulle sue condizioni, sia in arabo che in inglese.

Nato a Hebron nel 1948, Abu Hamdiya si unì alle file rivoluzionarie  che combattono l’occupazione israeliana quando aveva 20 anni.

Il primo arresto arrivò nel 1969, quando venne accusato di far parte della Unione degli Studenti Palestinesi. In seguito studiò elettronica al Cairo dove ottenne un diploma. In seguito, si trasferì il Libano e poi in Siria, dove partecipò ai campi militari di Fatah.

Tra il 1970 e il 1975, cercò di ottenere una laurea in legge presso l’università di Beirut, ma a causa dei suoi continui arresti e della caccia da parte dei servizi segreti israeliani e dei collaborazionisti arabi, non poté finire gli studi e viceversa lavorò in Siria, Libano, Kuwait e Giordania. Ogni qual volta Abu Hamdiya fosse ritornato a casa nella West Bank, all’istante sarebbe stato arrestato. Veniva tenuto in carcere come parte della politica israeliana della Detenzione Amministrativa, una forma di internamento che tiene prigionieri indefinitamente senza accusa né processo.

In Libano era un combattente della resistenza e un componente della brigata Jurmuq, un gruppo di resistenza di Fatah costituito principalmente da studenti sotto il comando di Muin Taher. Il gruppo comprendeva la combattente Dalal al-Mughrabi che nel 1978 effettuò un’operazione a Tel Aviv durante la quale venne uccisa insieme a diversi altri militanti e a 38 civili. Nel 1976, Abu Hamdiya venne arrestato dalle forze israeliane, trascorse due anni imprigionato in detenzione amministrativa, per venire poi esiliato in Giordania.

In Giordania, lavorò negli uffici di Abu Jihad al-Wazir, il comandante del braccio armato di Fatah, al-Assifa, che venne espulso dal Libano con i combattenti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), dopo l’invasione israeliana del 1982. (Nel 1986, Abu Jihad venne poi esiliato dalla Giordania in Tunisia e fu assassinato dagli agenti del servizio di spionaggio del Mossad israeliano il 16 aprile 1988 nella sua casa di Tunisi).

Dopo la firma degli Accordi di Oslo tra i funzionari dell’OLP e Israele nel 1993, le autorità israeliane si sono rifiutate di inserire Abu Hamdiya come uno dei “rimpatriati”  in Palestina. Ciò non fu possibile fino al 1998 anno in cui egli ritornò finalmente in Palestina per intercessione di Arafat.

Si stabilì ancora una volta nella West Bank e lavorò nelle neocostituite forze di sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese. Venne arrestato il 28 maggio 2002 durante la seconda intifada con una lunga lista di accuse emesse nei suoi confronti, alcune delle quali risalivano al 1991.

“Mio padre ha trascorso sotto interrogatorio 105 giorni nel centro di detenzione Moskobiyeh,” ha sostenuto il figlio di Abu Hamriya, Tariq, riferendosi al famigerato centro di interrogatori di Gerusalemme, noto in inglese come Russian Compound. “Non ha mai dato alcuna informazione a colui che lo interrogava. Israele trovò grande difficoltà a stabilire a quale fazione appartenesse. Negli anni settanta, hanno pensato che stesse lavorando con il FPLP (Fronte popolare di sinistra per la Liberazione della Palestina). Ora lo accusano di essere un affiliato di Hamas, mentre coopera allo stesso tempo con Fatah.”

Scrittore e insegnante

Il 2 giugno 2005, Abu Hamdiya è stato condannato a 25 anni di carcere. Due anni dopo – il 22 aprile 2007 – i procuratori militari israeliani hanno fatto ricorso contro la sentenza e la condanna è stata estesa a 99 anni di prigione.

Egli è considerato dagli altri prigionieri come un leader a causa della sua età avanzata, la condanna e gli anni trascorsi nel carcere di Eshel. Prima che la sua salute si volgesse al peggio studiava storia per corrispondenza all’università Al-Aqsa di Gaza.

“Mio padre amava la letteratura. Oltre alla lingua araba, sapeva leggere l’ebraico e l’inglese,” ha detto Tariq. “In prigione era in sostanza uno scrittore e un insegnante. Ha scritto sulla vita in prigione, analisi politiche e su altri argomenti ed è stato pubblicato su molte riviste. Amava la letteratura russa, come Tolstoj e Dostoevskij, e ha dato ai detenuti lezioni giornaliere di storia moderna della Palestina e di geopolitica per aumentare il loro livello di conoscenza e di consapevolezza. I giovani prigionieri lo consideravano come un padre.”

Negligenza intenzionale

Nel 2007, Abu Hamdiya divenne un’altra vittima del “mattatoio” di Ramleh dopo essere stato ammesso alla clinica della prigione a causa di una dolorosa ulcera allo stomaco. In una lettera descrisse la deliberata negligenza sanitaria del Servizio Carcerario Israeliano e il comportamento disumano dei medici nei confronti dei prigionieri ammalati, che egli afferma furono soggetti a sperimentazione medica senza il loro consenso. In uno stralcio tradotto e pubblicato da Tariq e rinvenuto sulla pagina di supporto Facebook, Maysara Abu Hamdiya afferma: 

“La negligenza intenzionale comincia durante il trattamento, quando i medici ricevono l’ordine di non curare il paziente, ma di dargli antidolorifici senz’alcun ripristino delle parti danneggiate.”

E aggiunge: “Queste istruzioni vengono dall’apparato di sicurezza israeliano e l’obiettivo è quello di mantenere i prigionieri in vita, ma non guariti perché siano di lezione agli altri.”

Nella sua lettera Abu Hamdiya fa riferimento al maltrattamento erogato a Ramleh ad altri prigionieri ammalati, come Alaa Hassouneh, che viene descritto come affetto da malattia cardiaca, ma a cui furono dati solo antidolorifici. Un altro prigioniero, Mansour Maqoudeh, cui le forze di occupazione avevano sparato alla colonna vertebrale durante l’arresto nel 2002, lasciandolo paralizzato. Gli vennero fatte delle iniezioni nell’addome dal Servizio Carcerario Israeliano che gli provocarono danni intestinali. Maqoudeh è affetto da attacchi convulsivi e perdita di coscienza, e può urinare solo attraverso un sacchetto di plastica, come ha raccontato il mese scorso il suo avvocato all’organo di stampa in lingua araba Donia Alwatan.

Non è un segreto che a Ramleh i detenuti malati sono maltrattati con crudeltà. Una volta, l’ex scioperante della fame Khader Adnan ha descritto allo stesso autore il modo disumano in cui venivano trattati tali prigionieri dalle autorità israeliane mentre giacevano inermi e doloranti nei loro letti di ospedale.

“Alcuni venivano di tanto in tanto malmenati, altri venivano incatenati per le braccia e le gambe ai letti di ospedale, altri ancora venivano collocati in una sorta di gabbie e ignorati del tutto,” ha riferito Adnan. “E’ chiaramente un luogo orribile.”

Morti in carcere.

Dal 1967, sono morti per negligenza dei medici nelle carceri israeliane ben 51 prigionieri palestinesi. Attualmente, secondo il Palestine News Network, ci sono 700 detenuti che necessitano di cure mediche e 18 nell’ospedale della prigione di Ramleh. Le autorità israeliane stanno attente a non lasciare che i prigionieri palestinesi muoiano in ospedale e li mandano a casa una volta che sanno che il prigioniero è in punto di morte, come ad esempio il caso di Zuhair Lubada di Nablus e Ashraf Abu Thrae di Hebron che è morto il 21 gennaio di quest’anno.

Lubada è morto il 31 maggio 2012 – una settimana dopo il suo rilascio da Ramleh. In coma al momento del rilascio, Lubada è stato trasferito direttamente al National Government Hospital di Nablus. Aveva trascorso dietro le sbarre un totale di 14 anni e, a quanto si dice, soffriva di insufficienza renale, sclerosi al fegato, un tumore al polmone ed epatite B. 

Parlando a quel tempo della morte di Lubada, il ricercatore Ahmad al-Beetawi, che lavora per la International Solidarity Foundation, ha dichiarato: “Israele fa in modo che i detenuti gravemente ammalati muoiano poco dopo il loro rilascio. In questo modo evita lo scontro con i detenuti e cerca di esentarsi dalla responsabilità.” ( Detenuto Ailing, rilasciato una settimana fa, muore in ospedale. IMEMC 31 maggio 2012)

Per Tariq Abu Hamdiya, che vive a migliaia di chilometri di distanza e si occupa del cancro del padre e della morte che incombe è incredibilmente duro. Egli desidera che le sue due giovani figlie che Maysara non ha mai visto se non in fotografia, e delle quali egli chiede in ogni sua lettera, abbiano la possibilità di sedersi sulle ginocchia del nonno.

“Mi sento il cuore spezzato per  non potermi prendere cura di lui,” ha detto Tariq. “L’ultima volta che lo vidi fu tre anni fa e il suo morale era molto alto. Lo immagini seduto sul letto che respira con difficoltà ,[mentre] non può mangiare, non può cambiare i vestiti e io non posso farci niente. I tuoi sogni e i tuoi desideri si restringono.”

“Ci siamo appellati a chiunque tu possa pensare per ottenere il rilascio di mio padre,” ha aggiunto. “Penso che queste organizzazioni siano una perdita di tempo. E’ anche una gran sciagura che mio padre abbia il grado di Maggiore Generale dell’AP, l’Autorità Palestinese non è però in grado di liberarlo, mentre allo stesso tempo continua il suo coordinamento di sicurezza con Israele. Non è nemmeno un coordinamento, stanno attenendosi agli ordini come schiavi.”

L’avvocato di Abu Hamdiya, Rami al-Alami, ritiene che il Servizio Carcerario Israeliano rimarrà fermo nella sua politica di rilasciare i prigionieri ammalati solo quando sono sul loro letto di morte.

“Ho presentato al tribunale il caso di Maysara e da loro non ho ricevuto risposta nei termini se è stata fissata una data per l’appello,” ha dichiarato. “Sfortunatamente, proprio come nei casi di Zuheir Lubada  e Ashraf Abu Thrae, temo che Israele rilascerà Maysara quando sono sicuri che stia morendo.”

Aggiornamento: il 2 aprile 2013, Maysara Abu Hamdiya è morto all’ospedale Saroka

(tradotto da mariano mingarelli)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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