Israele: Prigioniero X, gola profonda di Hezbollah?

Nena News
30.03.2013
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Israele: Prigioniero X, gola profonda di Hezbollah?

Der Spiegel: Ben Zygier aveva rivelato al movimento libanese nomi di collaboratori del Mossad a Beirut. Mentre in Israele i servizi segreti agiscono come "governo ombra".

di Roberto Prinzi

Roma, 30 marzo, 2013, Nena News - Poco più di un mese fa vi avevamo raccontato la storia del "Prigioniero X", l'ebreo australiano Ben Zygier, che - immigrato in Israele alla fine degli anni Novanta - aveva lavorato per dieci anni nei servizi segreti israeliani (Mossad). Arrestato successivamente proprio dall'intelligence di Tel Aviv nel marzo del 2010, si era suicidato il 15 dicembre dello stesso anno nella cella di massima sicurezza del carcere Ayalon a Ramleh.
                  

 

Nei pochi dettagli rivelati dal giudice Kedrai alla stampa, il giovane agente sarebbe morto per soffocamento nella doccia della sua cella. A provare questa tesi è stato il ritrovamento di un lenzuolo stretto attorno al collo della vittima e legato alla finestra del bagno. La vicenda drammatica del Prigioniero X era stata nascosta per due anni al pubblico israeliano e sarebbe passata sotto silenzio se non ci fosse stata l'inchiesta della rete televisiva australiana ABCtrasmessa a febbraio. Tuttavia per diverse ore i media locali non hanno potuto dare la notizia per la "legge-bavaglio" che vige in Israele che vieta di pubblicare notizie che «possono mettere a repentaglio la sicurezza dello Stato».

Nonostante l'ostruzionismo del governo (l'ufficio del primo ministro convocò una riunione d'urgenza con la commissione degli editori nel vano tentativo di non far conoscere la storia all'opinione pubblica locale), i media israeliani riuscirono ad aggirare il divieto limitandosi a riportare quanto pubblicato sulla stampa estera. La notizia del "Prigioniero X" tenne banco in Israele per una settimana poi lentamente perse interesse e finì nel dimenticatoio da dove "improvvidamente" l'ABC l'aveva tirata fuori.

Pochi giorni fa però, un po' a sorpresa, il settimanale tedesco Der Spiegel ha risollevato il caso rivelandone nuovi particolari. Ben Zygier, infatti, avrebbe rivelato ad Hezbollah i nomi di due libanesi che agivano per conto del Mossad nel Paese dei Cedri: Ziyad Al-Homsi e Mustafa Alì 'Awadeh arrestati nel 2009. La loro reclusione rientrava nell'ondata di arresti che coinvolse diversi civili libanesi accusati di spionaggio a favore dello stato ebraico. Secondo il Der Spiegel, Zygier cominciò a lavorare per il Mossad nel 2003 e fu mandato a lavorare in alcune società europee che commerciavano materiale elettronico con vari paesi tra cui l'Iran e la Siria. L'agente australiano non fu però all'altezza del compito e pertanto l'intelligence israeliana preferì impiegarlo in Israele.

Era il 2007. L'anno seguente il Mossad gli permise di ritornare in Australia per completare i suoi studi accademici, ma il giovane provò prima ad arruolare nuovi informatori nel tentativo disperato "di rifarsi" agli occhi dei superiori. Ma anche questa volta fallì e scioccamente rivelò ad un militante di Hezbollah le informazioni che avrebbero causato in seguito l'arresto dei collaborazionisti Homsi e 'Awadeh. Secondo il servizio dell'ABC, Zygier era ricercato dai servizi di sicurezza australiani (ASIO) che indagavano già da due anni su tre cittadini ebrei australiani che avevano utilizzato i loro passaporti per compiere operazioni per il Mossad. Ad attirare i sospetti dell'Intelligence di Canberra era stata la sostituzione dei loro veri nomi con altri che meno potevano mostrare la loro appartenenza ebraica.

Non è chiaro se tra questi vi fosse anche Zygier. Fatto sta che l'agente cambiò nome almeno quattro volte: da Ben Zyeger a Ben Alon, passando per Ben Allen per finire con Ben Buroz. Il 25 marzo scorso il Sydney Morning Herald ha rivelato che al momento dell'arresto Zygier fu trovato con un disco su cui vi erano informazioni segrete relative al Mossad. Informazioni che forse era in prossimo a passare all'informatore di Hezbollah. Per il quotidiano australiano il segretario del "Partito di Dio" conosceva il legame tra la spia australiana e il suo astuto informatore. Quest'ultimo, infatti, teneva informata la dirigenza di Hezbollah di tutti i suoi incontri con Zygier. Quando fu chiesto all'agente australiano di dimostrare la sua appartenenza al Mossad, il giovane rivelò alcune informazioni segrete tra cui i nomi degli agenti collaborazionisti in Libano.

Il Sydney Morning Herald conferma la notizia secondo cui il "Prigioniero X" nel 2005, dopo un anno di formazione, sarebbe stato mandato in Europa per lavorare nelle società che commerciano con Siria ed Iran. Fonti dell'intelligence israeliana parlano anche di tentativi di entrare in compagnie dell'Europa dell'Est e dei Balcani. Una delle società in cui Zygier lavorò ha sede a Milano. Uno dei suoi direttori ha confermato di averlo assunto ma ha affermato di non averlo mai mandato fuori Italia per lavoro e ha negato qualunque suo incontro con i clienti.

Non è comunque la prima volta che si fa il nome dell'Italia in questa vicenda. Già lo scorso febbraio il giornalista australiano dell'ABC Trevor Burman (il primo a parlare del "Prigioniero X") aveva parlato di ripetuti incontri dell'agente segreto con gli uomini dell'ASIO in cui Zygier avrebbe raccontato i particolari di alcune operazioni che il Mossad avrebbe dovuto compiere. Tra queste ve ne sarebbe stata anche una segretissima nel nostro Paese a cui l'intelligence israeliana stava lavorando da anni.

Il Sydney Morning Herald rivela qualche dettaglio su uno dei due libanesi. Homsi "l'indiano", 61 anni, avrebbe intascato intorno ai centomila dollari per lo spionaggio a favore d'Israele. Avrebbe anche detto agli israeliani che li avrebbe potuti condurre al luogo in cui si nascondeva Nasrallah per ucciderlo. Homsi aveva lavorato per alcuni presunti funzionari del commercio estero cinese. Ma quando durante una missione a Bangkok, gli fu chiesto della sorte di tre soldati israeliani scomparsi durante la battaglia di Sultan Yacoub del 1982 [tra israeliani e siriani nella Beqa' Libanese, ndr], l'"indiano" capì immediatamente che non aveva a che fare con "funzionari" di compagnie di commercio estero ma con agenti del Mossad.

Secondo l'atto di accusa, Homsi fu d'accordo a lavorare per il Mossad e per il suo collaborazionismo è stato condannato a 15 anni di prigione. L'ondata di arresti provocò stupore e rabbia nel Mossad che venne a conoscenza anche che un loro agente, a quel tempo in Australia, si trovava in pericolo di vita. Quell'agente era proprio Ben Zygier. Perciò nel 2010 l'intelligence di Tel Aviv decise di riportarlo in Israele non tanto perché nutrisse dei sospetti nei suoi confronti, ma per paura che fosse in pericolo la sua vita ora che Hezbollah conosceva la sua vera identità. Accanto a questa motivazione vi era però anche la profonda irritazione che il Mossad provava verso colui che si vantava di appartenere ai servizi segreti e da cui, invece, si pretendeva massima discrezione.

Quando Zygier ritornò in Israele, all'intelligence apparve immediatamente evidente la sua complicità con gli arresti dei due libanesi. Pertanto il 29 gennaio fu arrestato. Nell'inchiesta che seguì, Zygier confermò i sospetti che il Mossad nutriva su di lui e tentò di spiegare le sue ragioni. Ma non convinsero il Mossad che avrebbe voluto dargli una pena esemplare quantificabile almeno in 10 anni di detenzione. Per quanto dettagliato nei particolari il quotidiano australiano non spiega però le circostanze che hanno portato alla morte del giovane, non tratta la presunta "negligenza" di chi lo avrebbe dovuto sorvegliare e dello strano silenzio della famiglia. Interrogativi sui quali appare difficile aspettarsi delle risposte. Ma i tanti punti oscuri della vicenda imbarazzano anche Canberra. Non a caso, qualche giorno fa, il ministro degli Esteri australiano Bob Kerr ha detto che attende da Israele chiarimenti sulle cause della morte del suo connazionale.

I tanti "Prigionieri X" dimenticati

Ma se la drammatica storia di Zygier è stata resa pubblica (nonostante i clamorosi ritardi e le tante reticenze), ancora più terribili sono le storie di decine di "desaparecidos" palestinesi le cui famiglie da decenni lottano instancabilmente per riabbracciali o quanto meno per dare loro una dignitosa sepoltura. Ma la storia dell'agente australiano, ebreo e rapito dai suoi ex colleghi, ha aumentato le loro paure e sofferenze riducendo al lumicino le speranze di poterli rivedere.

Tra i "Prigionieri X" dimenticati vi è Yahya Skaf, uno dei 13 fedayin, guidati da Dalal Al-Mughrabi, che 35 anni fa in Israele presero parte all'"Operazione Kamal Adwan" [dal nome di un leader palestinese assassinato a Beirut nell'Aprile 1973, ndr]. Per decenni la famiglia non ha saputo niente di lui. È stato solo un documento della Croce Rossa Internazionale l'11 settembre 2000 a confermare la sua detenzione nella prigione di Ashkelon.

Anche la famiglia Nawati della Striscia di Gaza vive un dramma simile. Nel 1982 Mu'tazz uscì di casa per andare in Israele (dove lavorava). Doveva confermare il biglietto che aveva comprato per recarsi in Germania. Ma non è mai più tornato. «Quando non è arrivato nel pomeriggio come faceva di solito, abbiamo capito che qualcosa gli era successo. Abbiamo pensato ad un incidente stradale, a qualcosa del genere. Abbiamo avvertito la polizia, ma invano» ha detto la madre in una intervista televisiva rilasciata poco tempo fa all'agenzia palestinese Ma'an.

Il «governo ombra» dei servizi segreti israeliani

Più che a «difendere la sicurezza dello Stato», i silenzi imposti alla stampa sul "Prigioniero X" sono stati tentativi goffi di nascondere le falle dell'intelligence israeliana. La scoperta che il Mossad aveva utilizzato passaporti falsi di diverse nazioni per compiere nel 2010 a Dubai l'omicidio dell'importante leader di Hamas, Mahmoud Al-Mabhouh, è stato solo l'ultimo imbarazzante fallimento.

Ma i silenzi e i bavagli provano a nascondere anche i limiti di una democrazia malata dove processi segreti, detenzioni arbitrarie e "suicidi" misteriosi diventano troppo spesso la norma. Riferendosi al "Prigioniero X" le autorità hanno parlato di «caso unico», di una «eccezione». Ma il caso Zyeger è solo la punta di un iceberg. E i silenzi sulla sua vicenda hanno origini più lontane. Nel dicembre 2009 l'ex soldatessa Anat Kamm fu accusata di aver passato duemila documenti dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) al giornalista di Ha'Aretz Uri Blau. Secondo questi documenti ufficiali, importanti personalità dell'IDF, tra cui il Capo di stato maggiore Ashkenazi, avevano avviato assassini illegali di palestinesi. Anche in questo caso (come nel caso del "Prigioniero X") fu imposta "la legge-bavaglio". E anche qui, solo quando alcuni dettagli della vicenda furono resi pubblici all'estero, il bavaglio sulla stampa fu alleggerito.

Kamm sta scontando una condanna di quattro anni e mezzo in prigione. É andata meglio a Blau che se l'è "cavata" con quattro mesi di servizi sociali. L'inchiesta Kamm fu eseguita dallo Shabbak (servizio di sicurezza interno) che era allora guidato da Diskin. Questi, un amico del capo del Mosad Degan, fu sicuramente coinvolto anche nell'arresto e nella detenzione di Zygier che ebbe luogo in Israele. I due erano anche alleati politici dell'allora Capo di stato maggiore Gabi Ashkenazi. Sulla rivista israeliana online +972 il giornalista Noam Sheizaf ricorda alcuni casi in cui questo trio ha abusato della sua autorità per eliminare i suoi possibili rivali (tra questi anche l'ex Ministro della Difesa, Ehud Barak) con costruzione di prove rivelatesi in seguito false. Come da prassi consolidata, la stampa locale nascose o fu costretta a nascondere queste vicende (o semplicemente ne parlò in ritardo) perché ad essere tirati in ballo erano importanti dirigenti dei servizi segreti.

Secondo Sheizaf in Israele il loro operato è immune da critiche: «I media e le persone semplicemente non vogliono sapere. L'aura che circonda gli apparati di sicurezza è così grande che risulta impossibile criticare queste istituzioni. I servizi segreti hanno sempre ragione». «L'influenza dell'apparato di sicurezza sulla politica è incommensurabile - continua Sheizaf - al punto che a volte opera come governo ombra». Ma se la stampa non è completamente libera perché sempre subalterna a dei labili e imprecisati «motivi di sicurezza» e se i servizi di sicurezza sono un «governo ombra» che possono senza disturbo rapire persino i suoi cittadini ebrei, processarli segretamente senza che nessuno sappia che fine abbiano fatto, ha ancora senso il distinguo manicheo operato da molti critici dello "Stato ebraico" secondo cui vi è un Israele "democratico con gli ebrei" e uno "non democratico con i palestinesi"? La tragica vicenda del "Prigioniero X" Ben Zygier non ribadisce prepotentemente quanto sia fallace
e perniciosa questa distinzione? Nena News

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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