Intervista: La realtà della vita dei palestinesi cittadini di Israele

MEMO – Middle East Monitor

05.03.2013
http://www.middleeastmonitor.com/resources/interviews/5405-sami-abu-shehadeh-breaks-down-the-reality-of-life-for-palestinian-citizens-of-israel 

 

Sami Abu Shehadeh analizza la realtà della vita per i palestinesi cittadini di Israele

 

Nella sua prima visita a Londra, l’attivista politico palestinese Sami Abu Shehadeh ha trascorso una settimana a spiegare la durezza della realtà della vita dei palestinesi cittadini di Israele. La popolazione palestinese di 1,2 milioni, che vive all’interno di Israele come cittadini palestinesi, ha ricevuto spesso poco visibilità nei dibattiti sul conflitto israelo-palestinese. In un’intervista rilasciata al Middle East Monitor, Sami ha descritto in modo esatto com’è la vita del 20% dei cittadini di Israele che sembrano vivere il un altro mondo rispetto a quello degli omologhi israeliani ebrei.

Intervista esclusiva di Shazia Arshad 

Spiegando perché pensava che la popolazione palestinese all’interno di Israele fosse dimenticata, Sami ha sostenuto che quando “la gente di tutto il mondo pensa al conflitto israelo-palestinese, di solito ha in mente due parti, la parte palestinese e quella ebraica” – i primi nella West Bank e a Gaza e gli altri in Israele. “Quando pensa alla guerra, si riferisce a quella tra due stati…(ciò che) non sa è che Israele è fondato sulle rovine del popolo palestinese” e lo deve al fatto che la gente non si rende conto che ci sono dei palestinesi che vivono all’interno di Israele. Sami ha continuato a spiegare che i palestinesi vivevano “ai margini” di tutti gli strati della società israeliana, essendo stati prima espulsi nel 1947, poi impedito loro il ritorno alle loro case e successivamente soggetti al controllo degli israeliani.
              

 Per quanto riguarda Jaffa, Sami ha ritenuto impossibile guardare alla situazione della città senza prendere in considerazione la situazione geopolitica generale dei palestinesi in Israele. Con il 40-45% dei cittadini palestinesi di Israele che vivono in Galilea, il 20% nel Negev, il 25-30% nella Zona del Triangolo, il rimanente 10% vive nelle “città miste”, com’è il caso di Jaffa. Eppure, nonostante i cittadini israelo-palestinesi vivano in tutte le parti di Israele, Sami ha descritto la realtà come quella di una “totale separazione” e che, “in quanto prodotto della Nakba [catastrofe palestinese], non c’è alcuna possibilità di sviluppo per le città palestinesi” all’interno di Israele. Sami, uno storico che attualmente svolge il suo dottorato di ricerca presso la Tel Aviv University, ha descritto le città miste come città prima della Nakba tipicamente palestinesi. Con l’avvento della Nakba e dell’immigrazione ebraica al loro interno, il dato statistico della popolazione cambia ed ora i palestinesi a Jaffa sono appena una percentuale e tutte le cittadine limitrofe sono solo località israeliane ebraiche. 

Sami è stato esplicito circa la sua frustrazione per la situazione dei cittadini palestinesi di Israele ed è stato semplice capire il perché. Nonostante la fama di Tel Aviv di città moderna, sicuramente “Occidentale” (sebbene si trovi nel cuore del Medio Oriente), essa non ha una popolazione araba. Sami ha comparato questo caso con quello delle altre città occidentali e non ha potuto trovarne uno ove si verifichi una situazione analoga. I 20.000 palestinesi che stanno a Jaffa sono circondati da 2 milioni di israeliani ebrei. Sami ha continuato spiegando che quegli israeliani ebrei che vivono fianco a fianco con i palestinesi non li considerano nulla di più di “personale di servizio e venditori”, forse lì per svolgere un servizio in un negozio. Di conseguenza, ha detto, la cosa ha indotto una mentalità che incoraggia gli israeliani ebrei a ritenere che i palestinesi dovrebbero essere grati dei loro vantaggi (vivere fianco a fianco, lavorare, ecc..) e se non lo sono, allora dovrebbero essere puniti. Un esempio di ciò è il fatto che durante la guerra recente di Gaza del 2012, tutti i palestinesi che protestavano contro la guerra ebbero i negozi boicottati. Sami ha riassunto questo atteggiamento come facente parte della loro “mentalità colonialista”.
 

In Palestina e in Israele la situazione si evolve continuamente e quando ho chiesto a Sami in merito ai recenti disordini in città, scatenati dall’attacco di tre giovani ebrei a cittadini palestinesi, mi ha parlato di un movimento palestinese crescente sorto negli ultimi tre anni, il “Movimento Giovanile di Jaffa”, che propaganda il cambiamento.  Secondo Sami, il gruppo sta facendo un “gran lavoro”, avendo organizzato manifestazioni, proteste e risposte politiche alle autorità israeliane – sono stati certamente molto apprezzati da lui. Ma il problema è, come ha continuato a spiegare, che gli israeliani  considerano tutte le manifestazioni come un attacco personale nei loro confronti. Visto che è un “piccolo stato con un grosso esercito” e che tutti vi hanno prestato servizio o che per lo meno hanno componenti delle loro famiglie nell’esercito, “criticare le politiche dell’esercito diventa un fatto personale”. In tal modo, quando si tratta delle politiche dell’esercito, un israeliano risponderà di considerarlo come un insulto personale nei suoi confronti. Di conseguenza, questo ha provocato reazioni nei confronti delle iniziative e delle proteste palestinesi tanto da includere non solo risposte verbali, ma anche fisiche. Ad aggravare ulteriormente la situazione ci sono i politici di destra. Sami ha spiegato che quando i politici usano termini quali “bomba demografica” o “minaccia strategica” per descrivere i cittadini palestinesi di Israele, si prevede che gli atteggiamenti dei israeliani ebrei siano destinati a peggiorare. L’aggiunta a tutto ciò dell’incitamento da parte degli estremisti religiosi di destra, quali Rabbi Ovaia Yosef, ha fatto pure riscontrare una crescita degli attacchi fisici.
 

Sami stava affrontando una conferenza intitolata “lezioni di apartheid”, così gli ho posto domande al proposito. Anche se il termine per alcuni potrebbe essere discutibile , oggi viene sempre più utilizzato. Sami ha spiegato che ci sono davvero molte somiglianze tra il Sud Africa dell’apartheid e Israele – “di norma apartheid sta a significare che ci sono sistemi giuridici diversi per comunità differenti che vivono sotto il tuo controllo…anche in Israele questo esiste, si ha un sistema diverso che ha a che fare con Gaza, un sistema giuridico differente riferito alla West Bank, un altro sistema giuridico dissimile per gli arabi di Gerusalemme, poi un altro sistema legale per gli arabi cittadini di Israele e quindi un altro per gli ebrei che vivono in tutte le parti di Israele, questo è vero e proprio apartheid. Ma, nell’apartheid non c’è bisogno di trasferire la popolazione”. Qui sta la differenza per Sami – la paura e il desiderio di Israele di giungere al controllo sulla gente e sulla terra hanno portato al trasferimento forzato della popolazione come ad esempio per la situazione che si ha nel Negev dove i palestinesi stanno venendo cacciati con la forza dalle loro case. Sami ha pensato che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman vorrebbero “trasferire” il 20% della popolazione da dentro Israele, attuando in tal modo la politica di divenire uno stato democratico per la popolazione ebraica e uno stato ebraico per i non-ebrei.
 

Per il desiderio di fornire un esempio, Sami ha raccontato la storia dei villaggi non riconosciuti dove decine di migliaia di persone non esistono. Dato che, a causa della politica di “sviluppo del Negev”, Israele pianifica lo spostamento di 30.000 persone trasferendole di forza all’interno di un’area di concentrazione – la popolazione palestinese che verrà scombussolata e sloggiata dalle proprie case non ne trarrà alcun vantaggio. L’approccio  contrastante nel modo di relazionarsi con i cittadini palestinesi e gli ebrei viene esemplificato dalla Galilea – dove, a causa della sua popolazione araba non beneficerà in alcun modo dei programmi di sviluppo. In Israele, le aree arabe sono sottosviluppate e non ci sono piani per modificare la loro situazione; città come Umm al Fahm non hanno usufruito di alcun trasporto pubblico e di alcun servizio fin dal 1964.
 

Desideroso di saperne di più sull’impatto di tale sistema di apartheid e sui suoi effetti sulla vita della gente, ho chiesto del caso dell’acquisto di terre da parte dei coloni (West Bank) nei quartieri arabi della stessa Israele. La campagna, denominata “stabilirsi nel cuore”, ha visto coloni della West Bank acquistare terreni in aree palestinesi – a Jaffa, la comunità palestinese ha fatto ricorso alla Corte Suprema, ma l’acquisto è stato comunque completato. Chiaramente, non accontentandosi di rubare terreni palestinesi nella West Bank, ha spiegato Sami, tutto ciò veniva a rappresentare un tentativo di sviluppare ulteriormente aree per “soli ebrei”.  Ha pure precisato che consisteva nella politica promossa dal progetto il fornire ai cittadini israeliani ebrei un “futuro pulito” e l’impedire la “catastrofe” di comunità miste di palestinesi ed ebrei. Sami mi ha raccontato che quello di Jaffa non era l’unico caso – c’erano esempi di tali progetti a Lod e ad Acri. Infatti, Acri ha visto un aumentare della tensione in conseguenza della crescita dei livelli di violenza.

Nel caso della campagna promossa dai coloni per l’ acquisto di terreni in aree palestinesi, Sami ha precisato come la locale comunità palestinese di Jaffa ha promosso un’azione legale fino alla Corte Suprema contro l’acquisto. Subito dopo essere arrivati alla Corte Suprema, ai coloni è stato permesso di completare l’acquisto, ma alla sentenza è stata aggiunta una precisazione riguardante le vendite future che stabilisce che tali edifici non dovrebbero essere acquisiti o costruiti con propositi razzisti. Ma, evidentemente questo non è sufficiente a contrastare i problemi che affrontano i cittadini palestinesi di Israele, così ho chiesto a Sami se fosse la complicità dello stato il loro maggiore ostacolo. 

Con l’aumento dell’estremismo nazionalista e una popolazione di 6 milioni di ebrei israeliani più un milione di coloni, è inevitabile che numerose famiglie israeliane ebree abbiano almeno un colono in famiglia e questo è il motivo per cui “il partito di estrema destra  Casa ebraica ha il 10% della Knesset israeliana”, ha dichiarato. Quando si considera che in Israele gli ebrei laici, che “formano parte dell’esercito, praticano l’occupazione”, diventa chiaro che molti di loro non sono ai margini della società e che fanno parte della corrente principale della Knesset. 
 

Per quanto riguarda il sistema della giustizia penale, Sami ha illustrato come è parso applicarsi un trattamento di tipo opposto tra le comunità degli ebrei israeliani e degli israeliani palestinesi. Dati statistici tratti da una ricerca hanno provato che i tribunali hanno trattato israeliani palestinesi ed ebrei in modo differente, con il palestinese che viene giudicato in modo di gran lunga più duro. Statistiche delle carceri mostrano che la percentuale dei palestinesi nelle prigioni israeliane è più elevata rapportata a quella della popolazione nel suo complesso. Negli ultimi 10 anni, a Jaffa sono state uccise 60 persone, ma solo in due casi la polizia ha catturato i colpevoli. Ma quando la vittima è ebrea, il caso è completamente diverso. Nella vicenda di un giovane ebreo, Gil Mitchell, che è stato ucciso in una rissa alcuni anni fa, caso in cui i due giovani colpevoli erano andati a nascondersi nella West Bank e a Gaza, il dossier non è stato chiuso fino al momento in cui alcuni anni addietro i due uomini sono stati catturati.
 

Con la discriminazione che solleva la testa a carico dei cittadini israelo-palestinesi di ogni estrazione sociale – quella economica sembra prevista. Sami mi ha fornito i dati statistici relativi al bilancio annuo di due aree in Israele – quella di Nazareth (area palestinese) ha una popolazione di 50.000 abitanti e possiede i budget annuo di 45 milioni, mentre Tel Aviv (area ebraica) con una popolazione di 400.000 abitanti ne ha uno di 950 milioni.  Dato che alle aree palestinesi non è permesso di sviluppare zone industriali, costringendo i lavoratori a vivere entro le città ebraiche più grandi, per esse non resta evidentemente alcuna possibilità di sviluppo. Infatti, Sami ha descritto Nazareth non come una città, ma come un “villaggio” con “campi di lavoratori”.
 

Sami, membro del partito Balad e appassionato attivista politico, ha delineato le realtà della vita dei palestinesi dopo le recenti elezioni israeliane, affermando che non c’era da aspettarsi alcun serio cambiamento con la nuova amministrazione. Nelle ultime tre elezioni, Sami ha ritenuto che l’unica reale alternativa fosse stata offerta dagli estremisti di destra e di conseguenza ci sarebbe stato ancor più razzismo e ancor più politiche discriminatorie. Peggio ancora è il pericolo per l’intero Medio Oriente costituito da Lieberman e Netanyahu per le loro politiche contro l’Iran, Gaza, per le colonie e Gerusalemme. “Siamo una minoranza che non dispone di un esercito o di altri potenti mezzi per difendersi dalle politiche razziste e discriminatorie” e “abbiamo veramente bisogno di un sostegno internazionale”, ha detto Sami. Concludendo con una nota un po’ triste, non riusciva a capire perché in Europa il razzismo è considerato un male per gli europei, ma è ammesso per i cittadini palestinesi di Israele. Le sue parole finali sono state una richiesta chiara e inequivocabile di sostegno da parte della comunità internazionale nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele.
 

Sami ha fornito un interessante spaccato della realtà della vita dei palestinesi che abitano all’interno dei confini di Israele del 1967 – una voce molto chiara su quello che è un argomento molto complicato e difficile.
 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

 

 

 

 

 

 


Iniziative

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