Verso un'archeologia e una storia reale della Palestina

ThisWeekinPALESTINE n.178
29.01.2013
http://www.thisweekinpalestine.com/details.php?id=3941&ed=215&edid=215

Verso un’archeologia e una storia reale della Palestina.

di Basem L. Ra’ad  

L’archeologia è una scienza abbastanza neutrale che implica la scoperta e l’interpretazione di manufatti e prove materiali del passato. Non così nella “Terra Santa” un termine geografico attualmente suddiviso in West Bank, Stato di Israele e Striscia di Gaza. Il termine “Terra Santa” è usato in senso religioso, ma attualmente serve come un sudario per evitare di utilizzare quello di “Palestina”. Nella sua geografia e nella sua archeologia c’è un misto di reale e di immaginario.
                         


In nessun altro luogo incombe l’urgenza di mantenere separata la fede religiosa genuina dalla strumentalizzazione politica della religione, e di distinguere l’archeologia autentica dalla geografia inventata.

 

Uno studioso britannico trova la struttura di un bagno a Suba (un villaggio palestinese spopolato) e pubblica un intero libro a sostegno dell’ipotesi che – senz’alcuna prova – quella deve essere la grotta di Giovanni Battista. Un archeologo israeliano individua una piattaforma di roccia a Silwan e salta alla conclusione che si tratta di un palazzo appartenuto a un leggendario “Re Davide”. Iscrizioni e resti materiali vengono impiegati per supportare questa o quell’affermazione, quando abbondano le interpretazioni dubbie. Le idee fisse sono profondamente radicate e pochi possono abbandonare le repliche  auto-investite sul passato. I costumi e la cultura della Palestina, il suo paesaggio, vengono ritratti come fossero “un’illustrazione dei tempi biblici,”  mentre i palestinesi, come popolo, vengono rimossi da tale attinenza, resi invisibili, perfino demonizzati.

 

Gli stessi palestinesi non hanno ancora formulato un’interpretazione coerente della loro storia e cultura. Questo vuoto permette ad altri di spiegare le scoperte e soffocare o usurpare le loro implicazioni ad uso di programmi politici.

 

Geografie sacre.

 

Tutte queste cose hanno il loro retroterra nella geografia sacra e nella pseudo-archeologia della “Terra Santa”, che ha inizio con la cristianizzazione della regione nel IV secolo, seguita dall’islamizzazione del VII secolo, le crociate al iniziare dal 1099, la conquista ottomana del 1516, l’aumento dei viaggi religiosi del XIX secolo, e infine l’occupazione britannica e israeliana. Questi fattori hanno marcato l’interpretazione storico-archeologica, creando una situazione in cui coltri religiose e di rivendicazioni politiche rendono difficile la separazione del fatto dalla invenzione.

 

Un momento importante è stata l’adozione del cristianesimo, avvenuta nel 313 circa dell’Era Volgare,  da parte di Costantino, imperatore dell’impero romano-bizantino. Questa conversione religiosa è stata rafforzata nel 323 d.C., quando Elena, madre dell’imperatore ha fatto un viaggio per restaurare i luoghi principali connessi alle storie bibliche. Si è detto che la scoperta dei siti si dovette ad atti di “ispirazione divina” – per fatti che si presumeva si fossero verificati centinaia, migliaia di anni prima. Costantino ha utilizzato la nuova religione per consolidare la propria autorità sui suoi sudditi. A proposito del sito di Hebron che è associato a Ibrahim/Abraham, egli scrive a Eusebio, vescovo di Palestina, ordinandogli di mettere in esecuzione i piani per la “distruzione di qualsiasi vestigia di paganesimo e la costruzione di un’appropriata basilica cristiana.” Tale fatto è avvalorato da Sozomeno, uno storico ecclesiastico del V secolo e nativo di Gaza.

 

Il XIX secolo ha prodotto un ulteriore cambiamento che esercita ancora un’influenza sulla Palestina di oggi. Tramite il viaggio  e una forma di frenesia denominata “geografia sacra”, unita a diversi tipi si sentimenti missionari e millenaristici, ha avuto inizio un tipo diverso di crociata,. Reagendo ai dubbi che emergevano dai resoconti biblici dovuti ai progressi in geografia e biologia, clero e laici hanno dato risalto all’attuale “Terra Santa” per confermare le loro convinzioni religiose. Sono andati a caccia di prove che avrebbero “verificato i siti delle Scritture” e confermato “la veridicità della testimonianza sacra”.

 

Questi viaggiatori, per lo più protestanti europei e statunitensi non accettavano le tradizioni cattolica e ortodossa ed erano invece attratti dalle tracce ambigue quali la strada nel deserto di un supposto esodo. Tra le centinaia di libri pubblicati degni di nota sono il “Biblical Researches in Palestine” (1841) di Edward Robinson, “The Crescent and the Cross” (1945) di Eliott Warburton, “The Land and the Book” (1859) di Willian M. Thomson, “The Desert of the Exodus” (1871) di Edward Palmer. Erano le distrazioni in loco, 200 anno dopo il resoconto per corrispondenza di Thomas Fuller “Pisgah-Sight of Palestine” di una terra che gli scrittori rivendicavano come loro “retaggio”.


Speculazione odierna

 

Tali opere rispecchiano il presente, in cui il pensiero religioso e quello coloniale si intersecano.

 

Edward Robinson ha cercato di ipotizzare la localizzazione dei siti biblici sulla base dei loro nomi arabi, una pratica ampliata per i propri fini dalla dottrina sionista. Le politiche israeliane, ideate dai comitati, hanno imposto allora con la forza la fonetica ebraica, traducendo spesso in ebraico gli originari nomi arabi e inventando relazioni non esistenti con la Bibbia.

 

John MacGregor, nel suo “The Rob Roy on the Jordan” (1870) racconta di un improbabile viaggio in canoa lungo il fiume Giordano che rispecchia i pregiudizi acquisiti durante le sue avventure nel Nord America. In un punto, descrive un attacco da parte di “nativi ostili”, “arabi” semi ignudi, che avevano delle ossa come armi e assomigliavano in modo vieto agli “indiani” del Nord America. Oggi, una società a noleggio israeliana  che affitta canoe, la Dror Kayak, riproduce la narrativa di MacGregor e la descrive come “eccellente”.

 

La moglie di un console britannico della seconda metà del XIX secolo, EA Finn, ha scritto la “Palestinian Peasantry”, pubblicata dalla figlia nel 1923, sei anni dopo la promessa di Balfour e l’occupazione britannica della Palestina. La Finn si era dedicata alla conversione degli ebrei, con attività svolte nella Christ Church (ancora lì a tale scopo nei pressi della Jaffa Gate di Gerusalemme). Il suo scopo principale era quello screditare le tradizioni palestinesi in quanto pagane, “la maggior parte probabilmente di origine cananea”, e quindi in violazione delle leggi bibliche. Analogamente agli antichi cananei, questi palestinesi non erano idonei a governare il paese e avrebbero dovuto essere, anche se non sterminati del tutto, almeno soggiogati.

Pretese sioniste

 

Il progetto sionista utilizza queste tradizioni e altri affastellamenti cultural-religiosi per sviluppare un ampio sistema rivendicativo. Le sue pretese recuperano aspetti connessi alla storia, religione, antichi linguaggi, paesaggio, toponomastica, architettura, retaggio ed altro.

 

Il sionismo non è il primo a utilizzare giustificazioni bibliche. Per colonizzare l’America, l’Australia e il Sud Africa è stato utilizzato l’archetipo di fondare una “nuova Israele” in una “Terra Promessa” (come rivela Michael Prior in “The Bible and Colonialism”). Anche Balfour, nel 1917, per fare la sua “promessa” è stato stimolato da una convinzione fondamentalista. Il mito nazionale degli Stati Uniti si è basato su una identificazione di questo tipo che è tale da influenzarne le attuali posizioni politiche.

 

I sionisti hanno modificato questo modello coloniale col sostenere di essere invece, in quanto ebrei, i nativi, e di avere il diritto di “ritornare” alla terra dei loro “antenati.” I mormoni negli Stati Uniti, gli “israeliti britannici”, detti anche “anglo-israeliti” ed altri credono inoltre di essere i discendenti delle dieci tribù perdute di Israele. Ognuno di questi movimenti adotta asserzioni incredibili di questo tipo per la propria religione e/o per motivi imperialistici.

 

Questo pretesto dello status di nativo si risolve in un complesso di appropriazione, che comporta l’acquisizione del patrimonio culturale locale che non è originario dei conquistatori. L’appropriazione da parte del sionismo nega l’origine ai veri nativi, mentre vuole far propri gli aspetti della vita quotidiana dei palestinesi dei quali è privo, come il cibi, la danza, il ricamo e i contatti locali.

 

Più in generale l’acquisizione coinvolge l’intero paesaggio, gli animali e la flora: Gerusalemme ha uno “zoo biblico” e scrittori israeliani descrivono fichi e fichi d’India come i “frutti dei nostri antenati.” (Ironia vuole che sabr o fichi d’India vennero introdotti dalle Americhe in Palestina negli ultimi secoli). Israeliani vivono nelle antiche case palestinesi a Gerusalemme, Jaffa, ‘Akka, ‘Ein Karem, ‘Ein Houd e in altri villaggi e città ove nel 1948 è stata fatta la pulizia etnica, dei quali sono state riutilizzate le pietre e impiegati i muratori, nel tentativo di dare in prestito ai loro edifici l’autenticità del luogo.

 

L’ossessione all’”israelianità”  si traduce in altre esagerazioni e invenzioni. Anche se non esistono resti materiali israelitici, studiosi fissati insistono nel crearne la loro esistenza. Questi sostengono, ad esempio, che sono stati gli israeliti a “inventare” i terrazzamenti in agricoltura, anche se tali strutture erano sviluppate in tutto il mondo migliaia di anni prima di qualsiasi altro possibile israelita. Al fine di ricreare questo supposto lavoro antico, a Safat e in altri luoghi, gli israeliani sono invitati a pagare una tassa per perlustrare il giardino e coltivare le loro stesse terrazze “come avevano fatto i loro antenati prima di loro.” Safat è un villaggio palestinese abbandonato, uno delle centinaia di quelli dai quali la popolazione è stata espulsa dalle forze sioniste nel 1948. Queste terrazze possono essere antiche, anche se coloro che le hanno costruite e coltivate fino a poco tempo fa erano i contadini palestinesi – ora profughi.

 

Studi biblici hanno ampliato la “Terra Santa” tanto da includere l’intera regione, coniando nel contempo una cronologia e una geografia biblica, mentre avviene la registrazione dei resti materiali autentici della Grande Siria, Egitto e Mesopotamia con denominazioni del tipo “Terre bibliche”, “Tempi biblici” e “Terra della Bibbia”. Molti atlanti e pubblicazioni indipendenti includono eventi storici, realizzazioni culturali e le lingue antiche sotto la dicitura “mondo biblico”.

 

Un altro effetto collaterale consiste nell’esagerazione dell’era dell’ebraico, per la confusione che viene fatta con l’aramaico e altre scritture. In effetti, onestamente l’ebraico è una scrittura subentrata al tardo aramaico. Una strategia consiste nel retrodatare l’ebraico di un migliaio di anni con l’affermare che iscrizioni – quali quelle di un almanacco trovato a Tal el Jazr (Ghezer) – di origine “fenicia” o moabita, persino filistea, sono invece in “ebraico antico”.

 

Alcuni studiosi sfruttano la confusione di scritture antiche e diminuiscono l’importanza della lingua araba. Questo nonostante il fatto che, per la continuità e la vitale connessione, l’arabo oggi conserva meglio l’inventario “semitico” di lingue quali il cana’anita, l’ugaritico, il “fenico” e l’aramaico.

 

Anche la valuta israeliana, lo shekel, è presa in prestito dagli inventori della moneta, i babilonesi. Tuttavia, fonti israeliane e dizionari internazionali definiscono lo “shekel” come moneta “giudaica” o “ebraica”, cambiando la storia e declassandone gli inventori. La Torre di Davide, vicino alla Porta di Jaffa, anche se successiva a un eventuale Davide, ma  priva di qualsiasi connessione con lui, e chiamata in tal modo dopo che gli ottomani l’hanno ricostruita, è stata trasformata in un’ostentazione della storia ebraica a Gerusalemme.

 

Con i luoghi sacri, Israele usa la tradizione musulmana come una scusa per prendere il controllo sui maqams [luoghi, ndt]che non hanno mai fatto parte della tradizione ebraica, così come per altri siti, quali la “Tomba di Giuseppe” e la Moschea di Ibrahim a Hebron (due terzi della quale sono stati trasformati in una sinagoga).  Piani similari propongono un’altra “condivisione” forzata della Moschea di Al Aqsa e della Cupola della Roccia, con il pretesto che sono costruite sul sito del tempio di Salomone. (Per quanto riguarda tale sito, consultare il capitolo 3 del mio  libro “Hidden Histories”). E’ poco conosciuto il fatto cheil Muro Occidentale o del Pianto non ha alcun rapporto col “tempio”, essendo un residuo di fortezza romana, una struttura non considerata sacra per gli ebrei, anche secondo l’Enciclopedia Giudaica del 1971, prima dell’occupazione ottomana di Gerusalemme del 1517, meno di 500 anni fa.

 

Terminologia fuorviante.

 

Un errore comune identifica gli antichi ebrei con la comunità idealizzata degli antichi “israeliti” o degli ancor più antichi “giudei”. Questi gruppi (giudei, israeliti, ebrei 2.000 anni fa, ebrei attuali) sono nebulosi e lontani cronologicamente e nella realtà gli uni dagli altri.

 

Il termine “israeliti” fa riferimento alle tribù che presumibilmente discendono da Giacobbe. A Giacobbe venne dato il nome di “Yisra’el”, che significa “le regole e le lotte di dio El”, essendo El/Il il dio padre, capo di un pantheon, non lo stesso dio Yahweh adorato in seguito dagli ebrei. “Giudeo” è una denominazione più antica di “israelita”, che si riferisce a gente che trascorreva una vita beduina valicando confini. L’ebraismo si è sviluppato molto più tardi della narrativa che è divenuta parte del suo credo, come una religione alla quale alcune persone si sono convertite o  altre hanno dimenticato. L’apparato di rivendicazione sionista crea un nesso tra queste disparate antiche entità idealizzate, risalenti ad oltre 4.000 anni fa, sia in termini di etnia che di religione e poi annuncia il loro rapporto con gli ebrei di oggi. Molte persone, compresi i palestinesi, non riescono a decostruire questa tattica e così, spesso, confondono ebrei e israeliani con “israeliti” e “giudei”.

 

Gli ebrei attuali non sono gli ebrei del passato e non possono essere considerati come “semiti”, o il risultato della “diaspora” o “esilio”. La “The Thirteenth Tribe” di Arthur Koestler, sulla conversione dei khazari nell’ottavo secolo dell’era volgare, ha fatto infuriare i sionisti. Altre conversioni sono documentate nell’ “Invention of the Jewish People” (2009) di Shlomo Sand.

 

Anche se aspetti di un “antico Israele” sono accettati come storici, questo non avrebbe nulla a che fare con gli ebrei e l’ebraismo. La rivendicazione degli ebrei di oggi di una tale connessione sarebbe equivalente a quella dei musulmani dell’Indonesia, a 2.000 anni da oggi, che sostengono di discendere dalla linea del Profeta e che la Mecca e Medina sono la loro patria ancestrale.

Scoperte.

Prima non si sapeva che la cronologia biblica è arbitraria e impossibile; in effetti, i resoconti della Creazione, dell’Esodo, della “Conquista di Canaan” e di un “Regno di Davide e Salomone” sono romanzati o copiati. La cronologia biblica afferma che l’universo è stato creato circa 6.000 anni fa, un “Abramo” è vissuto e si è mosso circa 4.000 anni fa, l’Esodo e la conquista sono avvennuti circa 3.300 anni fa e circa 3.000 anni fa esisteva un grande “Regno di Davide e di Salomone” – versioni tutte non supportate da documentazioni storiche, scientifiche o archeologiche, essendo (secondo molti storici contemporanei) prodotti letterari e leggendari.

 

I primi antecedenti di rilievo per la Palestina e la regione si sono verificati in avvenimenti che precedono la compilazione della Bibbia e sono stati copiati in essa. Una dopo l’altra la regione dissotterra le sue verità – come si rivoltasse contro tutte le falsità. Storie similari sono già state ritrovate, come ad esempio una copia dell’inondazione della Mesopotamia 2.000 anni prima della scrittura biblica, un cilindro che richiama alla mente Adamo ed Eva, e (solo due anni fa) un testamento assiro che sembra essere stato utilizzato per la narrativa biblica.

 

Altre prove hanno svelato un ambiente cultural-religioso molto diverso da quello che è sottinteso nei presupposti biblici o tradizionali. Le iscrizioni di Kuntilet ‘Ajrud scoperte nel 1976, risalenti al VIII secolo a.C., non lasciano dubbi che Yahweh  sia stato adorato insieme a Il (El), Ba’al e la dea ‘Asherah. Allo stesso modo,  il Qumran o Rotoli del Mar Morto (risalenti al più tardi al primo o secondo secolo a.C.), scoperto da un ragazzo beduino nel 1947, mostra che gli antichi redattori hanno tentato di eliminare alcune implicazioni imbarazzanti. Il Deutoronomio 32:8-9 dimostra che uno scriba o un consesso di scribi hanno contraffatto il testo per sopprimere suggestioni politeiste, sostituendo “figli del dio/Il”  con “figli di Israele”. L’originale mostra con chiarezza che dio padre Il (El) suddivide i suoi figli in varie nazioni, e che suo figlio Yahweh, una divinità tribale, viene assegnata ai discendenti di Giacobbe, cioè, gli israeliti. Il testo modificato, detto Masoretic, è stato usato nei secolo successivi per la traduzione in tutti i linguaggi popolari. (Solo la cattolica “New Jerusalem Bible”  oggi corregge ciò che lo scriba ha redatto e usa “Yahweh” al posto di “Signore”, dato che “Signore” continua a scambiare “Dio” con “Yahweh”). Tale scoperta fa sì che sia impossibile conservare un monopolio sul monoteismo o l’idea di un “popolo eletto”.

 

Nell’archeologia della “Terra Santa” una scoperta discutibile può venire evidenziata come una materia importante di fissazione nella cultura e nei mezzi di informazione. Spesso citata, la stele di Merneptah risalente a circa il 1207 a.C., scoperta in Egitto nel 1896 da Flinders Petrie, è stata interpretata come contenente un raro riferimento a “Israele”. (Ha detto che questo avrebbe reso felice il clero). Tuttavia, i segni geroglifici, trascritti più accuratamente, riportavano invece “Y.si.ri.ar.”. La stele riproduceva una canzone che celebrava la vittoria sui libici. La strofa finale fa riferimento a questo “Y.si.ri.ar.”: “Il suo seme non è più.” ( Se questo fosse un possibile riferimento agli israeliti, allora vorrebbe dire che, secondo il testo, gli israeliti risultavano sterminati!) Sono state ipotizzate diverse possibilità coerenti col riferimento a diverse città e al contesto libico, tra cui il nome di una città, o una frase che descrive i libici come coloro che ”portano una chiusura di lato”.

 

Un frammento di una stele in aramaico di una vittoria reale rinvenuta a Tal al-Qadi (Tel Dan) contiene l’espressione byt dwd. Alcune interpretazioni lasciano intendere che la pietra è un falso, mentre altre sostengono che byt dwd è il nome di un luogo o di una dinastia o di un regno protetto. Il suo valore è stato gonfiato a dismisura, considerando che l’area faceva parte del regno di Aram. Nonostante scavi fatti in altri luoghi, entro e nei pressi di Gerusalemme, non è stata scoperta alcuna traccia di un re chiamato Davide (DWD) o qualche reperto di lui. Anche se fosse stato trovato un re Davide che fosse una figura storica e non leggendaria, o un capo minore locale, come alcuni studiosi concludono, perché dovrebbe essere considerato  avere a che fare con l’ebraismo come religione o con gli ebrei di oggi?

 

Nel nord ovest della Siria, Ugarit è più importante per la Palestina di quanto non lo sia persino per la Siria. La sua scoperta  avvenuta nel 1928 a opera di un contadino ha infranto la dottrina religiosa. Risalente da 3.200 a 3.500 anni fa, mostra molti paralleli mitologici con le storie rinvenute più tardi in tutti i monoteismi. L’alfabeto e la lingua di Ugarit sono incredibilmente simili all’arabo, mettendo in crisi così un’affermazione chiave del sionismo secondo la quale la regione (in particolare la Palestina) è stata arabizzata durante la conquista musulmana del 638 d.C.,1375 anni fa.

Istituzioni estere

 

Spedizioni di geografia sacra di “scoperta” vennero commissionate dal Palestine Exploration Fund, istituito nel 1865 sotto il patronato della corona britannica e dell’Arcivescovo di Canterbuty, per garantire “descrizioni bibliche”. Altri istituti di ricerca rappresentano gli interessi della Gran Bretagna, della Francia, degli Stati Uniti, della Russia, sella Germania, della Svezia e di altri paesi. Un discendente del Palestine Exploration Fund è la British School of Archaeology, ora Kenyon Institute. Nonostante gli effetti della instabilità politica, oltre a un’apparente sostituzione con la fondazione della Israel Exploration Fund, il Kenyon tenta di rinnovarsi nel suo contesto palestinese a Gerusalemme Est. Un’altra istituzione dedicata all’esegesi biblica, lingue “semitiche” e archeologia  è data dalla Ecole Biblique, istituita nel 1890 dai sacerdoti domenicani. Essa ha prodotto un lavoro importante quale la “The New Jerusalem Bible”, con miglioramenti dal testo di Qumran.

 

Due istituzioni riflettono gli interessi degli Stati Uniti: il campus locale della Brigham Young University e l’Albright Institute. La Brigham Young, un’università mormone dello Utah ha un campus chiamato  The Jerusalem Center for Near Eastern Studies, per studiare soprattutto il Vecchio Testamento e soddisfarne l’eredità. Il Albright Institute situato a Gerusalemme Est in Salah ed-Din Street, prosegue l’eredità di William Foxwell Albright, un “padre” dell’archeologia biblica statunitense. Come sottolineato da Keith Whitelam e Burke O. Long, Albright  nella sua scrittura esprime punti di vista imperialistici, nonostante lo stesso istituto abbia chiare origini ideologicamente bibliche. Lo schema impiegato dalla Albright tradisce concessioni solo simboliche dove cuoco e addetto alle pulizie sono palestinesi, mentre i palestinesi assunti come collaboratori non sono coinvolti in scavi come associati o nella ricerca del significato, e la maggior parte di loro non può raggiungere la Albright a causa delle restrizioni israeliane al movimento.

 

Tali organismi hanno avuto un ruolo ambiguo, anche se alcuni sono più inclini a venire a far parte dell’ambiente palestinese. Queste istituzioni hanno un debito con la regione e il suo popolo, e prendono parte  alla responsabilità per la creazione di ciò che è successo, che dovrebbe incoraggiarli tanto da consentire agli studiosi del posto di realizzare il loro potenziale, piuttosto che tacere la loro storia.

Archeologia: israeliani e palestinesi

 

All’inizio, l’archeologia israeliana era un’estensione dell’archeologia biblica occidentale, con l’aggiunta degli immani sforzi sionisti per istituire una mitologia nazionale. Benjamin Mazar (Maisler), nato il Polonia ed educato in Germania, è stato uno storico israeliano e “decano” dell’archeologia biblica israeliana. Diversi Mazar sono ora essi pure degli archeologi. Yigael Yadin, un archeologo divenuto generale, ha esplorato e sviluppato teorie su siti del tipo di Qumran, Mas’ada e le cosiddette caverne di “Bar Kokhba” che hanno contribuito al loro inserimento nella mitologia nazionale. Ha scavato città cananee quali Majiddu (Megiddo) e Hasur (Hazor) cercando di dimostrare che Salomone aveva qualcosa a che fare lì con la ricostruzione. Yohanan Haharoni (Aronheim), un’altra figura fondamentale, è noto per il suo libro ”The Land of the Bible: A Historical Geography”.  Tra i suoi argomenti c’è che  sono conservati in uso toponimi antichi come “Ashkelon” e “Acco” che vengono ancora adottati dalla linguistica sionista. Ciononostante le trascrizioni geroglifiche e cuneiformi indicano una continuità di 4.000 anni che conserva meglio i nomi in arabo come ‘Akka e ‘Askqalan.

 

Anche se gran parte della cultura israeliana applica obiettivi di sionismo nazionalistico, sono emersi approcci alternativi, capeggiati da studiosi dalla mente più aperta, alcuni dei quali sono stati allievi di Benjamin Mazar e di Aharoni. Essi confutano le conclusioni di Mazar e Yadin e le più recenti dispute di Eilat Mazar a proposito di un sito a Silwan.

 

Ad esempio, Ze’ev Herzog ha dichiarato che non sono esistiti i patriarchi, non c’è stato alcun esodo, alcuna conquista, alcun grande regno di Davide e Salomone, dissolvendo conseguentemente molti pilastri della ideologia sionista. Un altro archeologo, Israel Finkelstein, contesta l’intera cronologia e la precisione degli eventi biblici, così come le ipotesi relative a qualsiasi costruzione diretta da un Salomone. Egli conclude che non c’è stata alcuna conquista da parte di Giosuè, ma che si è verificata una transizione ideologica, pacifica dalle usanze cananee a quelle israelite – cioè, gli israeliti scaturiscono dalla società canaanea. Questa non è una teoria completamente nuova e, anche se ridimensiona la conquista biblica, tenta comunque di acquisire legittimazione culturale per ipotesi basate su di un graduale antico sviluppo piuttosto che su di una conquista crudele.

 

L’archeologia “palestinese” non esisteva prima del 1967, neppure subito dopo. In antropologia, Tawfiq Canaan ha studiato il folclore e i costumi del paese, sotto l’egida di istituzioni britanniche, scrivendo saggi per il  Journal of the Palestine  Oriental Society, in particolare “Mohammedan [sic] Saints and Sanctuaries in Palestine” (1924; 1927). Il suo lavoro dimostra che le tradizioni dei villaggi palestinesi sono antecedenti alle attuali affiliazioni religiose, che queste religioni “non sono state capaci di soffocare tutte le primitive credenze.” Da Canaan il lavoro antropologico è stato scarso, per le situazioni di frammentazione all’interno delle quali lavorano i palestinesi, nonostante abbiano avuto successo i tentativi di raccogliere un certo patrimonio folcloristico  e produrre monografie su argomenti quali il ricamo.

 

Un istituto di archeologia ha preso l’avvio negli anni ’80 a Birzeit sotto Albert Glock, che è stato assassinato misteriosamente nel 1992. Da quel momento il lavoro di archeologia alla Birzeit University ha oscillato e successivamente presso l’Al-Quds University sono stati avviati un dipartimento e un istituto di archeologia islamica. Più di recente, sono sorti altri dipartimenti di archeologia e stanno pure laureando studenti, come alla An-Najah University. In questo momento, potrebbe  ben  essere opportuno che tutte queste università collaborino, mettano in comune risorse, e cerchino di giungere a una concordanza strategica.

 

E’ incoraggiante vedere il lavoro di conservazione degli edifici del patrimonio culturale e storico intrapreso da alcune ONG, come Riwaq, NEPTO, il Jericho Mosaic Center diretto da Osama Hamdan, e i progetti per restaurare località quali Sabastia e la Vecchia Hebron. Inoltre, alcune borse di studio cominciano ad analizzare la disciplina dell’archeologia, come in Facts on Ground di Nadia Abu el-Haj sulle pratiche e proposte per un’archeologia palestinese in un articolo di Ghattas Sayej.

 

Al momento, le università palestinesi sono prive di finanziamenti adeguati e di risorse per effettuare maggiori scavi e per la produzione di rapporti scientifici. La situazione è aggravata dall’incapacità del Dipartimento per le Antichità dell’Autorità Palestinese (Ministero del Turismo e delle Antichità) di estendere il suo mandato sull’Area C, designato dagli Accordi di Oslo, e dall’adozione da parte del Ministero della nuova definizione di “Palestina “ per la West Bank e la Striscia di Gaza. 

 

Un futuro?

 

La costituzione di risorse e il lavoro all’interno di una visione che abbracci l’intera storia umana della Palestina sono requisiti essenziali per lo sviluppo reale di un’archeologia palestinese. La storia antica rimane una sfida per la comprensione palestinese di sé e per la comprensione da parte degli altri di un patrimonio colturale geografico della Palestina. C’è attesa per una storia correttiva, con una ricerca che separerebbe credenze religiose da reperti archeologici e rimarcherebbe le continuità umane regionali. La storia e il patrimonio culturale della Palestina abbracciano decine di migliaia di anni di preistoria e di addomesticamento da parte dell’uomo nel corso di diversi millenni, e non può essere limitata a un fattore etnico o religioso.

 

Può essere formulato un nuovo approccio utilizzando tutte le scoperte già disponibili, reinterpretando i vecchi rapporti di scavo e gli studi antropologici, a partire da nuovi scavi, dalla ricerca di usanze e antiche connessioni e dallo studio delle lingue antiche. Questo potrebbe ampliare le conoscenze e il modo di pensare piuttosto che proseguire con  acquisizioni unilaterali dalla cultura, dai musei e dalle autorità per le antichità israeliane.

 

C’è l’impellente necessità di una priorità per le politiche nazionali in materia di istruzione, di mezzi di informazione e di turismo, a cominciare da un sistema informativo del turismo e delle sue strategie, attualmente afflitto da tradizionalismo e ripetitività. Allo stato attuale, il turismo non può arricchire le menti dei viaggiatori se riproduce informazioni e impostazioni obsolete. Lo stesso vale per il curriculum formativo nel campo dell’istruzione, che al momento ripete per gli studenti informazioni inesatte, in modo da penalizzare gli interessi nazionali palestinesi. In alcuni casi, l’informazione riproduce o aiuta le dispute sioniste, come nel caso dei toponimi antichi e della narrazione storica dei periodi precristiani. Sia il turismo che l’istruzione richiedono un nuovo vigore. I palestinesi hanno bisogno di un Museo Nazionale e di un Istituto Archeologico nazionale. E’ indispensabile una campagna di sensibilizzazione pubblica per le persone coinvolte nella gestione e conservazione del loro patrimonio – che includa per lo meno palestinesi del ’48 che rivendichino la loro parte di ciò che per parchi e musei è attualmente patrimonio israeliano.

 

Per un auspicabile orientamento futuro è richiesta una maggiore quantità di finanziamenti. Deve essere formata una nuova generazione di archeologi, antropologi, genetisti, esperti in lingue antiche e in altri campi, e adottata una strategia globale nei settori chiave che riguardano questo campo. Le priorità che ci siamo fissati e le misure che oggi adottiamo influenzerà il nostro destino come nazione, la nostra capacità di contribuire alla conoscenza umana e alle nostre intenzioni e senso di identità.

 

Basem Ra’ad, nato a Gerusalemme, è professore emerito alla Al-Quds University di Gerusalemme e autore di “Hidden Histories: Palestine and the Eastern Mediterranean”  e diverse altre pubblicazioni

 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

 

 


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