La testimonianza: Gaza torna alla vita

 

Palestina Rossa
01.12.2012
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La testimonianza: Gaza torna alla vita

Il racconto di una volontaria italiana  entrata nella Striscia di Gaza dopo la fine dell’operazione militare israeliana, che ha ucciso 168 palestinesi, lasciando ferite aperte nel cuore e la mente dei gawazi. Ma la popolazione resiste e torna a vivere.

di Camilla Orsini

“Che flash rientrare”, sono le uniche parole che Valerio è capace di pronunciare durante il lungo corridoio che collega il valico di Erez al territorio di Gaza. Sono trascorsi soltanto pochi giorni da quando il gruppo di cooperanti italiani lo ha percorso in senso inverso, i passi rapidi scanditi dal frastuono delle bombe sulla città. Oggi Gaza è tornata la solita di sempre, con le sue strade affollate di gente e trafficate da innumerevoli carretti trascinati da asini magrissimi, colorate da montagne di frutta di stagione e animate dagli schiamazzi dei venditori di pesce lungo il porto. Oggi Gaza piange i propri caduti, ma fa fronte unito e non si arrende ai colpi inflitti.

 

flash
                  

 

Visitiamo gli asili nelle aree di Rafah e di Kahn Younis, dove riscontriamo esiti piuttosto omogenei: le maestre parlano di un aumento esponenziale dei casi di crisi di pianto improvvise tra i bambini, di paura di uscire di casa, di comportamento aggressivo nelle dinamiche di gioco, di incapacità di controllare la pipì, di reazioni spaventate ad ogni rumore inaspettato. La responsabile del Wattan Kindergarten di Rafah svela la sua preoccupazione per gli effetti postumi che le immagini viste in televisione possono avere sull'immaginario dei bambini e sulla loro percezione del rischio:  a seguito dell'operazione Pillar of Defence, l'educatrice è stata testimone di un episodio nel quale un bambino ha tentato di soffocare suo fratello ed ha riscontrato un timore specifico tra gli alunni di salire sulle giostre per paura di cadere a terra “come i bambini di Gaza City” - scomposti, feriti e coperti di polvere. Nonostante le paure diffuse e condivise, le educatrici incoraggiano la frequenza dei bambini agli asili ed ai centri ricreativi per partecipare a sessioni di dialogo e scambio di esperienze, a sportelli informali di supporto psicologico, a gite a Gaza per essere testimoni della rinascita.

Otteniamo anche diversi incontri nei centri culturali di Al Nasser, Yaboos, Wala'a e Future Home, tutti situati nella periferia di Khan Younis - percepiti dalla popolazione locale come rifugio sicuro durante le incursioni aeree: le attività volte all' empowerment femminile si sono svolte regolarmente e, a dispetto dei timori iniziali, sono state arricchite dal valore aggiunto dello scambio di esperienze, della condivisione del trauma, della proposta di idee per riparare ai danni subiti. Allo stesso modo, i giovani hanno affollato le stanze dei centri per sentirsi protetti dalla comunità ad ogni bomba sganciata, ad ogni nuova crepa lungo i muri, ad ogni finestra esplosa dall'onda d'urto. La vita continua, nonostante tutto.

Tornati a Gaza City per visitare i target delle bombe di Israele, veniamo fermati da un gruppo di ragazzini davanti a quello che era il Ministero degli Interni: “Noi non abbiamo paura. La notte, quando andava via la corrente, noi uscivamo di casa per giocare con le biglie alla luce della luna”. O delle esplosioni. “Li vedi tutti loro?”, mi chiede Riad indicando i suoi amici, “Faranno tutti parte della resistenza, tutti quanti. Noi non abbiamo paura, sono loro ad avere paura di noi”, conclude.

Il sole inizia a calare e le strade cominciano ad essere in fermento per la votazione dell'Assemblea Generale dell'ONU all'ammissione della Palestina come Stato osservatore permanente. Dal 1974, l'Organizzazione per la Liberazione Palestinese ha avuto il ruolo di osservatore alle Nazioni Unite, ma dal 2011 l'OLP ha iniziato a fare pressione sulla comunità internazionale per ottenere una rivalutazione del proprio status in sede ONU. Il 29 novembre 2012, 65 anni dopo la risoluzione 181 riconoscente l'opportunità di creare uno stato arabo accanto a quello ebreo in Palestina, saranno decise le sorti diplomatiche di questo popolo afflitto da una condizione di sostanziale invisibilità ed incapacità decisionale. Il riconoscimento diplomatico, probabilmente sarà in grado di offrire una nuova ventata di legittimità nazionale all' OLP ed al partito di Fatah di Abu Mazen e di contribuire al consolidamento di un dialogo politico tra i due principali poteri palestinesi, Fatah in Cisgiordania e Hamas nella Striscia di Gaza.

Tra la gente si respira dell'ottimismo, quasi si sospetti che la dimostrazione di unità nella risposta dei diversi fronti di liberazione all'ultimo intervento militare israeliano a Gaza sia il preludio di una effettiva possibilità di riconoscimento internazionale. Infatti, nonostante la posizione contraria degli Stati Uniti alla proposta in sede di Assemblea Generale, questa volta essi non hanno posto alcuna pressione per ostacolare l'ingresso dei palestinesi alle Nazioni Unite, suscitando il risentimento di Netanyahu, Barak e Lieberman.

Ore 23 locali, iniziano le dichiarazioni: personalmente, comincio a sospettare seriamente che la votazione avrà un esito positivo. Ore 00.02, Gaza City: 138 voti a favore, 9 voti contrari e 41 astenuti. La Palestina è il nuovo Stato osservatore permanente alle Nazioni Unite. Le strade sono in tumulto e le bandiere sventolano: oggi la Palestina ha vinto il suo mondiale e Gaza può concedersi una notte di festa, lasciando che le onde salate del suo mare le disinfettino le ferite di guerra. 

                                                                                                         da AIC – Alternative Information Center


 

 

 


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