Giordania: emerge un nuovo movimento dei lavoratori

Middle East Research and Information Project
Mer 264 - 2012
http://www.merip.org/mer/mer264/emergence-new-labor-movement-jordan

 

Giordania, emerge un nuovo movimento dei lavoratori

Il caso giordano mostra la centralità del movimento dei lavoratori nella lotta per il cambiamento dei regimi politici e delle politiche economiche. Esattamente come in Egitto

di Fida Adely

Sebbene la Giordania possa sembrare poco toccata dalle rivolte arabe, nei primi giorni del gennaio 2011 i giordani erano nelle strade per gli stessi motivi per cui c'erano tunisini ed egiziani: protestare contro le condizioni economiche e la privatizzazione delle risorse statali, reclamare le dimissioni del primo ministro e del suo gabinetto e fare appello per una riforma politica e per la fine della corruzione delle elite. Le proteste continuano, con manifestazioni quasi ogni settimana, coinvolgendo sia i tradizionali gruppi all'opposizione, come i Fratelli Musulmani e le organizzazioni di sinistra, sia gli autoproclamati "movimenti per una riforma popolare", che stanno nascendo in tutto il paese. Almeno due movimenti 'contenitore' sono emersi per tenere insieme questi movimenti. La gente che protesta è sparpagliata dal punto di vista geografico, ma è unita nella lotta alla corruzione e le sue rivendicazioni sono espressamente politiche. Alcuni fanno esplicitamente appello alla restrizione dei poteri del re e alla nascita di una monarchia costituzionale.

                       labor strikes in qiz
I gruppi favorevoli alla riforma si stanno oggi coalizzando intorno al rifiuto della nuova legge elettorale ed al boicottaggio delle elezioni parlamentari previste per la fine del 2012.


Forse l'aspetto più significativo è l'aumento delle proteste dei lavoratori, degli scioperi e di azioni simili. Solo nel 2011, il Jordan Labor Watch, un'iniziativa del Phenix Center per gli Studi Economici ed Informatici, basato ad Amman, ha documentato oltre 800 azioni dei lavoratori [1]. Il fronte del lavoro ha cominciato a riscaldarsi nel 2006, ma è diventato davvero caldo con le rivolte arabe, che hanno costretto il regime a concedere un maggior spazio pubblico al dissenso politico. La portata delle azioni è senza precedenti, con i lavoratori di ogni settore, con l'eccezione delle forze di sicurezza, impegnate in qualche forma di protesta. Insegnanti, cassieri di banca, imam, operai dell'industria del fostato e del potassio, impiegati universitari, giornalisti, taxisti, infermieri e dottori degli ospedali statali, e la lista è più lunga. Alcune delle azioni presentano anche un'agenda politica che in gran parte coincide con quella delle proteste a favore di una riforma.

Non è una coincidenza

L'attivismo dei lavoratori e quello sindacale in Giordania risale ai primi anni '50. A partire però almeno dalla metà degli anni '70, è stato indebolito dalla repressione governativa e dalla cooptazione, così come da lotte intestine [2]. Il risultato è che, nel 2011, i sindacati non rappresentano realmente i lavoratori. La legge giordana, per esempio, non prevede alcun meccanismo per la formazione di nuovi sindacati e richiede che i lavoratori presentino i propri reclami attraverso i sindacati ufficiali piuttosto che mediante scioperi o proteste. Il governo, quindi, guarda con attenzione a tutti i raduni pubblici. Prima del 2011, gli organizzatori di incontri o proteste dovevano ottenere un permesso; nel marzo di quell'anno la legge è stata emendata così che oggi devono solo informare le autorità dei loro piani.

Malgrado queste restrizioni, tra il 2006 ed il 2009 ci sono state importanti proteste organizzate dai lavoratori dell'industria del fosfato, dai lavoratori portuali e dai lavoratori temporali del settore pubblico. Per di più, i lavoratori delle Qualified Industrial Zones (QIZs, equivalenti alle Zone Economiche Speciali, ovvero aree per le quali i governi concedono alle aziende che investono condizioni particolarmente favorevoli: da tasse praticamente inesistenti alla sospensione della normale legislazione sul lavoro, con la conseguenza che ad esempio i lavoratori difficilmente possono organizzarsi in sindacati, NdT), che sono principalmente immigrati, hanno organizzato diverse proteste nello scorso decennio - oltre 30 solo nel 2010. Dal momento che non hanno la cittadinanza, questi lavoratori operano in condizioni di iper-sfruttamento e sono esposti ad arresti di massa ed a deportazioni.[3]

Nel 2010 il Jordan Labor Watch ha riportato oltre 140 azioni dei lavoratori, un aumento significativo rispetto agli anni precedenti. Le ragioni più ovvie alla base dell'ondata di proteste sono legate alla terribile situazione economica: aumento del prezzo del carburante e dei servizi, diminuzione dei salari e aumento della disoccupazione. I giordani associano queste difficili circostanze con la privatizzazione di alcuni beni pubblici chiave, che è coincisa con il declino economico. L'inquietudine a proposito della "vendita del paese" ha raggiunto il picco nel 2008, allorché il Re Abdallah II si sentì costretto a stampare un messaggio a tutta pagina (in grassetto) sul giornale semiufficiale al-Ra'y. Il re se la prendeva con un certo giornalismo irresponsabile che macchiava la reputazione della Giordania per i risultati economici e, al contempo, difendeva gli sforzi governativi di privatizzare alcune risorse nazionali.[4]

Forse non è una coincidenza che molti dei lavoratori che hanno dato vita a proteste prima del 2011 operassero in settori direttamente colpiti dalle nuove politiche economiche.

Nel luglio del 2009, i lavoratori portuali della Aqaba Development Corporation (creata nel 2004 come parte della Zona Economica Speciale di Aqaba) scioperarono per protestare contro la perdita dei posti di lavoro e contro i termini dell'accordo relativo alle abitazioni, situazione connessa alla vendita dei terreni del porto ad una conglomerata degli Emirati. Il loro sit-in durò due giorni e coinvolse tra i 3000 ed i 4000 lavoratori. I poliziotti (conosciuti in Giordania come i darak) entrarono in azione, picchiando i lavoratori, ferendone in maniera grave uno ed arrestandone altri 65, stando ai dati di Human Rights Watch e del National Center for Human Rights in Giordania. Il leader di questa protesta fu colpito da un trasferimento punitivo e da un taglio al salario. La Federazione Generale dei Sindacati, legata allo stato, inizialmente rappresentò i lavoratori, ma i rappresentanti dei lavoratori decisero poi di rifiutare la sua mediazione perché contrari alla sua volontà di scendere a compromessi con l'azienda. I lavoratori successivamente ebbero garanzie ufficiali inerenti la possibilità di creare un loro sindacato e da allora hanno dato vita ad un comitato che assolva questo scopo.
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C'è stato un altro grande sciopero, nel 2009, tra i lavoratori della Jordanian Phosphate Company, che lo stato aveva venduto ad investitori privati nel 2006. Sebbene all'inizio avessero accettato il loro rappresentante designato, la General Trade Union of Workers in Mining and Metal Industries (Sindacato Generale dei lavoratori delle miniere e delle industrie metallurgiche), col passare del tempo i lavoratori hanno riportato un'insoddisfazione crescente nei riguardi della sua negoziazione e hanno creato un loro sindacato alla fine del 2011. Nel febbraio del 2012, i lavoratori sotto la guida di questo nuovo sindacato sono entrati di nuovo in sciopero: un successo, che si è tradotto nel blocco di tutte le attività dell'azienda. La direzione di quest'ultima è stata costretta a negoziare con il sindacato indipendente, malgrado ufficialmente sia stata la General Trade Union of Workers in Mining and Metal Industries ad apporre la firma sull'accordo, dal momento che il sindacato indipendente non ha alcuno status legale.

Circa il 75% delle proteste nel 2010 ha coinvolto i lavoratori del settore privato. Ma quelle nel pubblico, seppur più piccole nei numeri, hanno comunque aperto la strada per l'intensificazione delle azioni dell'anno successivo, facendo propria la rivendicazione del diritto ad organizzarsi in un sindacato. Ad esempio, gli insegnanti di scuola hanno dato vita ad un "Comitato per Rivitalizzare l'Associazione Professionale degli Insegnanti". I membri di questo comitato hanno organizzato 12 proteste nel 2010, chiedendo salari più alti ed il diritto ad istituire un proprio sindacato. Gli insegnanti erano visibili anche nelle proteste politiche dei primi mesi del 2011, con le loro rivendicazioni sindacali insieme agli appelli per le dimissioni del primo ministro Samir al-Rifa'i e del suo governo. A metà 2011 hanno ottenuto garanzie dal nuovo premier, Ma'rouf al-Bakhit, che il governo avrebbe redatto un progetto di legge per la formazione di un sindacato degli insegnanti. Ma nei mesi successivi i leader della categoria, percependo l'immobilismo del governo, hanno fatto appello ad uno sciopero dei militanti. Gli insegnanti hanno risposto e all'inizio del 2012 le scuole sono rimaste chiuse, episodio che ha condotto poi alla formazione di un sindacato e all'elezione di rappresentanti.

Prima del 2011, le imprese (pubbliche e private), il regime ed i suoi apparati di sicurezza rispondevano spesso con la coercizione - arresti, trasferimenti punitivi e licenziamenti, soprattutto degli organizzatori - alle azioni dei lavoratori. In alternativa, gli imprenditori agitavano la carota dinanzi ai leader dei lavoratori per farli recedere dal loro attivismo. In alcuni casi, per ammorbidire lo scontro, le rivendicazioni dei lavoratori venivano parzialmente soddisfatte, o venivano fatte promesse. Il grande numero delle proteste dei lavoratori dall'inizio del 2011, insieme a piccole ma persistenti proteste politiche, ha lasciato il regime incapace di domare lo scontento dei lavoratori.

I lavoratori temporanei nel settore pubblico

Il caso dei lavoratori temporanei è esemplificativo, nei termini della risposta ufficiale e anche perché molti hanno tratto ispirazione dal loro successo iniziale. I lavoratori temporanei di cui parliamo qui lavoravano direttamente per i ministeri (essi sono talvolta assunti anche tramite aziende private). Non avevano sindacato, né ufficiale né ufficioso, e nel 2006 guadagnavano la miseria di 90 dinari (127 dollari) al mese. In un'epoca di politiche economiche neoliberiste, e con le pressioni per affondare il settore pubblico, il numero di lavoratori in simili posizioni - caratterizzate da insicurezza del lavoro, pochi o nessun benefit e bassi salari - è aumentato in tutto il mondo. Nel maggio del 2006, i lavoratori temporanei presso il Ministero dell'Agricoltura organizzarono un sit-in condotto da Muhammad al-Sunayd, da allora volto pubblico del loro sindacato. Nel giro di due settimane da questa azione, i lavoratori ottennero un incontro con Bakhit, allora ministro al suo primo incarico (allontanato nel 2007 fu di nuovo ministro nel febbraio del 2011). Le loro principali rivendicazioni erano salari più alti, contratto in qualità di impiegati civili, con la conseguente sicurezza lavorativa ed il diritto ai benefit. Inoltre, chiedevano al primo ministro di impegnarsi a porre fine al sistema di utilizzo di lavoratori temporanei nel settore pubblico, sostenendo che esso fosse basato sullo sfruttamento. Gli stipendi furono innalzati fin da subito e, secondo i rappresentanti dei lavoratori, il primo ministro aveva promesso che il governo avrebbe trasformato i lavoratori in impiegati statali nell'arco di un periodo di tre anni a partire dal 2007.
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A causa dell'elevato numero di lavoratori coinvolti, i rappresentanti dei lavoratori considerarono ragionevole la tabella di marcia ed accettarono. Sulla base di una proposta di Bakhit, il consiglio dei ministri preparò una risoluzione che indicava l'intenzione di metter fine al sistema dei lavoratori temporanei nel settore pubblico. Ma il governo del Primo Ministro Nadir al-Dhalabi rimpiazzò Bakhit prima che potesse adempiere alle sue promesse. I lavoratori temporanei organizzarono allora un secondo sit-in, il 1 maggio 2007, per chiedere al nuovo governo di onorare gli impegni presi da chi lo aveva preceduto. Stavolta a partecipare all'azione furono in 750, stazionando di fronte all'edificio del parlamento e marciando poi verso la residenza del primo ministro. Poco dopo Abdallah II sciolse nuovamente il governo, portando al potere Samir al-Rifa'i ed il suo gabinetto. Al-Rifa'i, sotto la crescente pressione delle azioni dei lavoratori, alla fine mantenne l'impegno di integrare i lavoratori temporanei negli apparati statali, sebbene imponesse al contempo delle condizioni: ad esempio divenne necessario essere alfabetizzati, misura che escludeva 250 lavoratori dall'accordo. Inoltre, sebbene Bakhit avesse promesso uno stop al sistema del lavoro temporaneo nei ministeri, furono assunti 250 lavoratori temporanei dopo questa decisione. Quando questi 250 furono brutalmente licenziati, i lavoratori temporanei organizzarono un'altra azione di protesta, il 1 maggio 2010, stavolta al Complesso dei Sindacati Professionali ad Amman, rivendicando il reintegro di questi lavoratori ed accusando il ministro di cattiva gestione dei fondi pubblici. Durante questa protesta, Muhammad al-Sunayd fu informato di esser stato licenziato dal Ministero dell'Agricoltura, presso cui lavorava. Due settimane dopo, ad un sit-in convocato in occasione di un evento cui avrebbe partecipato il Ministro dell'Agricoltura, Sunayd è stato arrestato ed accusato di diffamare il ministro. Il suo arresto ha dato un'ulteriore scossa alle proteste, con sit-in che si sono ripetuti quasi ogni settimana per tutto il 2010. Sunayd è stato rilasciato dopo pochi giorni dall'arresto ma non è stato reintegrato sul suo posto di lavoro per un altro anno. Quando è stato intervistato per quest'articolo, era stato già arrestato quattro volte, ed è stato detenuto di nuovo nel luglio 2012, dopo aver fatto appello ai darak affinché arrestassero i "corrotti" [5]. Anche altri leader del movimento dei lavoratori temporanei hanno dovuto far fronte ad arresti.

Leader sindacali come Sunayd rappresentano un volto nuovo dell'attivismo in Giordania. Egli stesso è un lavoratore temporaneo da anni ed è residente a Dhiban, considerato da alcuni il luogo della prima significativa protesta politica nel 2011. A gennaio di quell'anno, cittadini di Dhiban protestarono contro l'impennata dei prezzi, la cattiva gestione delle risorse locali e la corruzione del governo e chiesero la rimozione del governo di al-Rifa'i. Così come indicato dallo stesso Sunayd, lui e molti attivisti del mondo del lavoro considerano il loro lavoro perfettamente in linea con la crescente opposizione politica. Sotto molti aspetti, il lavoro dei leader del movimento dei lavoratori temporanei, di quello dei lavoratori dell'industria di fosfati, di quello dei portuali e degli insegnanti crea il terreno per l'ondata di proteste del 2011.

Abbattere il muro della paura

Nel 2011, a fatica c'è stata una giornata senza qualche tipo di azione inerente il mondo del lavoro. Alla fine dell'anno, il Jordan Labor Watch contava 829 proteste dei lavoratori e la stessa organizzazione riporta che nella prima metà del 2012 il numero è di già 560 azioni. Alcune di queste iniziative sono state di breve durata e di piccola scala ed alcuni dei lavoratori in lotta sono rimasti rapidamente soddisfatti dalle concessioni ottenute. Altri lavoratori, invece, stanno protestando da anni e le loro rivendicazioni si sono trasformate in rivendicazioni politiche. Nel 2011, la crescita dell'attivismo nel mondo del lavoro è stata alimentata dal coraggio dei manifestanti nella regione (il riferimento è alla "primavera araba", NdT), così come dall'apparente mancanza di volontà da parte del governo di piegare violentemente la protesta nel nuovo tesissimo panorama politico.

Le proteste sindacali sono andate di pari passo con più esplicite proteste politiche, che si sono largamente concentrate sulle politiche economiche, la corruzione e la richiesta di una maggiore partecipazione politica. Ed alcune delle più rilevanti e durature iniziative dei lavoratori hanno espresso aspirazioni politiche accanto alle tradizionali richieste di "pane-e-burro". I giornalisti chiedevano la libertà di stampa. I lavoratori temporanei ed altri lavoratori del settore pubblico una maggior responsabilità finanziaria e accusavano i pubblici ufficiali di corruzione. I lavoratori dell'industria dei fosfati erano mossi in parte dalle accuse di corruzione all'atto del processo di privatizzazione della compagnia giordana dei fosfati. Nel 2011, quindi, una commissione parlamentare ha iniziato un'inchiesta in merito alla cessione dell'azienda, ma i risultati non sono mai stati resi pubblici. Uno degli obiettivi più importanti dell'emergente movimento dei lavoratori è il diritto a creare sindacati indipendenti e rappresentativi. È su questo fronte che i più importanti attivisti del mondo del lavoro hanno iniziato ad unirsi. La legge giordana stabilisce che i lavoratori hanno diritto a riunirsi in un sindacato; ma l'articolo 84 della legge sul lavoro, afferma che i lavoratori possono iscriversi solo a 17 sindacati. Con poche significative eccezioni, i sindacati esistenti sono visti sia dagli attivisti giordani che dagli osservatori esterni come non rappresentativi degli interessi dei lavoratori e troppo allineati alle politiche governative ed agli interessi delle imprese. Inoltre, così come in molti settori della vita pubblica, c'è una lunga e documentata storia di intromissione degli apparati di sicurezza dello stato nell'attività sindacale, ad esempio in merito alla designazione ed approvazione delle leadership sindacali e dei rappresentanti dei lavoratori. Nel 2010, solo due sindacati hanno tenuto le elezioni per la carica di presidente e solo tre sui diciassette sindacati le hanno tenute per gli organi collegiali [6]. Attivisti riportano che anche quando e laddove si tengono elezioni, i sindacati eliminano dalla corsa alcuni possibili candidati e spesso le operazioni di voto sono tutt'altro che trasparenti.

Molti degli attivisti intervistati per quest'articolo hanno parlato dei loro tentativi di lavorare nei loro sindacati ufficiali. Alcuni, come i dirigenti del Sindacato Indipendente dei lavoratori giordani del settore elettrico (Independent Trade Union of Jordanian Electricity Workers), hanno sostenuto che si sono impegnati per anni per instillare nuova linfa in quest'istituzione e per aprirla ad una maggiore partecipazione di una fetta più ampia di lavoratori. Sforzi simili sono stati intrapresi all'interno della Federazione Generale dei Sindacati Giordani (General Federation of Jordanian Trade Unions). Il sentire comune tra quelli che ora sono nel movimento sindacale indipendente è che questi sforzi sono in larga parte falliti. L'attenzione si è quindi spostata sulla creazione di nuovi sindacati, capaci di rappresentare meglio i lavoratori e di esercitare pressioni per riscrivere la legge così che i nuovi sindacati possano ottenere un riconoscimento ufficiale. Sebbene siano stati proposti alcuni emendamenti alla legge sul lavoro, con un po' di supporto in parlamento, ad oggi non è stato realizzato alcun cambiamento nella legislazione. Il Phenix Center/Jordan Labor Watch ha preparato una bozza di nuova legislazione in cui afferma che per la Giordania è necessario adempiere gli obblighi che derivano dall'essere membro dell'ILO (International Labor Organization - Organizzazione Internazionale del Lavoro).[7]

Nel frattempo, gli attivisti hanno preso la situazione nelle proprie mani. A giugno 2011 erano 6 i sindacati indipendenti già creati, senza che fosse stato chiesto alcun permesso, ed altri gruppi cominciavano a dirigersi nella stessa direzione. I lavoratori di questi sindacati indipendenti hanno dato vita anche alla propria Federazione Generale dei Sindacati Indipendenti (General Federation of Independent Unions). A causa della mancanza di uno status legale, i sindacati indipendenti non possono raccogliere quote di iscrizione e non possono nemmeno creare un conto corrente bancario a nome del sindacato. Inoltre, ogni negoziato o accordo che sottoscrivono a nome dei lavoratori deve essere legittimato dai sindacati riconosciuti dalla legge. Nonostante ciò, malgrado il loro insuccesso nell'ottenere un riconoscimento ufficiale, essi sono diventati di fatto pulpiti per i lavoratori e per i loro problemi. Nel caso del Sindacato Indipendente dei Lavoratori dell'Industria dei Fosfati (Independent Union of the Phosphate Workers) e del Sindacato Indipendente dei Lavoratori Giordani del settore Elettrico (Independent Trade Union of Jordanian Electricity Workers), sono stati i sindacati indipendenti ad esercitare il potere popolare necessario per costringere le imprese a sedersi ad un tavolo. La lotta continua ad assicurare che gli accordi siano poi rispettati.

Come ricercatrice sul mondo del lavoro nella regione ho a lungo sostenuto che non ci sono linee di demarcazione rigide tra i problemi economici e le rivendicazioni politiche [8]. In Giordania molte delle rivendicazioni lavorative sono legate a più profondi malumori inerenti le politiche economiche neoliberiste, la corruzione e la responsabilità del governo, che costituiscono preoccupazioni centrali dei gruppi che si battono per un cambiamento politico, sia quelli vecchi che quelli nuovi. Alcune delle più virulente e lunghe proteste hanno colpito il cuore delle politiche economiche neoliberiste che hanno condotto, ad esempio, il settore pubblico a basarsi sempre più a lavoratori temporanei ed a contratto, o alla privatizzazione delle industrie nazionali come la compagnia dei fosfati. È qui che i malumori dei lavoratori si sovrappongono più esplicitamente a quelli dell'opposizione politica. Ad un livello più profondo, il movimento dei lavoratori organizzato e quello dei sindacati indipendenti hanno considerevoli implicazioni per lo sviluppo politico, dal momento che possono aiutare a far emergere più solide organizzazioni della società civile ed un'opposizione con una base più ampia.

Col debito nazionale che sfiora i 20 miliardi di dollari e pesanti crisi idriche, così come quelle legate alle altre risorse naturali, il malessere dei lavoratori in Giordania sarà affrontato in maniera tutt'altro che facile. Circolano voci secondo cui il governo è in difficoltà per pagare gli stipendi da mese a mese, malgrado le promesse saudite ed europee di far giungere miliardi in aiuto ed il costante supporto finanziario degli Stati Uniti. Si tratta di vecchi problemi che si sono acutizzati. Ciò che è mutato è che i giordani non sono più silenti - e gli attivisti del mondo del lavoro sono stati all'avanguardia nell'abbattimento del muro della paura.

 

Note finali:
[1] Jordan Labor Watch, “Labor Protests in Jordan During 2011,” Issue 1 (Amman, 2012).
[2] Hani al-Hourani, The Jordanian Labor Movement: History, Structure and Challenges
(Bonn: Friedrich-Ebert-Stiftung, 2001), accessible online at: http://library.fes.de/fulltext/iez/01144toc.htm.
[3] National Labor Committee, US-Jordan Free Trade Agreement Descends into Human Trafficking and Involuntary
Servitude
(New York, 2006), accessible online at: http://www.nlcnet.org/admin/reports/files/Jordan_Report_2006.pdf.
[4] Al-Ra’y, July 2, 2008.
[5] Fi al-Mirsad, July 17, 2012.
[6] Jordan Labor Watch, “Freedom of Association in Jordan,” Issue 2 (Amman, 2012).
[7] Phenix Center for Economics and Informatics Studies/Jordan Labor Watch, “A Draft Law Proposal: Trade
Unions Activity Regulation” (Amman, September 2011).
[8] Joel Beinin and Frederic Vairel, Social Movements, Mobilization and Contestation in the Middle East and North
Africa
(Stanford, CA: Stanford University Press, 2011).

(Traduzione a cura del Collettivo Clash City Workers)


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