Palestina: Io divorzio da sola.

La Repubblica D
Attualità
20.10.2012
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Palestina: Io divorzio da sola

Finora solo il marito poteva rompere il matrimonio. Poi quest'estate, sull'onda di un efferato "femminicidio", un giudice islamico ha ribaltato le regole. Ora nei tribunali della Cisgiordania il cambiamento è alla prova

di Fabio Scuto

Il via vai nel tribunale islamico di El Bireh è incessante, è competente per quasi un milione di palestinesi. Un termitaio di uomini, donne e carte che vagano da una stanza all'altra nello sbrecciato palazzetto non distante dal campo profughi di Al Amari. Nel lungo corridoio del secondo piano, dove si discutono le cause civili, le sedie di plastica bianca sono tutte occupate, per la gran parte da uomini; mal vestiti e mal rasati.

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Spiccano le grisaglie a buon mercato degli avvocati palestinesi in cravatta e camicia bianca. Una macchia di colore grigio sul fondo indica l'angolo dove spontaneamente le donne, anche fisicamente lontano dagli uomini, aspettano il loro turno. Una babele di voci e bisbigli lascia un'eco di fondo che scivola sui muri color crema. Quattro giudici nelle aule, in turbante e veste clericale, esaminano enormi faldoni. Una giustizia, quella delle Corti islamiche palestinesi, amministrata secondo i principi della Sharia, che è la fonte principale per l'amministrazione del diritto, la cui interpretazione in senso restrittivo o meno può variare da paese a paese, da stato a stato. Una di queste interpretazioni del capo delle Corti islamiche dell'Autorità nazionale palestinese sul divorzio emessa a fine agosto è destinata a fare scuola in tutto il mondo arabo. 

Per decenni le donne palestinesi che cercavano di divorziare dal marito dovevano affrontare lunghe e costose battaglie legali nei tribunali. Come in altre parti del mondo musulmano la legge nei Territori palestinesi impediva finora alle donne di poter chiedere il divorzio senza l'accordo con il coniuge, oppure dovevano dimostrare in tribunale che il marito era violento o negligente - spesso senza una prova tangibile da poter esibire. Un calvario. Ma lo scorso mese lo Sheikh Yousef al-Dais il capo delle Corti islamiche che amministrano la giustizia in Cisgiordania, ha fatto introdurre nuove norme interpretative: i giudici adesso potranno concedere il divorzio alle donne anche senza prove di abusi o mancanze da parte del marito, è sufficiente che ne facciano richiesta Modifiche che fanno fare un enorme passo avanti in una società come quella palestinese in cui molti ancora credono che una donna non dovrebbe avere il diritto di separarsi dal marito. E adesso le sezioni civili dei tribunali dell'Autorità nazionale palestinese - dove il matrimonio di convenienza è molto diffuso - potrebbero essere inondate dalle richieste di separazione.
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"Nella legge islamica la relazione fra i coniugi è basata sulla tenerezza, sull'amore e sulla comprensione", ha sentenziato lo Sheikh al-Dais, "se i coniugi si odiano, dobbiamo costringerli a stare insieme?". Le regole del matrimonio in tutto il Medio Oriente si basano sulla legge islamica, ma sono state fortemente influenzate da più rigorose tradizioni tribali che alla fine erodono i diritti delle donne sanciti nell'Islam, come appunto quello a un divorzio dignitoso. Uomo corpulento, con un gran turbante bianco in testa, lo Sheikh al-Dais, ha comunque una visione molto moderna della giustizia e del suo ruolo nella società, è preoccupato perché la legge islamica sta diventando sempre meno pertinente alla vita dei palestinesi, la cui società è una tra le più aperte del mondo arabo anche se le donne hanno ancora meno diritti degli uomini e maggiori difficoltà a trovare lavoro. 
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Finora, secondo la legge, una donna non poteva andare dal giudice e chiedere il divorzio, era un privilegio riservato agli uomini che potevano (possono) divorziare dalle loro mogli senza ricorrere al tribunale. Al contrario, le donne dovevano chiedere al marito il permesso di porre fine al matrimonio o andare davanti ai giudici e dimostrare di aver subito maltrattamenti, rimanendo spesso impigliate in anni e anni di udienze, costose parcelle agli avvocati, mentre lottavano per produrre prove tangibili come i certificati medici, testimonianze dei vicini di casa. 

"Alcuni maltrattamenti come lo stupro coniugale o l'abuso psicologico sono quasi impossibili da provare", spiega Fatima Sadran, avvocato "divorzista" di Ramallah con studio nella centralissima Arafat Square, "e poi c'era l'abitudine a ricattare le mogli chiedendo indietro dote e doni in cambio del proprio assenso. Alcuni chiedevano, più che altro per dispetto, la custodia esclusiva dei bambini, altri volevano appartamenti o una liquidazione in denaro per migliaia di dollari. Una forma di estorsione continuata inaccettabile". C'è poi da superare quel muro fatto di cultura, usanze, costumi, abitudini e pressioni delle famiglie che spesso non accettano il divorzio, visto quasi come un misfatto. I matrimoni cementano i legami fra famiglie, talvolta anche con importanti risvolti economici, che il divorzio in ogni caso è destinato a sgretolare.
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Le opinioni sulla riforma si mescolano nella società palestinese, attratta dal cambiamento ma sostanzialmente conservatrice. "Dove finiremo se le donne possono divorziare ogni volta che vogliono?", dice secco Ahmad Kasmi, che ha una profumeria nel grande centro commerciale vicino al mercato. "Pensavo di sposarmi anch'io, ma ci sto ripensando perché se mia moglie mi lascia la gente dirà: "Ehi c'è un tizio che è stato piantato dalla moglie". Non si può mica perdere la faccia così davanti agli altri". "È stata una liberazione", commenta invece Diana B., studentessa di sociologia all'università di Bir Zeit, seduta con un gruppo di colleghe al Cafè de la Paix. "Penso che sia importante per i nostri diritti, il mondo va avanti, perché dovremmo vivere ancora come le nostre nonne? È un buon inizio, non un punto di arrivo". Con le variazioni coraggiosamente introdotte, adesso le donne non devono più dimostrare i maltrattamenti. I giudici islamici che decidono sui casi di divorzio avranno il potere di stabilire, anche senza prove, che il matrimonio può essere sciolto. La legge ora limita - al solo valore della dote - le somme di danaro che il marito può chiedere indietro e la sentenza deve essere emessa entro 90 giorni dalla comunicazione al tribunale. Un cambiamento radicale per il mondo delle donne palestinesi. Tamara H., 32 anni, racconta che ha trascorso gli ultimi tre anni in tribunale per cercare di ottenere il divorzio prima che un giudice finalmente accettasse la scorsa settimana la sua richiesta. Nonostante le violenze comprovate fra le mura familiari, un naso fracassato, minacce, percosse, con il marito in fuga mentre stava nascendo il loro figlio. Come sempre in Palestina, l'aggiornamento di norme anacronistiche perfino per una società tradizionale come quella mediorientale è stato scatenato da un fatto di cronaca, che ha destato grande clamore all'inizio di agosto. Giornali e tv palestinesi hanno parlato per giorni della tragedia di Nancy Zamboun, una giovane madre di tre figli sgozzata nelle strade di Betlemme, a poche centinaia di metri dalla Chiesa della Natività, dal marito violento, un ex agente della polizia da cui Nancy stava cercando di divorziare, dopo una vita di minacce e violenze domestiche. Da anni si batteva in tribunale per quel divorzio che lui non voleva concederle, racconta Haula Al Azraq, che gestisce un centro antiviolenza nella zona e a cui Nancy si era rivolta per aiuto, mentre la polizia locale ogni volta si limitava a intimare all'uomo di cambiare atteggiamento.
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Le donne hanno ottenuto diversi progressi nella società palestinese negli ultimi anni e certamente un maggiore ruolo nella vita pubblica, tuttavia le leggi tribali restano ancora ben salde e la violenza contro le donne è generalmente considerata dalla polizia come un fatto interno alla famiglia. Un gesto così efferato ha provocato un'ondata di indignazione in tutta la Palestina. Rabiha Diab, ministro per gli Affari delle Donne nel governo dell'Anp, ha fustigato l'operato della polizia, "la sua totale incapacità di impedire una tragedia annunciata". 

Anche l'abolizione delle attenuanti per "l'omicidio d'onore", il tipo di assassinio più diffuso nei Territori palestinesi, avvenne, l'anno scorso, dopo il caso di una giovane gettata viva dal cugino in un pozzo del suo villaggio in Cisgiordania. Ne nacque una mobilitazione spontanea della popolazione con manifestazioni, sit-in, manifesti, un crescendo d'indignazione che spinse il presidente dell'Anp Abu Mazen a annunciare in tv la revisione della legge e la cancellazione delle attenuanti per il delitto d'onore. 

La violenza contro le donne si consuma quasi esclusivamente fra le mura domestiche. In tredici sono state uccise nel 2011 da familiari o in circostanze ancora sotto inchiesta ma da attribuire comunque ai parenti, spiega numeri alla mano Farid Al-Attrash della Commissione palestineseper i diritti umani. Quest'anno finora dodici donne sono state uccise da un familiare, tre di queste sono certamente vittime di "delitti d'onore". "Nella legislazione palestinese c'è un certo "disordine" generale che con difficoltà stiamo cercando di risolvere", dice Khawla Al-Azraq, membro della segreteria dell'Unione generale delle donne palestinesi. "Le leggi in Cisgiordania e a Gaza sono tratte da sistemi giuridici diversi a seguito delle varie occupazioni straniere, la legge giordana è applicata in Cisgiordania, quella egiziana nella Striscia". 
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Per le organizzazioni femministe palestinesi ci sono ancora molte zone d'ombra nell'interpretazione della nuova legge sul divorzio e troppo potere è ancora lasciato alla discrezionalità dei giudici. Le procedure del divorzio poi sono piuttosto costose, circa 7000 dollari, per i modesti stipendi palestinesi. E spesso il tribunale non dispone delle forze di sicurezza per attuare le decisioni dei giudici. 

Nella sede di una Ong che difende i diritti delle donne, non lontano da Piazza Manar, incontriamo Hyyam, 43 anni, attivista del gruppo. Ha perso la custodia di suo figlio Yahd di 6 anni, avuto dal primo matrimonio, quando si è risposata l'anno scorso, un altro "regalo" del diritto di famiglia palestinese. Da otto mesi combatte in tribunale perché l'ex marito le impedisce di vedere il figlio, anche se il giudice ha accordato una visita settimanale. 

"Soltanto il 14 per cento dei matrimoni qui in Palestina finiva finora con un divorzio", mi spiega l'avvocato Fatima al-Maqat, specialista in divorzi e separazioni con studio a Ramallah. La cifra, spiega però l'avvocato, è fuorviante perché talvolta l'iter per concludere la causa era lungo e estenuante, con una durata media che sfiorava i 10 anni. Adesso i giudici devono emettere la sentenza entro tre mesi e i tribunali da Ramallah a Jenin, da Hebron a Nablus potrebbero essere presto inondati da migliaia di richieste di divorzio. 

L'avvocato al-Maqat riconosce che anche nel suo studio legale da qualche settimana sono aumentate le telefonate con richieste di chiarimenti sulle nuove norme. "Si, è vero. Chiamano soprattutto le donne, ma anche gli uomini non mancano: sono mariti a rischio, preoccupati dalle nuove clausole. Il loro privilegio è finito".
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Per paradosso l'interpretazione fornita della nuova legge sul divorzio, che fa fare un grande balzo in avanti alla giustizia in Palestina con una lettura moderna della legge islamica, separa ancor più i palestinesi. Perché le nuove norme sul divorzio non verranno applicate a Gaza, dove anche i tribunali sono dominati dagli integralisti di Hamas che governano la Striscia dal 2007. Il diritto al divorzio per le donne per loro non è certo una priorità.


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