Beirut divisa: la storia di due quartieri

AlAkhbar English
22.10.2012
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Beirut divisa: la storia di due Quartieri

Domenica mattina, i corrispondenti di Al-Akhbar hanno visitato i quartieri di Tariq al-Jdideh, a maggioranza sunnita, roccaforte del Movimento Futuro e di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, in gran parte sciita, per vedere in che modo gli abitanti hanno percepito l’incremento delle tensioni settarie sulla scia dell’assassinio di Wissan al-Hassan

di Rouba Abu Ammo, Zeinab Merhi

Sia la comunità sciita e che quella sunnita hanno espresso timore e disillusione nei confronti della breve tregua tra le sommosse iniziali di venerdì e gli scontri armati di domenica sera tra uomini armati sunniti e l'esercito libanese.

                        blocking roads in beirut

 

Il quartiere di al-Jdideh Tariq a Beirut era grigio di fumo e costellato di cumuli di pneumatici fumanti e cassonetti rovesciati. Era possibile vedere giovani su degli scooter che procedevano con cautela controllando le strade, alla ricerca di un pericolo in agguato.

La maggior parte delle famiglie aveva già scorte di cibo e di altri generi di prima necessità, i negozi erano chiusi per paura o erano stati costretti a chiudere dai giovani armati della zona. 

Molti residenti di Tariq al-Jdideh che hanno parlato con Al-Akhbar si sono riferiti a questi giovani locali come "teppisti", ma c'era un sottofondo di ansia e delusione per l'attuale leadership sunnita che alcuni incolpano della reazione violenta. 

Zein, che si è definito come un musulmano, ha detto di essere contro gli uomini armati per le strade e i blocchi stradali.

"La situazione ora è più difficile che nel 2005, quando l'ex primo ministro [Rafik] Hariri è stato assassinato", ha detto. "Tutte le agenzie statali sono a brandelli, tranne le Forze di Sicurezza Interna, considerate forza di sicurezza della setta sunnita - e a ragione".

Omar, proprietario di un negozio locale, è intervenuto con un aneddoto sulla discriminazione contro i sunniti. Omar ha affermato di essere stato arrestato con l'accusa per un reato minore e poi ha raccontato che un funzionario dell'intelligence dell'esercito gli ha detto: "Non sarai rilasciato, perché il tuo nome è Omar", un nome prevalentemente sunnita.

Zein ha l’impressione di non avere alcun sostegno o protezione dalle élite politiche che governano il paese. "E' stato sufficiente che Hassan fosse sunnita e che le sue iniziative abbiano nociuto all’altra parte. Se non hanno preso parte alla sua uccisione, erano comunque felici che fosse stato ucciso e la prova ne è che sono stati distribuiti dolci a Dahiyeh," quartiere a prevalenza sciita nella periferia meridionale, ha affermato Zein citando quattro"fonti attendibili".

Il proprietario del negozio ha descritto la condotta dei giovani arrabbiati come un'esplosione causata da una leadership "vuota". Ci ha detto che prima non si riteneva una vittima in quanto sunnita e prosegue spiegando che c'è una cospirazione globale contro i sunniti.

Analizza il problema dicendo che il Presidente del Parlamento Nabih Berri protegge la sua setta [sciita] e che il parlamentare Walid Jumblatt protegge la sua setta [drusi], ma che nessuno protegge i sunniti.

I sunniti sono quindi al di fuori di ogni sistema di protezione confessionale, ha dichiarato, e sono alla ricerca di una valida alternativa dopo aver perso i loro capi uno ad uno. Per quanto riguarda la crescente animosità settaria, Omar incolpa "l'odio della controparte insito proprio della sua ideologia".

Questo senso di ingiustizia e di vittimizzazione sta crescendo qui tra i sunniti. Tuttavia, i residenti di Tariq al-Jdideh possono dividersi in due gruppi: quelli che vedono l'assassinio di Hassan come un crimine contro il paese, e quelli che lo vedono come un attacco contro i sunniti.

Un uomo anziano di circa 50 anni dice che questo assassinio è un duro colpo per tutto il Libano, non solo la comunità sunnita, ma rifiuta di entrare nei dettagli. 

In Abu Sahl Street, abbiamo incontrato uno dei nuovi "uomini forti" del quartiere, i leader locali che sono emersi mettendo in discussione l'egemonia di Futuro sulla comunità sunnita. 

Era indignato, assolutamente convinto che l'assassinio avesse come obiettivo i sunniti. Dopo tutto, il martire è sunnita, ha detto.

"Ci proteggiamo da noi stessi", ha dichiarato con aria di sfida quando gli è stato chiesto se, con la morte di Hassan, sentiva di aver perso un protettore. 

Quando è stato interpellato sui blocchi stradali nel suo quartiere, ha affermato che è stata "una reazione e niente di più", ed è poi passato a dire "noi li perseguitiamo." 

Chi sono "loro"?

"Hezbollah e il Movimento Amal", ha risposto, sostenendo di ritenere che i due partiti abbiano tolto ai "sunniti la loro libertà." 

"Ci sono armi in questo paese che sono al di fuori della legittimità dello stato", ha detto, aggiungendo che lui e gli altri avevano intenzione di partecipare al funerale di Hassan, mentre altri sarebbero rimasti indietro per "proteggere" la zona.

L '"uomo forte", ha affermato di desiderare che il conflitto e la discordia crescano. Egli è pronto a sacrificare se stesso e la sua famiglia per amore della libertà. Anche sua madre, dice, non cerca più di fermarlo. Lei gli dice di "andare avanti".

Dall’altra parte di Abu Sahl Street, i residenti di Tariq al-Jdideh stanno acquistando a frotte dolci nella pasticceria Safsouf. 

"Vogliamo mangiare bene prima di dirigerci verso piazza dei Martiri", dice uno del posto.

Ma dietro il fare spaccone, alcuni ammettono di temere che la situazione peggiori. L'ansia nell'aria è palpabile.

A Dahiyeh, nel frattempo, era una domenica mattina di calma, anche se la tranquillità non era quella di una normale domenica, quando i suoi abitanti partono, diretti al sud o verso Bekaa, per visitare i parenti nei loro villaggi di origine.

Era di una calma carica di tensione, con le strade sbarrate e i posti di blocco che costringevano tanti a restare in casa, a non avventurarsi oltre il proprio quartiere. 

I residenti sembravano rassegnati alla nuova ondata di accuse lanciate contro la comunità.

"Qualunque cosa accada, subito dicono che è Dahiyeh, è Dahiyeh", dice un uomo. "Si potrebbe pensare che Dahiyeh sia in procinto di iniziare la terza guerra mondiale". 

Quello che la gente intende per le accuse contro Dahiyeh sono, naturalmente, le accuse contro Hezbollah - il partito politico che domina nella zona.

I residenti hanno definito le accuse contro Hezbollah come "ridicole". Essi sostengono di conoscere bene il loro partito e di essere certi che gli omicidi sono in contrasto con il suo carattere e i suoi valori.

"Il suo nemico è uno solo ed è Israele. Indipendentemente da come le divergenze politiche entrano nel paese, il partito non le risolve in questo modo", ha insistito Ibrahim, proprietario di un piccolo caffè.

"Nessuno uccide i propri consociati a meno che non tragga maggiore beneficio dal loro sangue versato che dalla loro vita", ha affermato, aggiungendo che il sangue di Hassan sarà sfruttato "proprio come hanno sfruttato per sette anni e continuano a sfruttare ancora il sangue di [Rafik] Hariri".

I residenti di Dahiyeh non hanno partecipato alle manifestazioni commemorative previste per Hassan, ma non perché a loro non importasse di lui, hanno insistito, bensì perché i discorsi dei politici li hanno estromessi.

Figure rappresentative del 14 marzo hanno invitato i loro sostenitori a farsi partecipi di uno spettacolo di lutto e di furore, nel quale gli indici fossero puntati contro Hezbollah ed i suoi componenti. Molti dei residenti di Dahiyeh hanno detto di sentirsi insicuri qualora si fossero avventurati fuori. 

Ibrahim e molti altri di Dahiyeh hanno espresso il timore che ci sarebbe un’esplosione di tensioni settarie nel caso in cui i politici cercassero di trarre vantaggi politici dalla morte di Hassan. 

Ma al tempo stesso, un residente di nome Ali ha detto che avrebbero fatto "tutto il possibile per evitare che venga di nuovo istituito il blocco della strada diretta a sud". 

(tradotto da barbara gagliardi
per l’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus)

 

 


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