Abu Sara: Cronache dalla Palestina Occupata

Reportage di Abu Sara dalla Palestina Occupata

Blitz palestinese sull’autostrada
14.10.2012

L’orario non è troppo presto, verso le nove, ma la sincronizzazione è eccezionale. Tre o quattro Reportage di
macchine di compagni israeliani rallentano il traffico su una delle principali arterie dei coloni intorno a Bil’in, road 443, fino a fermarsi al punto di incontro convenuto. Da strade laterali stavamo salendo sull’autostrada, una cinquantina di palestinesi, un bel numero di internazionali e parecchi giornalisti. Il traffico è bloccato. Anche qui i curiosi rallentano sull’altro lato per vedere cosa succede. Gridiamo slogan contro l’occupazione, contro i coloni, sventoliamo bandiere palestinesi, uno si arrampica su un lampione e ne piazza due. Sembrerebbe che possiamo bloccare anche l’altra corsia, un camionista palestinese si è fermato e potrebbe mettere il camion di traverso. 
               

 

 

La gente incazzata grida “dov’è l’esercito, dov’è la nostra sicurezza?” Sono stati tutti spiazzati, era stata molto pubblicizzata un’altra manifestazione, che avrebbe rimosso un blocco stradale a danno dei palestinesi, e là un po’ di soldati pigramente guardavano cosa succedeva. Ma qui il passa parola era stato silenziosissimo, avevamo il divieto di parlare dell’iniziativa al telefono, anche tutti i giornalisti convocati non hanno fatto trapelare niente, nonostante ci fosse anche Channel 2, una emittente statale israeliana. I cartelli che portiamo dicono “basta al terrorismo dei coloni”. L’argomento è pressante perché non passa giorno senza violenza dei coloni: contro i palestinesi che raccolgono olive, o che vanno semplicemente a lavorare nei campi. Sempre con l’appoggio più o meno esplicito dei soldati. La ragione di fondo è impedire il sostentamento dal lavoro agricolo, quindi obbligare altri palestinesi ad andarsene. C’è chi dice anche che questi attacchi continui sono l’esternazione della rabbia contro il loro governo, che non li appoggerebbe abbastanza!

            Comunque il blitz funziona, ci vuole almeno un quarto d’ora per l’arrivo dei soldati, ragazzini già sudati prima di arrivare e cattivi, arrabbiati. Cominciano a spintonarci, non molliamo, gridiamo più forte. Bombe sonore, non bastano. Spray al peperoncino. Terribile, anche il poco che mi è arrivato è veramente fastidioso. Ma i palestinesi devono essere più abituati, uno si butta per terra, fanno per arrestarlo, un altro si butta ad aiutarlo, sono li anch’io a fare mucchio. Un soldato dà un calcio a quello a terra, gli dico male parole, mi spinge via, ma intanto hanno rinunciato all’arresto. Avanti e indietro, spingi qualcuno e qualcuno ritorna, ma senza insistere molto, nessuno ha voglia di farsi arrestare o farsi picchiare di più. Continuano a spingere e a buttarci tra i piedi le bombe sonore. I palestinesi chiamano “Yalla, yalla”, probabilmente il blocco è durato mezz’ora. Mentre ci ritiriamo infilo in una jeep dei soldati, tra il vetro a la rete esterna, uno dei nostri cartelli con scritto “no al terrorismo dei coloni”: come si è arrabbiato il soldato che se ne è accorto! Mi fermano per un’intervista, prima credo che siano palestinesi e comincio a parlare liberamente. Poi le domande che fanno, mi fanno capire che sono israeliani: non immaginavo proprio che potessero esserci. Ma ormai era fatta: domande come: “ma, almeno fino a poco tempo fa, qui usavano la violenza contro di noi” “ma anche Nelson Mandela prima era in un movimento di resistenza violento, e poi tutto è finito bene”- “Ma ci pensi a chi vive a Sderot?” “smettete l’assedio a Gaza, smetteranno i missiletti su Sderot”. “Perché siete qui e non, per esempio, in Siria?” “In Siria si giocano schieramenti e potenze, qui è l’occidente intero che appoggia uno stato razzista che vuole cancellare la cultura araba”. “se una cosa come questa succedeva in un paese arabo, quale sarebbe stata la reazione delle forze dell’ordine?” “Beh io ti posso dire che anche in Italia si fanno queste cose, e non c’è questa reazione violenta”. E avanti così. Vedremo sabato, quando manderanno il servizio.

 

                       video: http://www.youtube.com/watch?v=7TwHB6l0eL4

 

Raccolta delle olive 

In questi giorni un po’ di storie palestinesi: un giorno che siamo a raccogliere olive, su queste balza di Tel Rumeida con gli ulivi pluri millenari, sentiamo gridare da poco più lontano, è il nostro Idris che questiona con una famiglia, visibilmente a proposito di un albero e delle sue olive. L’impressione è che Idris finisce a concedere a quella famiglia di raccogliere le olive dall’albero che gli pende sulla casa. Ma mezz’ora dopo, di nuovo grida, molto più forti. Un altro gruppo familiare è sceso nella zona, tutti gridano, volano sassi, vari hanno in mano un ramo per darsele. Che brutta scena. Il ragazzo americano che è con me si mette in mezzo, e pur di non toccare un internazionale che aiuta, qualcosa rallenta. Il timore è vedere arrivare i soldati a dirci: “bravi, visto che litigate, ora teniamo questi alberi per i coloni”. Ma per fortuna non sono arrivati. Di nuovo, quello che ho capito, è che, visto che lasciava raccogliere da un albero, loro volevano prendersene vari altri. Ma questi scoppi di violenza sono purtroppo molto comprensibili, anni di soprusi e di violenza dei coloni fanno rimuginare dentro tanta rabbia che ogni tanto esplode. Un poco più tardi è sceso l’imam della moschea, con l’incarico evidente di riappacificare la gente. E il mercoledì 17, era previsto un incontro tra tutti per la pace. Dalle botte all’accordo.

            Invece un “maliuto” ha cominciato a seguire una delle nostre ragazze. Una prima volta, e pazienza. Ma la seconda sembrava veramente un’ossessione, e i posti bui qua intorno non mancano. Comunque è riuscita ad arrivare a casa, anche se in lacrime, mentre è partita una caccia che, oltre ai nostri energici giovanotti, ha visto coinvolti gli olivai della collina. Insomma il tizio è stato preso, costretto in una macchina e portato alla polizia, dove, si dice, avrà una bella condanna (è plurirecidivo). Quello che è stato bello è la partecipazione della gente, anche di familiari del tizio, nella caccia e la consegna alla polizia.

            Quelli della TV sono venuti a fare interviste anche nell’uliveto. Pare che il servizio sarà su cosa motiva gli stranieri ad essere qui a fianco dei palestinesi. Qui hanno fatto riprese nella raccolta delle olive, e interviste alla nostra ragazza e ai TIPH (Temporary International Protection Hebron), che sono una specie di corpo civile di protezione, messo da un intervento di vari paesi: girano con i gipponi, fotografano, scrivono, e nemmeno sappiamo a chi vanno i loro report. Abbiamo avuto promessa che le nostre facce saranno oscurate nel servizio, speriamo che sia vero, e vedremo se fare sentire agli israeliani cosa pensiamo può servire a qualcosa.

            Continua la raccolta delle olive sulla collina di Tel Rumeida, oltre che con Idris e Jawad quando lo autorizzeranno, ci hanno chiamato ad aiutare un’altra famiglia, un Mohamed con moglie e tre maschietti scatenati. Si comincia proprio sotto i soldati che controllano l’insediamento di Baruk Marzel, i soldati provano a dire che gli internazionali non siamo autorizzati ad aiutare, ma poi rinunciano. C’è anche un gruppo di francesi in visita, che per lo meno fanno numero, anche se non proprio aiuto. Ma Mohamed è da solo sull’albero, quelli che ci hanno chiamato sono degli intellettuali Hebroniti che hanno altro da fare. Salto sull’albero, sempre ramaglia dentro cui non ci si muove. Ma ormai ho comprato un seghetto da potatura e attacco, prima per entrare, poi per aerare l’albero, per accorciare i rami troppo lunghi. Così almeno quelli a terra hanno da pulire i rami che butto giù, ma quanti rami rinsecchiti e quanta sofferenza in questi alberi che pure hanno olive. Una notte non ho dormito pensato che toccava a me mettere mano ad ulivi millenari per rimetterli un po’ in sesto. Da allora ogni giorno ho una richiesta nuova: “mi sistemi un po’ gli ulivi?” E in più ogni giorno mi contendono: Abu Sara con noi, no Abu Sara con noi! Almeno qualche albero lo voglio sistemare davvero bene, magari non come si farebbe da noi, ma almeno da ringiovanire questi rami troppo vecchi. I ragazzini di Mohamed vorrebbero prendermi il seghetto e lavorare un po’: al primo tentativo vedo una mano sanguinante (senza un lamento, beninteso), ma metto il seghetto sempre più in alto per non farglielo raggiungere. Anche questi bambini si affezionano, trovo che abitano in fondo al mercato, poco dopo la cooperativa delle donne, e sono così altre voci che risuonano nel mercato chiamandomi. Mohamed e sua moglie raccontano in giro del mio lavoro di potatore, e allora anche i ragazzi di Youth Against Settlement chiamano, stavolta non per delle azioni di protesta, ma per decidere come affrontare un ulivo davvero mostruoso, come dimensione, ma non come salute. Per ora lo abbiamo sgrossato, almeno per poter raccogliere le olive, ma ora dovrò dargli una forma, così anche gli altri alberi del loro giardino. I coloni sono sempre in giro, sembra un assedio, coloni e soldati che ci passano in mezzo, coloni che chiamano i soldati per farli intervenire contro di noi: “ehi, non potete stare su quel muretto” oppure, tanto per rompere, “quel ramo sporge da noi, i palestinesi non possono raccogliere le olive, se mai gli internazionali” (ma non c’era il divieto opposto?).

            Con questo assedio di coloni, ci chiamano anche da At-Tuwani. Per il venerdì c’è in programma una grossa gita di almeno tre o quattro autobus di coloni da Qiriat Arba alle colonie del sud, Ma’on, Avigail e Suseya. C’è timore che vengano a provocare in qualche accampamento, proprio per nuocere alle famiglie palestinesi che spesso si muovono di venerdì per riunirsi tra parenti. Così ci impegniamo ad essere a Sussya fin dal mattino, anziché andare a manifestazioni. Dopo le olive corro a Ramallah per il meeting, ma poi torno a Hebron. Alle sette del venerdì ci muoviamo, sono con un inglese molto silenzioso e un ragazzo italiano che è in giro da solo, ma che si è unito a noi per l’occasione. Anche di venerdì mattina si riempie il service per Yatta, e ancora più in fretta quello per Al Karmil: mentre Hebron sembrava dormire nel giorno festivo, Yatta pare più animata del solito, con più commercio e botteghe aperte. E’ la solita camminata gradevole, di mattina anziché di sera: prima sorpresa, non c’è più la tenda del pastore vecchietto, ha smontato tutto. Due ragazzi su un asino “ma il mio amico?”, chiedo, “più in là, verso At-Twani”. Pazienza, un the in meno sulla strada. Quando arriviamo a Sussya, uno strano silenzio, dove sono i sedici bambini chiassosi? Troviamo solo Ahmed, il fratello minore, che, nell’accampamento più vicino alla strada, con le mogli e la suocera, sta sistemando un telone supplementare sulla tenda delle pecore. Sono preparativi per l’inverno, anche Jamal ha messo un telone in più. Ma gli altri? “Tutti a Yatta a macinare olive” “Come, hanno finito in un giorno?” Pare proprio di si. Intanto, avanti facciamo un the. Spieghiamo la ragione della nostra presenza quella mattina, mentre ci scambiamo telefonate con i ragazzi di Operazione Colomba. Ecco, loro hanno avvistato la colonna di bus e soldati sulla strada “Bypass”, sono diretti più avanti. Noi siamo di guardia, ma non si registra movimento. Così ci spingiamo fino alla “antica sinagoga”: proviamo a entrare, un custode ci viene incontro: c’è da pagare il biglietto. No grazie. “Ma davvero là davanti ci sono i resti di una sinagoga?” “Beh, così dicono, ma non sono nemmeno sicuro se sia lì o là” (indica due zone del perimetro recintato). Andiamo bene, se neanche il custode crede alla palla della sinagoga!

            Torniamo al nostro accampamento, almeno nella tenda di Yusef ci sono le mogli e un po’ di figlie. Così, lasciati gli zaini da Jamal, andiamo là, ancora the, foto, Francesco ha una bella macchina, ne fa tante con i bambini. Poi un pranzo con pomodori saltati, patate fritte, olio nuovo e sempre pane ottimo. Finalmente arriva il pickup di Jamal, pieno dentro e stracarico dietro, con ragazzi arrampicati sopra i sacchi di mangime per le pecore. Ora venite che facciamo il the, e poi è ora di portare fuori le pecore. Preparo macchina fotografica e seghetto, e andiamo. Vediamo, dice Jamal, a cui non ho ancora preteso di spiegare come tenere gli ulivi: ma ora, seghetto alla mano, gli faccio vedere e gli spiego. Belli, ammette, e intanto con i rami potati, ecco un po’ di leccornie per le pecore. Potrei andare avanti, ma mi ferma, dicendo che per il sabato avrebbe avuto gente a potare, e sarebbe stato meglio spiegare a loro. Invece ci mettiamo anche a sistemare delle viti che ha e che sono mezze abbandonate. Aggiustiamo dei supporti e le potiamo un bel po’. Era ora! Qui hanno sempre paura di tagliare, ma ormai è molto chiaro anche detto in arabo: più tagli più olive, meno tagli meno olive! Invece una bellissima visione serale: gazzelle del deserto, che corrono leggerissime tra gli ulivi: loro non hanno soldati e coloni a mettergli i limiti.

Di venerdì nessun problema con i soldati, ma il sabato mattina, dopo aver fatto di nuovo un po’ di potatura, ecco i soldati, ma non tre come l’ultima volta, questa volta quattro jeep, e almeno una decina tra soldati e border police che scendono: “Ti ho già visto qui, ho già le tue foto, conosci la legge: lascia questa terra ai palestinesi!” Incredibile, lui a me! Questa volta purtroppo non lo ho registrato. Comunque dopo un po’ c’è davvero un colono che scende dove non deve, e siccome fa storie, lo vediamo risalire con i polsi legati, come in arresto, che rarità gradevole. Per il resto, i coloni in gita non si sono visti, meglio così, e Jamal è sceso da solo col suo asino a caricare tutti i rami tagliati dagli ulivi, ho provato a riscendere, ma di nuovo si sono mossi i soldati a dirgli che solo moglie e figli potevano aiutarlo.

            Torniamo, con la solita camminata per le colline, e corriamo a raccogliere olive. Di sabato pare che non ci sono divieti, e troviamo un paio dei nostri che raccolgono con Idris. Ma c’è in visita a Hebron il gruppo degli italiani di Al Masara (raccoglitori di olive, nel giorno di libertà). Ritrovo Giorgio, che quest’anno è con loro anziché con noi ISM, e la sorella di Maia, per cui mi accodo e faccio una parte dell’itinerario per Khalil, per il resto c’erano anche Sami e Islam, i nostri due palestinesi. Ma oggi si riparte con le olive: prima di nuovo con Idris e Mohamed: è pieno di soldati sulla collina, ci fermano, ma dopo una telefonata a qualche comando ci dicono che possiamo aiutare. Poi ci chiama Jawad: è autorizzato, ma solo per oggi, così ci portiamo li in quattro. Finalmente ho piena fiducia per la potatura, e così io e Jawad sull’albero, che buttiamo giù tanti rami carichi di olive, e gli altri sui teloni a sfilare le olive. I soldati ci hanno visto arrivare, ma non hanno detto niente. Un albero in tre ore e mezza, con un centinaio di kg di olive, e una potatura davvero ampia ed ariosa, per quello che si può fare su un olivo millenario con un tronco da quasi un metro di diametro! Si mangia di nuovo Makluba, è Jawad, lo ammette, che ne va pazzo, ed è proprio buona. Ma dopo pranzo attacchiamo l’albero più vicino ai coloni, dove c’è la torretta dei soldati e i coloni hanno messo polli e pecore. Infatti arriva la donna scatenata, quella sempre pronta ad andare a litigare: qualche scanbio di battute. Ma è lei che ha più potere: chiama non solo i soldati, ma un corpo speciale che non ho capito. Ci chiamano fuori: documenti. Non potete lavorare qui: solo la famiglia Abu Eisha può. “Ma mi hanno assunto come potatore”, dico io. “Non me ne frega niente, devono arrangiarsi da soli”. C’è anche Issa con noi, di Youth Against Settlement. Lui sa bene cosa è autorizzato e cosa no: “a meno che tu abbia un documento per cui questa è dichiarata area militare, noi possiamo stare qui”, dice ai soldati. Ma è meglio farsi ridare i documenti e dire che ce ne andiamo: dopo un quarto d’ora, girando da dietro le case, rieccoci al lavoro: alla faccia di tutti i soldati. E anche se non bene come quello del mattino, l’albero è potato e le olive sono raccolte, smettendo al buio! Ai soldati avevo detto che non era possibile farsi comandare dalla colona arrabbiata (pare che è la moglie di Baruk Marzel): se stamattina andava bene, perché ora no?

            Il servizio di Channel 2 sul blitz di martedì e le nostre interviste sono andate: tutti i commenti sono in ebraico, ma hanno nascosto le facce. Il clou deve essere quando dico che il sionismo è razzismo! Ma per il resto pare che hanno un po’ giocato ad allungare le pause o rilevare le esitazioni per presentarci un po’ impreparati, così dice Neta, l’unica che lo ha visto e seguito, e hanno tagliato cose pericolose come quella su Mandela. Ora c’è il video sul loro sito, siamo riusciti a vederlo. 

Foto di oggi:   https://picasaweb.google.com/112424888208586679688/1421Ottobree#5801868159931980594  

 

Reportage da Al Khalil
22.10.2012 

Questa volta è vero che mi hanno arrestato 

di Abu Sara 

                          abusara03

Raccolta delle olive con Hashem: ci aspettavamo qualcosa, visto il posto e la vicinanza con i coloni cattivi. Ma prima della raccolta riceviamo una chiamata: ci sono soldati e ruspe di fronte a Qiriat Arba, un po’ più in là dell’insediamento con la stazione di polizia. Corriamo là, dopo avere detto a Hashem di aspettarci per dopo. Chi a piedi, io e Wayd in taxi, arriviamo sul posto: una ruspa e uno scavatore stanno finendo di demolire un serbatoio per acqua, protetti come sempre da decine di soldati. E’ la seconda volta che la demoliscono, e anche la casa vicina, quasi terminata, ha un ordine di demolizione. Eppure siamo una zona di gente attiva, non di disoccupati, ci spiegano, ma non ci lasciano fare niente, e distruggono i sacrifici di una vita. L’acqua poi a Hebron è una difficoltà, per cui farsi una cisterna di raccolta diventa spesso fondamentale. Ma non li: siamo nella zona che ancora separa le due colonie principali fuori Hebron, Qiriat Arba e Erfina. Vogliono tenere libero per i loro allargamenti e congiungimenti, ignorando e calpestando ogni diritto dei palestinesi, che ne fanno le spese. La gente ci racconta volentieri, chiede se qualche organizzazione internazionale può collaborare a ricostruire. Promettiamo di raccontare in giro, e torniamo alla nostra raccolta.

            Hashem è quello che insieme a noi ha riottenuto il diritto di fare la stradella più corta, e che è riuscito a raccogliersi le sue olive l’ultima volta cinque anni fa. L’idea è di lasciare qualcuno a finire da Jawad, dall’altra parte della strada, facendo come ieri: Jawad sulla strada con il mio seghetto che taglia rami (questo albero ha un diametro di un metro e mezzo!), e i nostri nascosti dietro il capannone a sfilare le olive. Così quando passa la scatenata, io sono sulla strada (regolare, quindi) che indico a Jawad cosa tagliare, e la colona è tutta presa dalla scena che sta riprendendo, così non si accorge che sull’altro lato della strada ci sono già tre che raccolgono olive. Quando il primo albero è quasi finito, passo al seghetto a sistemare la potatura, dicendomi, purtroppo questo lavoro lo vedranno, è più rumoroso e visibile. Comunque, niente coloni in avvicinamento, polizia e soldati di passaggio non ci dicono niente, quindi, come scrivevo l’ultima volta, è proprio vero che prendono ordini dai coloni, e se non arrivano quelli, noi possiamo lavorare. Gli altri quattro alberi hanno poche olive: è divertentissimo come Hashem e i suoi appena hanno un sacchetto di olive, corrono a portarlo a casa, temendo che un assalto di coloni gliele rubi. Arrivo al quinto albero, vecchio, stranissimo, mezzo secco ma con due lati da cui è ripartita una grande vegetazione. Anche questo, come gli altri, non è mai stato potato, sono delle foreste da districare: sono a metà lavoro, quando risuona il temuto allarme: “Mustautanin”, i coloni! Ne arrivano una quindicina, anche se non tutti insieme. Chissà dov’erano prima. Reclamano che la terra è loro, che stiamo rubando la legna. Intanto è arrivato anche Jawad, ed è lui che chiama i soldati a difenderci dai coloni, dalla cui violenza non ci possiamo difendere, pena la galera. Io sono l’ultimo a lasciare la terrazza degli ulivi, tra l’altro con ancora in mano le mie “armi”, forbice e seghetto. Intanto parlo degli ulivi, della pulizia, ma non gliene frega niente. Comunque Hashem è autorizzato a raccogliere le olive, anche se la contesa sulla proprietà non è risolta. Finalmente arrivano i primi quattro soldati e si mettono in mezzo, ma più a spingere noi verso la casa di Hashem che ad allontanare i coloni invasori. I soldati aumentano e c’è un ufficialetto a nome Dima, che spesso spadroneggia e terrorizza nella zona. E’ lui ad arrabbiarsi di più, comincia ad avercela con tutti quelli che riprendono o fanno foto, e sono dappertutto. Ci sono i ragazzi di Youth Against Settlement, ci sono i nostri, c’è un fotografo che lavora per vari siti e che ho chiamato io. E Dima si arrabbia e punta una volta uno una volta un altro, ma mai i coloni! Per primo viene preso un ragazzo di YAS, che riprendeva da dietro. Poi fanno per saltare su Wayd, lo acchiappano, ma io non perdo l’occasione di mettermi in mezzo, attaccandomi ad un palo, e impedendo così a Dima a procedere all’arresto. Incazzatissimo, si rifà con me, ma non riesce a staccarmi dal palo, si incazza di più perchè devono aiutarlo ad acchiapparmi. Ed eccomi buttato a terra e preso per il collo con un ginocchio nella schiena, mentre mi legano i polsi. Ma non gli basta, prendono anche Jawad, che li aveva chiamati, e che non filmava né altro. Hanno preparato il contentino per i loro amici coloni, che ridono felici mentre ci portano alle jeep. Un po’ di tempo in attesa, mentre si raduna una folla ad una certa distanza, è pieno anche di ragazze sui tetti che seguono e riprendono le scene. Quando ci portano via, abbiamo abbassato i finestrini della jeep, abbiamo sporto le mani con il segno di vittoria e gridiamo “libertà per la Palestina”.

            Poi ho man mano scoperto la tenacia di questi palestinesi arrestati con me: non hanno smesso un attimo di provocare i soldati, e io mi sono dovuto adeguare. La prima è: “Che bello, da quanti anni che non potevo percorrere Shuada Street in macchina, oggi con la jeep!” Poi arriviamo alla stazione di polizia di Qiriat Arba, vicino alla demolizione vista di mattina. Qui ci fanno accomodare in un container, che è un loro ufficio. Sedetevi, non posso, dice Adham, che ha le mani legate dietro la schiena, mentre io e Jawad le abbiamo davanti. O mi cambiate la legatura ai polsi o non mi posso sedere. Saranno durate due ore di battibecchi, con la scusa che non avevano altre cinghie, ma non battibecchi: picchiami, tanto non ho la telecamera, ma non mi siedo, sparami se vuoi, tanto il fucile ce l’hai. Ma sei sempre così arrabbiato, gli dico io, quando vai a casa cosa fai? Lo prendono in giro anche perché Dima in arabo è un nome femminile. Ma lui fa sempre il duro, “hai visto troppi film” gli dico. Ma come siamo contenti di stare qui e di vederti arrabbiato. Quando ci porti in prigione così dormiamo un bel po’? Squilla il mio telefono, il soldato buono mi aiuta a sfilarlo di tasca, ma poi arriva Dima e me lo strappa di mano e lo spegne mettendoselo in tasca. Poi suona l’altro telefono, ma non provo più a rispondere. Finalmente il soldato gentile torna con cinghiette nuove e si può sistemare Adham con le mani davanti. Così si siede vicino a noi, su una specie di divano, ma chiacchieriamo. Silenzio! anzi, di peso mette Adham su una sedia contro un angolo, Jawad in un altro angolo, io prendo un'altra direzione. Silenzio! E ci mettiamo a cantare Unadeikum (è un po’ come cantare O bella ciao). Allora fuori, uno da una parte, uno dall’altra, io da solo dentro. Passa il tempo, a un certo punto butta fuori anche me. Poi gli dico non te ne andare senza restituirmi il telefono. Mi sta venendo freddo, posso mettermi la camicia? No, tieniti il freddo. In qualche modo il soldato gentile mi lascia mandare il primo SMS. Poi si capisce che ci sono i poliziotti indagatori: la prima deposizione che raccolgono è quella di Dima, poi tocca ad Adham, poi a Jawad. Direi che a questo punto, verso le sette, finalmente, ci tagliano le cinghie dai polsi, allora posso andare a pisciare, “si” e anche a bere. Grazie, era ora. Un poliziotto con l’aria gentile si siede con noi (scopro poi che è quello dell’indagine). Parla arabo, e non gli riesce di credere che io parlotto dopo solo sei mesi di permanenza qui. Gli dico: “Tutti i problemi vengono da quanto è incazzato Dima?” Non risponde, invece ci lascia fare le prime telefonate, ma poco dopo chiamano anche me nell’ufficio investigativo. Prima la prima impronta: il poliziotto che mi porta parla ebraico o russo, beh, gli dico, pratiche KGB? A se era KGB ora impiccato. No, caro mio se eri KGB credo che impiccavi i tuoi coloni!

            Nell’ufficio investigativo è tutto tranquillo, mi legge la deposizione di Dima, correggo con la mia, c’è la chiamata di un avvocato a cui hanno pensato da YAS, che dice la posizione dei palestinesi è ancora meglio della mia, che ho intralciato il lavoro dei soldati. Comunque mi suggerisce di accettare la proibizione di stare nella zona per quindici giorni, così non ci rinviano a giudizio. E infatti, dopo un giro completo di foto segnaletiche e impronte di tutte le dita e tutte le mani (KGB), ci rimettono insieme, e arrivano i nostri documenti. Siamo liberi! Scendiamo la ripidissima stradella abbracciati e saltellando. Fuori c’è già un fratello di Jawad che ci aspetta, andiamo a prendere un panino e mi accompagnano a casa, dove entriamo tutti e tre in trionfo: era il mio massimo desiderio, venire rilasciato insieme ai palestinesi, e non come tante volte separatamente. Ora per due settimane, non mi posso avvicinare a meno di duecento metri dal covo dei coloni a Tel Rumeida: peccato per le potature da finire, e le visite ad alcune case. Vedrò come fare. A parte foto, ne metterò anche io, su FB sotto Youth Against Settlement c’è un bel video di oggi. Foto sempre FB: International community against Israel

 

Video: http://www.youtube.com/watch?v=wzLvd4SrJ30&feature=player_embedded

Foto di activestill: http://www.flickr.com/photos/activestills/8113294260/in/photostream/

 

 

 

 


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