Gli omicidi extragidiziali rimangono impuniti

Nena News
17.10.2012
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Gli omicidi extragiudiziali rimangono impuniti

I caccia di Israele volevano eliminare un capo militare di Hamas, invece uccisero Nabil Abu Selmiya, sua moglie e 7 dei suoi 9 figli. Nessun colpevole per quelle morti

di Davide Tundo*

Roma, 17 ottobre 2012, Nena News - La notte del 12 luglio del 2006 Nabil Mohammed Abdul Latif Abu Selmiya, docente presso l'Università Islamica di Gaza City e dirigente di Hamas, era con sua moglie e i suoi nove figli nell'edificio familiare di due piani nel quartiere residenziale di Sheikh Redwan nella cittá di Jabalia, a nord della Striscia di Gaza.
                                extrag. killings


Alle 2,45 circa l'aviazione militare israeliana colpì due volte l'edificio, distruggendolo. L'attacco intendeva eliminare Mohammad El-Deif, capo dell'ala militare di Hamas, che si trovava apparentemente presso l'edificio di Nabil Abu Selmiya e tuttavia sopravvisse all'attentato.

Sotto le macerie rimasero invece Nabil Abu Selmiya, sua moglie e 7 dei suoi 9 figli, tutti minorenni. L'attacco provocò il ferimento di 34 civili, tra cui 6 donne e 5 bambini, e causò ingenti danni ad altri 15 edifici nelle vicinanze.

Tale episodio si inseriva nella politica israeliana, peraltro mai cessata, di extra-judicial killings (omicidi extragiudiziari), una pratica illegale secondo il diritto internazionale al cui ricorso Israele non esita neppure allorché i suoi obiettivi si trovino in aree residenziali densamente popolate, esponendo così la popolazione civile al concreto rischio di pregiudizi materiali e fisici e dunque causandone in molti casi - e almeno con dolo eventuale - vittime tra la medesima.

Ciò accade in palese violazione delle obbligazioni di diritto internazionale a carico di Israele. In effetti, secondo il diritto internazionale umanitario pattizio e consuetudinario i civili sono protected persons in tempo di guerra e occupazione militare e come tali devono essere riconosciuti e tutelati dalle forze combattenti. I principi di distinzione tra civili e obiettivi militari, di proporzionalità e precauzione nell'attacco, e la limitazione nell'uso di determinate armi, svolgono difatti la funzione di eliminare, o almeno ridurre, pericoli e danni, tanto fisici come materiali, alle persone civili. Tali principi sono vincolanti all'essere pacificamente considerati come diritto internazionale umanitario consuetudinario.

Un attacco, come quello condotto nel caso della famiglia Selmiya, in cui si possano prevedere in anticipo danni a beni o a persone civili, o a entrambe dette categorie, non è rispettoso del principio di proporzionalità ex art. 51 del I Protocollo Addizionale alla IV Convenzione di Ginevra del 1949 essendo chiaramente eccessivo in relazione al diretto beneficio militare previsto. Tale episodio, in quanto seria violazione della IV Convenzione di Ginevra del 1949 e del I Protocollo Addizionale, potrebbe altresì integrare un crimine di guerra. La stessa conclusione potrebbe raggiungersi qualora si accertasse la violazione (intenzionale) del principio di distinzione tra civili e obiettivi militari, potendosi così parlare di intentional attack against civilians, un crimine di guerra secondo l'art. 8 (2) (b) (i) dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

In ogni caso, non è immaginabile un'indagine e un giudizio penale in Israele che faccia luce, in modo credibile e in linea con gli standard internazionali, sulle circostanze del caso della famiglia Selmiya e determini eventuali responsabilità penali individuali in relazione alle suddette vittime civili. A ben vedere, peraltro, alle vittime civili non è stata accordata neppure una riparazione economica per i danni subiti in sede di giustizia civile. Infatti in data 6 settembre 2012, a più di 6 anni di distanza, la district court di Jaffa ha rigettato la domanda civile che il Palestinian Centre for Human Rights di Gaza - a cui peraltro tale decisione è stata comunicata solo 3 settimane dopo - aveva promosso in rappresentanza della famiglia Selmiya. Secondo la corte israeliana, l'attacco all'edificio della famiglia Selmiya è avvenuto in attuazione di una combat operation e dunque - sebbene sia stato confermato il nesso causale tra il bombardamento e le vittime civili - nessun risarcimento spetta ai familiari superstiti.

Ciò in applicazione della Civil Torts Law, come modificata nel luglio del 2012, che esclude il risarcimento qualora il danno inflitto sia stato il risultato di una combat operation, ovvero di "operazioni contro organizzazioni terroriste", la cui definizione è stata allargata al punto tale da comprendere qualsiasi azione che sia "per sua natura un'attività di combattimento alla luce di tutte le circostanze, incluso lo scopo della medesima e l'ambito geografico, o il pericolo per le forze operanti".

Inoltre, la suddetta legge restringe il novero dei soggetti astrattamente titolari dell'azione risarcitoria avverso lo stato di Israele escludendone chiunque sia "cittadino di uno stato nemico o membro attivo di un'organizzazione terrorista o in ogni caso in cui questi abbia sofferto un pregiudizio agendo per conto di una delle anzidette entità nemiche". In aggiunta, la recente modifica legislativa ha altresì precluso l'azione risarcitoria a tutte "le persone che non sono cittadini di Israele e sono residenti in un'area che sia stata dichiarata territorio nemico dal Governo", potendo quest'ultimo applicare tale previsione retroattivamente al 12 settembre 2005 - data in cui Israele completò il Disengagement Plan dalla Striscia di Gaza.

Appare evidente che tanto la decisione della corte sul caso della famiglia Selmiya come la legislazione israeliana richiamata siano giuridicamente erronee al non considerare gli anzidetti obblighi imperativi a tutela delle persone civili e dei loro beni imposti dal diritto internazionale umanitario. In particolar modo, la legislazione israeliana - nell'estendere la irresponsabilità dello stato su una base meramente territoriale - appare chiaramente preordinata all'esecuzione di azioni repressive e indiscriminate nella Striscia di Gaza, i cui abitanti dal 2007 sono considerati dal Security Cabinet del governo israeliano come enemy aliens e residenti di un hostile territory.

Nel complesso il quadro è fin troppo chiaro: tutti i poteri dello stato israeliano - giudiziario, legislativo ed esecutivo - sono a diverso titolo coinvolti nelle violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, inclusi gravi crimini di guerra, e nella perpetuazione dell'impunità e del diniego di giustizia. Nena News 

*Davide Tundo, dottorando in Diritti Umani, Giustizia Internazionale e Democrazia dell'Università di Valencia (Spagna) e collaboratore del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza (PCHR-Gaza).

 

 


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