Iprofughi infiniti tra i lussi di Beirut

Il Fatto Quotidiano
16.09.2012

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I profughi infiniti tra i lussi di Beirut.
L’elettricità si ruba alla rete libanese, ragazzini sniffano benzina tra le macerie degli edifici.

di Francesca Borri

Caffè e cornetto sono dieci dollari, al mattino, nella Beirut che veste Prada e ancora parla francese. A cinque minuti di distanza, e' quanto un palestinese riceve ogni tre mesi dalle Nazioni Unite
                               massacre_rasouli_amir


Sessant'anni dopo, Sabra e Chatila è un groviglio di cavi, in inverno con la pioggia sembrano stelle filanti. Rubano corrente alla rete libanese, la prima causa di morte, qui, è la folgorazione, tra case che all'interno sono topi, un televisore una lampada a pile, nient'altro, nell'angolo materassi e coperte. Una donna sbuca all'improvviso, urla che gli israeliani sono alle porte, urla di correre via - fa così dal 18 settembre 1982, è l'unica sopravvissuta, della sua famiglia. La trovarono sotto i fratelli, i corpi squarciati, aveva undici anni. Il padre collassò di infarto mentre un falangista la stuprava. Catene di altalene cigolano nel vento, sono i resti di un luna park, il carretto del gelataio, una piccola ruota panoramica - dal mozzicone di un edificio bruciato un ragazzino sniffa benzina. Sono tutti negozi di usato, vecchie scarpe, vecchi elettrodomestici, quei negozi che neppure capisci cosa vendono, perché vendono tutto quello che capita a tiro - e questi bambini che sembra sempre abbiano otto anni, poi chiedi e ne hanno quindici, è l'effetto della malnutrizione, uomini senza denti a quarant'anni, la pelle arata dalla rughe. Fadi  Abdelrahim abita un interrato insieme a moglie e tre figli. Gli hanno amputato una gamba. L'UNRWA, l'agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi, non aveva i 200 dollari per le medicine. Anche se ne ha 9mila al mese per lo stipendio del suo direttore.

Quella che gli israeliani chiamano guerra di indipendenza, era il 1948, è per i palestinesi la nakbah, la catastrofe. Oltre 750mila profughi, lievitati oggi a 5 milioni. Sono l'11 percento della popolazione, in Libano: 450mila rifugiati diluiti in 12 campi, in media 40 metri quadri per 5 persone e per metà niente acqua, né elettricità né fognature. Il 65 percento è sotto la soglia di povertà, il 30 percento all'ergastolo di una malattia cronica.
Con la sua Assomoud, Kassem Aina tenta di fare tutto quello che dovrebbe fare l'UNRWA. "Perchè se avessimo casa e lavoro, si dice, una vita normale, perderemmo ogni interesse a tornare in Palestina, e opporci a Israele. E quindi non è questione di violazione, qui, ma di eliminazione di ogni nostro più basilare diritto". A cominciare dal diritto al lavoro. Per molte professioni, medici, tassisti, ingegneri, la regola è la reciprocità: il trattamento è analogo a quello che il proprio paese riserva ai libanesi. "Un non-senso per noi che non abbiamo uno stato". Per le altre, è necessario un permesso di lavoro: e nell'ultimo anno, i palestinesi hanno ottenuto 99 permessi su un totale di 145.684. "L'obiettivo è non dimenticare la nakbah. Ma il risultato intanto è continuarla".

Sabra e Chatila, in realtà, è solo Chatila. La vecchia Sabra non esiste più, è la Pompei del Libano - nessuno ha mai scavato via i cadaveri. Eppure non è che la più nota delle stragi: non è stata l'unica, qui, né la più feroce. Nel 1976 estremisti cristiani assediarono il campo di Tal al-Zaatar. Alla resa, dopo due mesi e 4mila vittime, spararono su quanti si trascinavano fuori in cerca di acqua e cibo. Nel 1985, dal campo di Burj el-Barajneh chiesero agli ulama se il Corano autorizzasse a mangiare carne umana: sono finiti anche i gatti, spiegarono. Erano gli anni in cui i palestinesi, sunniti, venivano falcidiati degli sciiti di Amal. 5mila vittime.
Oggi gli sciiti sono quelli di Hezbollah, icona della resistenza a Israele. E sono al potere: ma la condizione dei palestinesi non è cambiata. "Diciamo così: sono gli unici a non averci mai ucciso", sintetizza Kassem. Nel 2001 il parlamento, all'unanimità, ha vietato ai palestinesi di essere intestatari di beni immobili. Nè possono lasciare in eredità quelli di cui già sono proprietari: un'espropriazione collettiva. "Come quelle di Israele nei Territori".

Sabra e Chatila è il campo più frequentato da cooperanti, giornalisti, pacifisti. Eppure il più significativo è a sud di Saida, si chiama Ein el-Hilweh e ha 70mila abitanti. E' completamente sigillato da checkpoint e filo spinato. Perché è un po' la Scampia dei rifugiati: sparatorie, faide. Cecchini sui tetti. Ma questa volta, non dipende da Israele. Tutti i partiti hanno qui i loro uffici principali - e tutte le milizie. Perchè l'esercito libanese controlla solo gli accessi: all'interno, governano i comitati popolari. Ma inutile domandare come funzionano, nessuno sa niente. "Tutto si risolve tra famiglie", spiega Jaber Suleiman. "E cioè prevale il più forte". Presiede la Coalizione per il ritorno, che riunisce tutte le ong. Ma su strategia e progetti risponde vago: informazione, sensibilizzazione. Suona kafkiano: ma come difendere diritti che non esistono? Ramallah è affollata di avvocati. Qui sono tutti assistenti sociali - non è che un reciproco medicarsi le proprie ferite.

Lo strumento per la battaglia, in teoria, esiste: è l'OLP. Ma da quando il processo di Oslo ha istituito l'Autorità Palestinese, l'OLP funziona sempre meno. A gennaio 2011, Wikileaks ha tranciato ogni illusione: per i negoziatori di Mahmoud Abbas, "la soluzione della questione dei rifugiati non sarà basata su un'interpretazione rigorosa del diritto internazionale". E cioè sul ritorno, imposto dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. "Ma posso capirli", dice Hanan Masri, portavoce di Assomoud. "Non esiste più un unico popolo palestinese. Gaza con l'assedio, la Cisgiordania con l'occupazione. Gerusalemme con le demolizioni di case. Ognuno ha i suoi problemi". Ha due sorelle in Egitto, Hanan, una in Brasile, due negli Stati Uniti, un fratello in Arabia Saudita. Dei suoi due figli, uno è già in Brasile.

Perché l'altro campo di cui nessuno ama parlare è Wavell, vicino Baalbek. Ribattezzato "il campo danese": dei 436mila rifugiati registrati, uno studio dell'American University di Beirut ha stimato ne rimangano in Libano circa 280mila. "Un tempo l'eroe era il ragazzo in kefiah e fionda dell'Intifada", spiega Mohammed Khazaal. "Oggi è il ragazzo che attraverso una ONG straniera ha un invito in Europa, e lì fa perdere le sue tracce". Perché partire, provare a realizzare se stessi, è considerato tradire. "Ma sopravvivere non è resistere. Un solo Edward Said è stato più utile di decine di migliaia di noi inchiodati qui analfabeti a sprecare le nostre vite". Ha ventotto anni, Mohammed. Ha provato a entrare in Europa quattro volte. Siria, Turchia, Grecia. Il Cie di Bari. "Sono tutti con Assad, adesso. Perché dicono che è l'ultimo baluardo contro Israele. Ma la verità è che con il pretesto di Israele si giustifica ogni oppressione, qui, ogni crimine. Sono trent'anni anche dalla strage di Hama, in questi giorni, 30mila morti per mano di suo padre Hafez - ma quanti conoscono la storia di Hama? Tutti che si proclamano paladini della mia libertà: e io intanto neppure ho l'elettricità. Ricordare Sabra e Chatila, per me, essere palestinese, oggi, significa non dimenticare la Siria".
                 dia azzawi sabra shatila                                                   Dia Azzawi - Sabra and Shatila
Beirut è sotto assedio da tre mesi quando il cristiano maronita Bashir Gemayel, l'uomo attraverso cui Israele mira a instaurare in Libano un regime amico, viene eletto presidente. E' il 23 agosto 1982, e Yasser Arafat accetta di trasferire a Tunisi 15mila guerriglieri palestinesi dietro garanzia di una forza multinazionale a protezione dei civili rimasti. Ma partiti i suoi uomini, la forza multinazionale viene smobilitata. Il 14 settembre Bashir Gemayel viene ucciso. E il 16 settembre, in rappresaglia, i falangisti di cui era a capo entrano nel campo di Sabra e Chatila: usciranno dopo trentotto ore e tremila vittime, con gli israeliani che guardano dalle torrette di controllo senza intervenire. Elie Hobeika, il comandante dei falangisti, sarà ucciso nel 2002, il giorno dopo essersi dichiarato pronto a parlare dei suoi rapporti con Israele al tribunale belga che indagava per crimini contro l'umanità.




 


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