La bolla, in una West Bank subordinata agli aiuti, è destinata a esplodere.

The Electronic Intifada
06.08.2012
http://electronicintifada.net/content/bubble-aid-dependent-west-bank-bound-burst-say-economists/11559

 

La bolla, in una West Bank condizionata dagli aiuti, è destinata a esplodere, sostengono gli economisti. 

di Jillian Kestler-D’Amours 

Ramallah (IPS) – Secondo gli analisti, una bolla nell’economia di quelle città, cittadine e villaggi della West Bank che sono amministrati dall’Autorità Palestinese non può essere sopportata. “La [bolla] collasserà e, quando in seguito si verificherà, il crollo sarà molto pesante”, ha dichiarato Tareq Sadeq, un economista palestinese, docente alla Birzeit University. 
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“Vorrà dire che la gente perderà le proprie case. Perderà le auto. Talvolta perderà la terra per il tracollo della bolla. Questo influenzerà l’intera economia e si rifletterà pure sull’Autorità Palestinese. Tanto da poter determinare il collasso della stessa AP”, ha affermato Sadeq. 

L’Autorità Palestinese ha comunicato di stare affrontando una crisi finanziaria, al momento fa affidamento sugli aiuti dei donatori per coprire un deficit di bilancio di 1,1 miliardi di dollari e la perdita di liquidità di 500 milioni di dollari. 

L’economia palestinese è divenuta sempre più subordinata per ciò che riguarda i salari, gli stipendi, l’intera economia, e non solo per il settore pubblico; circa il 70% degli impiegati sono dipendenti salariati. Come conseguenza, nell’economia palestinese non c’è alcuna produzione. La gente consuma, consuma e consuma e non c’è niente da produrre”, ha asserito Sadeq. 

Il Fondo Monetario Internazionale ha respinto una richiesta del governo israeliano, fatta all’inizio di luglio, relativa alla concessione di un prestito di 1.000 milioni di dollari per il finanziamento dell’AP. Nel 2011, l’economia della West Bank è stata sostenuta quasi interamente dagli aiuti internazionali, i donatori hanno promesso all’autorità un contributo di 1 miliardo di dollari, di cui 800 milioni sono stati trasferiti. 

“L’intera economia è vincolata all’aiuto finanziario dei donatori internazionali, il che ha generato una maggiore vulnerabilità nell’economia palestinese”, ha fatto notare Sadeq. 

“Non è abbastanza forte” 

Salam Fayyad, il primo ministro dell’AP, ha incoraggiato comunque lo sviluppo economico e gli investimenti nel settore privato come un mezzo per garantire un stato palestinese. Ad oggi, la maggior parte degli organismi economici internazionali e dei governi stranieri ha elogiato l’approccio di Fayyad, indicando nei tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) palestinese la misura del suo successo. 

Il PIL palestinese è salito del 7,7% tra il 2008 e il 2011. Nel suo piano di sviluppo 2011 - 2013, dal titolo “Creare lo Stato, Costruire il nostro futuro”, l’AP ha stimato che il PIL sarebbe cresciuto del 12% nel 2013. 

Ma un rapporto della Banca Mondiale, pubblicato nel mese di luglio, ha rilevato che l’economia palestinese non è sostenibile (“Towards Economic Sustainability of a future Palestinian State”, [pdf]). 

“L’Autorità Palestinese ha fatto notevoli progressi in molti settori verso la creazione delle istituzioni necessarie per uno stato futuro, ma, attualmente, l’economia non è forte a sufficienza per sostenere un tale stato”, ha dichiarato l’economista John Nasir, autore principale dello studio. 

Il rapporto ha affermato che la rimozione delle restrizioni imposte da Israele all’accesso al mercato e alle risorse naturali è il primo passo necessario per ampliare il settore privato palestinese, e che l’AP deve contenere la sua dipendenza dagli aiuti esteri. 

Israele controlla il commercio 

“Questo è ciò che abbiamo affrontato costantemente fin dagli inizi di Oslo; si può capire che l’economia non è sostenibile”, ha dichiarato Sam Bahour, un uomo d’affari palestinese-americano. Nella sua esperienza, il più grande ostacolo allo sviluppo economico è dato dal controllo israeliano sul capitale umano palestinese. 

“Se, oggi, ci si rivolge al settore privato e si chiede qual è il maggiore problema, ne viene che non si riescono a trovare le persone di cui c’è necessità. Israele controlla tutti i punti di ingresso e di uscita non solo per le merci, ma per le persone; regola il ritmo del nostro sviluppo sostanzialmente attraverso il blocco delle risorse umane”, ha detto Bahour. 

Nell’aprile del 1994, Israele e la leadership palestinese hanno firmato il Protocollo di Parigi, come parte integrante degli Accordi di Oslo, un accordo politico del 1993 che aveva delineato i rapporti e le responsabilità tra le due parti e aveva creato l’Autorità Palestinese. Il Protocollo di Parigi ha messo a punto un quadro per le relazioni economiche tra Israele e l’Autorità Palestinese. In base all’accordo, Israele ha cominciato a raccogliere le tasse di importazione sulle merci e il trasferimento all’AP delle imposte sulle merci destinate ai territori occupati della West Bank e di Gaza. 

A sua volta, all’AP è stata concessa l’autorità di imporre tasse dirette e indirette, impiantare una politica industriale, creare posti di lavoro nel settore pubblico e costituire un’autorità monetaria. Il commercio palestinese con i paesi terzi, gestito ancora attraverso porti israeliani o valichi di frontiera controllati da Israele, continua comunque a subire notevoli perdite economiche. 

Necessità di resistenza 

Secondo Bahour, il controllo israeliano del mercato palestinese e le conseguenti sfide economiche e sociali che i palestinesi ora devono affrontare, hanno portato a quella che lui chiama la “americanizzazione della popolazione palestinese”. 

“Quando l’economia è compromessa e il coinvolgimento dei donatori domina e guida di fatto l’economia e le persone s’indebitano sempre di più, la gente diventa molto individualista ed è intenzionata a ottenere il meglio per sé stessa”, ha dichiarato Bahour 

Nel primo trimestre del 2012, secondo i dati forniti dall’Ufficio Centrale palestinese di Statistica, il tasso di disoccupazione nella West Bank è stato di circa il 20%. L’Ufficio di presidenza ha scoperto inoltre che, nel 2011, nell’ambito di una popolazione palestinese di circa 2,6 milioni, nella West Bank un quarto dei palestinesi viveva al di sotto della soglia di povertà, mentre quasi il 13% era profondamente povero. 

Secondo l’economista Tareq Sadeq, la leadership dell’AP deve prendere atto delle realtà inerenti alla costruzione di una economia sotto l’occupazione israeliana e modificare le sue politiche al fine di alleviare l’onere finanziario che molte famiglie stanno ora affrontando. 

“Il dislivello aumenta. C’è frustrazione in strada, ma ciò che ora conta per la gente è che non vuole rimetterci, vuole percepire il proprio stipendio, mantenere le proprie case e quello che ha comprato”, ha proseguito. 

“L’economia palestinese è sotto occupazione. Dobbiamo pensare alle nostre politiche di sviluppo sotto l’occupazione e a escogitare come aiutare le persone a reggere, a rimanere nelle proprie terre e resistere all’occupazione.” 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

 

 

 

 

 


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