I giacimenti di gas al largo della coste di Gaza: un dono o una maledizione?

Al-Shabaka – The Palestinian Policy Network
Aprile 2012
http://al-shabaka.org/policy-brief/economic-issues/gas-fields-off-gaza-gift-or-curse 
 

I giacimenti di gas al largo della costa di Gaza: un dono o una maledizione? 

di Victor Kattan 

Sommario 

Tredici anni dopo la scoperta dei giacimenti di gas al largo della costa di Gaza, i tentativi di utilizzarli sono ancora a un punto morto nonostante l’appoggio internazionale di cui gode il progetto. Nel frattempo la Striscia di Gaza sotto assedio soffre di prolungate interruzioni della somministrazione di elettricità e l’economia palestinese si accolla costi finanziari elevati – e anche i contribuenti occidentali che la tengono a galla. Il direttore dell’ Al-Shabaka Program, Victor Kattan, tratta degli attori e delle somme coinvolte, nonché dei motivi per cui il progetto è in fase di stallo e suggerisce alcune opzioni politiche per sbloccare la situazione.

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Una risorsa fuori dalla portata. 

Di recente, la Compagnia Palestina Elettricità e l’egiziana General Petroleum Corporation hanno concluso un accordo per l’importazione di gas egiziano attraverso il valico di Rafah. Col tempo, questo accordo potrebbe essere di sollievo per gli abitanti della Striscia di Gaza che sono stati afflitti da una penuria cronica di carburante, con interruzioni di corrente durate fino a 18 ore al giorno. Del gas potrebbero beneficiare anche i palestinesi della West Bank la cui energia elettrica viene importata da Israele a prezzi elevati. Ma perché mai l’Autorità Palestinese deve acquistare e importare gas da Israele ed Egitto, a spese considerevoli, quando due giacimenti di gas restano improduttivi al largo delle coste di Gaza? 

La domanda è pertinente perché c’è stato un accordo della durata di 13 anni tra la Consolidated Contractors Limited (CCC), il British Gas Group (BG Group) e la Palestine Investment Fund (PIF) per lo sviluppo e la commercializzazione dei giacimenti di Gaza. Nel 2000 e nel 2002, l’esito degli studi di fattibilità intrapresi dalla BG Group hanno concluso che lo sfruttamento dei giacimenti era economicamente possibile. In altre parole, Gaza, invece di essere uno dei posti più poveri della terra, potrebbe divenire uno dei più ricchi se solo potesse essere dato il via libera allo sviluppo e alla commercializzazione di questa preziosa risorsa naturale al largo delle proprie coste. 

Inoltre, il gas gioverebbe al popolo palestinese nel suo complesso. Ad esempio, pure i palestinesi della West Bank potrebbero utilizzare il gas estratto dai giacimenti di Gaza per centrali di energia elettrica nella West Bank tanto da diventare autosufficienti nella sua produzione e ottenere un notevole risparmio per l’economia. E’ risaputo, infatti, che nel 1999 il defunto Yasser Arafat ha salutato la scoperta dei due giacimenti di gas come “un dono di Dio al nostro popolo.” Ma nonostante la sua scoperta risalga a 13 anni fa, dal fondo dell’oceano non è stato estratto un solo piede cubo di gas. Perché, allora, il gas è ancora sul fondo? Per rispondere a questa domanda bisogna rivedere i principali attori coinvolti nel contratto, così come l’accordo stesso, prima di proporre una qualsiasi opzione politica sul come procedere con lo sfruttamento dei giacimenti. 

Quant’è il gas & chi lo dovrebbe sfruttare. 

All’interno delle acque territoriali di Gaza ci sono due importanti giacimenti di Gas. Il “Gaza Marine”, il giacimento principale, è situato a 603 metri sotto il livello del mare, a 36 Km ad ovest di Gaza City. Il secondo giacimento, più piccolo, il “Border Field”, si trova a cavallo del confine internazionale che separa le acque territoriali di Gaza da quelle di Israele. Secondo il sito web del BG Group, le riserve individuate nei due pozzi sono stimate dell’ordine di 1 miliardo di piedi cubi (TCF). CCC ritiene che vi siano 1,4 TCF. Per dare una dimensione a tutto ciò, l’Iran possiede 991,6TCF di gas naturale, quindi non si tratta di una gran quantità di gas, ma è ancora più che sufficiente per soddisfare le esigenze dei palestinesi per i prossimi 15 anni, momento in cui si stima si esaurirebbero le risorse sulla base degli attuali livelli di consumo dei palestinesi a Gaza e nella West Bank.
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L’interesse per lo sfruttamento di questi giacimenti di gas è iniziato quando la CCC ha contattato la BG Group per acquistare gas egiziano per la centrale elettrica che, nella metà degli anni ’90, stava costruendo a Gaza insieme alla Enron. In base ai recenti accordi conclusi con l’Egitto questa è l’unica centrale elettrica alla quale verrà inviato il gas. La BG Group ha comunicato alla CCC che c’era già del gas al largo delle acque di Gaza, come risultava dai suoi interventi nel Sinai. (Al momento, la più consistente presenza della BG Group è in Egitto, dove gestisce la Rosetta e i giacimenti di gas del West Delta Deep Marine.) 

Ciascuno dei tre partner che in seguito si sono associati per sfruttare i giacimenti al largo di Gaza è un leader nel proprio settore d’intervento. La BG Group è uno dei più importanti giganti del mondo nel campo dell’energia, ha sede il Gran Bretagna con interventi che avvengono il 25 paesi sparsi in tutto il mondo e rappresenta il più grande fornitore di gas naturale liquefatto (GNL) degli Stati Uniti. La CCC, fondata nel 1952 da tre uomini d’affari palestinesi, è la maggiore impresa di costruzioni del Medio Oriente ed ora è presente anche in Grecia. Nel 1999, quando venne concluso l’accordo di Gaza, la CCC aveva realizzato tutte le costruzioni della BG Group in Kazakhstan. Per quanto riguarda la PIF, che è stata fondata nel 2003, si tratta di una società di proprietà pubblica con sede a Ramallah e come struttura è simile a un fondo sovrano di ricchezza – anche se invece di investire il denaro in surplus sui mercati esteri, lo reimpiega in risorse palestinesi. 

Nel 1999, l’Autorità Palestinese (AP) ha concesso alla BG Group e ai suoi partner una licenza esplorativa che copre l’intera area marina al largo di Gaza. L’accordo 25 ennale dà alla BG Group, l’addetta alle operazioni, il diritto di esplorare l’area marina al largo delle coste di Gaza per la ricerca dei giacimenti di gas, per il loro sfruttamento e per la costruzione di un gasdotto. Secondo le limitate informazioni fornite dal sito web del BG Group, questo “nella licenza, detiene il 90% del capitale, che sarebbe ridotto al 60% se la Consolidated Contractors Company [partner nella licenza con il suo attuale 10%] e il Palestine Investment Fund esercitassero le loro opzioni all’approvazione dello sfruttamento.” All’approvazione della fase di valorizzazione, il CCC ha scelto di acquisire nel progetto un’ulteriore quota fino al 30% in modo che i proventi dalla vendita del gas sarebbero divisi tra BG Group (60%), CCC (30%) e PIF (10%). 

E’ importante notare che questo accordo ha tenuto conto solo dei proventi che sarebbero condivisi tra i principali investitori, perché il 50% dei profitti dal gas dovrebbe andare all’Autorità Palestinese sotto forma di diritti e di tasse anche se non aveva investito nel progetto neppure un solo centesimo. [1] Oltre alle entrate dirette che si genererebbero per l’AP dalla commercializzazione dei giacimenti di gas, l’economia palestinese potrebbe ottenere un risparmio complessivo di più di 8 miliardi di dollari sui costi energetici durante il periodo di vita del progetto, se il gas venisse utilizzato a Gaza e nella West Bank per produrre elettricità. Naturalmente ci sarebbe la necessità di mettere in atto misure ragionevoli per garantire che i capitali vengano destinati effettivamente a vantaggio del popolo palestinese. Si era inteso che i proventi verrebbero versati al tesoro palestinese, dove vengono versate le imposte di importazione ed esportazione, dove Israele deposita le tasse palestinesi che riscuote, e dove va il denaro dell’aiuto europeo e statunitense. Anche se, per salvaguardare gli standard internazionali, i palestinesi hanno fissato delle garanzie contro la corruzione, la stampa e la società palestinese dovrebbero ovviamente rimanere vigili. 

Nei primi anni del progetto, durante i quali sono stati perforati i pozzi, gli investitori hanno speso 100 milioni di dollari e, nel 2000 e 2002, la BG Group, ha intrapreso gli studi di sfruttamento. Tali studi hanno concluso che la valorizzazione dei giacimenti di Gaza sarebbe stata “tecnicamente ed economicamente praticabile.” Infatti, la CCC mi disse che il progetto Gaza Marine era “oltremodo fattibile.” 

Perché il Progetto è fermo & qual’è il costo per i palestinesi. 

Non c’è alcuna controversia sulla sovranità o a chi spetta il possesso del gas. In base al diritto internazionale è chiaro che esso appartiene al popolo palestinese. Anche Israele non lo contesta. Come ha detto alla radio palestinese Nabil Shaath, che era ministro dell’AP per la Pianificazione e la Cooperazione Internazionale nel 1999, quando è stato concluso l’accordo con la BG Group: “In base all’Accordo Gaza-Jericho gli israeliani hanno riconosciuto il nostro diritto a una zona di sovranità economica che si estende in mare per 20 miglia (32 Km) di profondità, oltre alle sue potenziali risorse, come il petrolio e il gas.” Quando è stato suggellato l’accordo, nel 1999, si è previsto che uno dei principali acquirenti del gas di Gaza sarebbe stato Israele – in ciò generalmente si crede consistesse un requisito israeliano per l’autorizzazione a che lo sfruttamento dei giacimenti potesse proseguire – e “che il gas proveniente da Gaza avrebbe presto alimentato le centrali elettriche israeliane così come l’industria palestinese.” [2] 

Secondo le informazioni fornite ad Al-Shabaka, dovute a un Atto di Libertà di Informazione richiesto dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale (DFID): “Nel 2000, la BG Group ha perforato due pozzi che hanno confermato l’esistenza di un giacimento di gas naturale. Da quel momento, la società britannica ha esaminato varie opzioni per la commercializzazione di questa risorsa, ma senza successo. Queste avevano incluso la vendita del gas alle centrali elettriche israeliane, sia di stato che di proprietà privata, oltre all’esportazione del gas all’Egitto per una spedizione avanzata verso i mercati mondiali. Nel 2006, il governo israeliano è intervenuto tramite l’HMG [Governo di Sua Maestà] per convincere la BG a riprendere i negoziati con Israele. Nel dicembre 2007, la BG si è ritirata da questi negoziati. Da quel momento, non è stato fatto alcun progresso nello sfruttamento del Gaza Marine.”  

Ciò che non dicono le informazioni fornite dal DFID è che la causa principale del fallimento dei negoziati è data dall’insistenza degli israeliani ad acquistare il gas di Gaza a prezzi al di sotto dei valori di mercato. Israele voleva negoziare un contratto grazie al quale avrebbe pagato solo 2 dollari per piede cubo piuttosto che il prezzo di mercato compreso tra i 5 e i 7 dollari. Come mi ha raccontato una fonte interna al CCC: “La maggiore risorsa in Palestina viene rapinata dagli israeliani. Se questo venisse risolto si ridurrebbero le sovvenzioni che l’Europa e gli USA danno all’Autorità Palestinese.” 

Secondo il dr. Muhammad Mustafa, presidente e amministratore delegato delle PIF, il costo dell’energia nei Territori Palestinesi Occupati è enorme. Quelli del petrolio e dell’elettricità rappresentano alcune delle maggiori spese dell’AP, dal momento che il 98% dell’energia elettrica nella West Bank viene da Israele. La situazione era simile prima che il CCC costruisse la centrale elettrica ( quando il progetto è fallito si è preso più del 50% delle azioni della Enron). Come mi ha rammentato la CCC, “prima che la centrale venisse costruita, nel 1999, il 50% di Gaza non possedeva affatto energia elettrica.” 

Il dr. Mustafa ha spiegato che per sfruttare il Gaza Marine sarebbero occorsi 800 milioni di dollari. Nessuna società energetica si sarebbe assunta un tale onere finanziario senza che si potesse trovare un acquirente stabile che accettasse di concludere un contratto a lungo termine in cui il prezzo del gas venga fissato a un costo che rappresenti il valore di mercato. Questo perché non appena il gas viene estratto deve essere venduto e trasportato alla sua destinazione finale. La porzione di gas che è destinata al mercato palestinese si sarebbe trasportata, via gasdotto, alla centrale elettrica esistente nella Striscia di Gaza e in quella in progetto nella West Bank. L’eccedenza di gas destinato all’esportazione si sarebbe trasportato per mezzo di una conduttura ad un impianto di trasformazione vicino alla riva (on-shore), ove verrebbe pressurizzato e super-raffreddato in modo da condensarlo in LNG (Liquefied Natural Gas). Una volta liquefatto il gas, lo si sarebbe spedito con navi cisterna verso i mercati esteri. Gli investitori avrebbero così ricuperato il denaro originariamente investito al fine di trarne un profitto. 

Secondo la CCC il piano migliore sarebbe quello di convogliare il gas a El Arish in Egitto, dove ci sono già due impianti di LNG di proprietà della BG Group, dell’Agip (una società italiana) e della Union Finosa (una società spagnola). Il gas potrebbe quindi venire super-raffreddato in LNG ed esportato in Giappone e in Corea in base a contratti a lungo termine. Una fonte interna al CCC mi ha riferito che aveva previsto che un contratto di tal genere avrebbe potuto spuntare 13 dollari per piede cubo, che è molto più di quanto sarebbero disposti a pagare gli israeliani o un qualsiasi altro paese europeo. 

Un ulteriore vantaggio del convogliare il gas a El Arish consiste nel fatto che sarebbe molto facile trasportarlo con un gasdotto breve da lì a Gaza e, tramite l’”Arab pipeline,” nella West Bank. L’”Arab pipeline” è già stato costruito e trasporta gas egiziano in Giordania. Questa conduttura potrebbe essere utilizzata anche per convogliare il gas nella West Bank. Dalla Giordania si sarebbe dovuto costruire solo un breve gasdotto per far confluire il gas nella West Bank. 

Tuttavia, anche se un acquirente degno di credito si impegnasse a sottoscrivere un contratto, per esportare il gas gli imprenditori avrebbero ancora bisogno dell’autorizzazione politica e di sicurezza da parte di Israele. Fin dal 2000 i successivi governi israeliani si sono sempre rifiutati di fornirla. In tal modo, gli imprenditori si sono trovati di fronte ad un ultimatum che è pari a un ricatto: o accettano di vendere il gas a Israele ad un prezzo inferiore a quello di mercato, o non lo vendono affatto. Come ha dichiarato Nabil Shaath al quotidiano Al Ayyam (7 giugno 2000), “C’è il desiderio da parte di Israele di confiscare il nostro gas che si trova nell’area sotto il controllo palestinese, ma ci opporremo a un tentativo di questo tipo. Abbiamo prove giuridiche che comprovano il nostro diritto e godiamo del sostegno del governo britannico, nostro partner in questo progetto relativo al gas.” Nonostante questo presunto sostegno, il progetto è rimasto fermo. 

Fino al 2009, Israele ha considerato i giacimenti di gas al largo delle coste di Gaza come essenziali per la propria sicurezza energetica, nonostante avesse scoperto i giacimenti di gas Yam Tethy (Tethys Sea) circa nello stesso tempo in cui erano stati individuati quelli al largo della costa di Gaza, in quanto gli Yam Tethy erano prossimi all’esaurimento. Dal 2009, Israele ha fatto grandi scoperte di gas nei giacimenti di Tamar e Leviathan. Tamar, che possiede 9 TCF di gas, è attualmente in fase di sviluppo e si prevede che inizi a produrre gas dal 2013. Esso fornirà gas sufficiente a soddisfare le necessità di Israele per i prossimi 25 anni. Leviathan contiene quantità di gas maggiori (circa 17 TCF) , ma è più lontano dalla costa di Israele e molto più costoso da sfruttare. Per Leviathan non c’è alcun piano di utilizzazione chiaro, ma quando questa andasse avanti, trasformerebbe Israele in un vero e proprio esportatore di gas. Perciò, Israele ha proprie quantità di gas e non ha bisogno di bramare i giacimenti al largo della costa di Gaza. Si può solo concludere che Israele continua a bloccare lo sfruttamento dei giacimenti di gas in quanto parte del suo blocco della Striscia di Gaza. 

Contromisure per l’OLP/AP da prendere in considerazione. 

Secondo alti funzionari dell’AP, questa ha chiesto ripetutamente all’ex primo ministro britannico Tony Blair, in quanto Rappresentante Speciale del Quartetto, di ottenere da Israele un impegno che permetta al consorzio di utilizzare i giacimenti di gas di Gaza.[3] A febbraio, il Quartetto ha proposto una serie di misure per alleggerire le restrizioni israeliane nei confronti dei palestinesi al fine di riavviare la fase di stallo dei colloqui di pace. A quanto pare queste comprendevano la concessione del via libera all’AP di procedere allo sfruttamento delle riserve di gas (Ma’an News Agency Report, 3 febbraio 2012). 

Tuttavia, al momento della scrittura, i colloqui di pace sono in fase di stallo – così come lo sfruttamento delle riserve di gas. Se Israele dovesse continuare a vanificare gli sforzi per utilizzare i giacimenti di gas di Gaza, le opzioni che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)/AP potrebbe prendere in considerazione sono varie. Se ritorna a quel consesso in quanto parte della strategia per diventarne uno stato membro, l’AP può considerare utile sollevare la questione del blocco israeliano di Gaza alle Nazioni Unite e dell’impatto che questo sta avendo sulle sue acque marittime, nonché sui palestinesi di Gaza,. Questo perché un aspetto fondamentale della statualità è la sovranità che ogni stato ha per diritto sul proprio territorio e sulle proprie acque marittime. Dal momento che i giacimenti di gas sono all’interno delle acque territoriali palestinesi, fatto che Israele non ha mai contestato, i palestinesi hanno il diritto di utilizzarli e di beneficiare del loro sfruttamento e commercializzazione. 

Secondo il diritto internazionale, ogni Stato che abbia una linea costiera ha il diritto a una Zona Economica Esclusiva (ZEE) che si estende fino a 200 miglia nautiche dalla linea base, all’interno della quale gli stati costieri godono di pieni diritti in relazione alle risorse naturali. [4] Di conseguenza, una valida azione che la Palestina potrebbe intraprendere, oltre a quella di diventare membro di altre organizzazioni internazionali come l’UNESCO, sarebbe quella di aderire alla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. 

L’OLP/AP può anche ritenere utile portare la questione davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sotto forma di risoluzione in cui chiede a Israele di rinunciare al suo controllo sulle acque territoriali palestinesi e invita gli Stati terzi a non aiutare Israele nel valorizzare i suoi propri giacimenti di gas fino a che questi non abbia onorato gli accordi conclusi col l’AP durante gli anni di Oslo e con il consorzio per lo sfruttamento del gas del 1999. Questo potrebbe creare un certo slancio a livello internazionale necessario per esercitare pressione su Israele affinché ponga fine al blocco della utilizzazione dei giacimenti. L’Assemblea Generale può anche ritenere utile raccomandare delle contromisure nel caso in cui Israele decidesse di violare la sua risoluzione, soprattutto perché il gas naturale è una merce utile solo se gli stati sono disposti ad acquistarlo. Se i giacimenti devono diventare un dono per il popolo palestinese e non una maledizione, una pressione di questo tipo può essere la migliore linea di condotta da assumere nei confronti di Israele in quanto parte della richiesta per l’autodeterminazione, la libertà, la giustizia e l’uguaglianza. 

[1] L’accordo è coerente con i contratti stipulati tra le compagnie energetiche in ogni parte del mondo secondo i quali i dividendi derivati dallo sfruttamento delle risorse naturali è di norma diviso 50/50 con il partner proprietario. 

[2]   Un rapporto pubblicato su The Times (“Arafat lights flame for BG gas find”, September 28, 2000, p 32) afferma che la BG Group ha sottoscritto un accordo sia con Israele che con l’AP. 

[3]   L’Ufficio del Rappresentante del Quartetto dovrebbe “costruire le istituzioni e l’economia per un futuro Stato palestinese”, http://www.quartetrep.org/quartet/pages/about-oqr/ . Ho fatto ripetute richieste all’ufficio di Tony Blair a Londra per indagare su questi vincoli ma mi è stato detto che Blair era troppo occupato per rispondere al proposito. 

[4]   La Corte Internazionale di Giustizia nel Caso Piattaforma Continentale Libia/Malta (1985) ha confermato che la ZEE è diventata parte del Diritto Consuetudinario Internazionale. Vedere RR Churchill e AV Lowe, La legge del mare. (Manchester: Manchester University Press,1999) pp 160-161. 

Victor Kattan è il direttore del Programma di Al-Shabaka. E’ autore di “From Coexistence to Conflict, International Law and the Origins of the Arab-Israeli Conflict, 1891 –1949” (London: Pluto Books, 2009) e di “Palestine Question in International Law” (London: British Institute of International and Comparative Law , 2008) 

(tradotto da mariano mingarelli)

 

 


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