di IKA DANO

Beit Sahour (Cisgiordania), 15 Marzo 2012, Nena News - Ottomila i minori arrestati da Israele negli ultimi 10 anni. Oggi, sono in 170 in prigioni israeliane, di cui 26 tra i 12 e i 15 anni. Le violenze fisiche e mentali a cui vengono sottoposti al momento dell’arresto, indipendentemente dalla durata della detenzione, hanno consequenze a lungo termine sulla loro integrità mentale. E si ripercuotono negativamente sull’interazione familiare e sociale. Questi i risultati dell’ultimo report publicato martedì scorso dall’organizzazione internazionale Save the Children.
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Nel 2000, un documento ufficiale delle autorità israeliane pubblicato su ingiunzione della Corte Suprema rendeva pubblico per la prima volta l’uso di metodi di tortura su prigionieri palestinesi arrestati durante la Prima Intifada (1987- 1993). Secondo l’organizzazione per i diritti dei prigionieri Addameer, l’uso di tortura fisica è lievemente calato dopo la restrizioni legali imposte dalla Corte nel 1999. Ma “la pressione fisica moderata” rimane legale, e ampiamente impiegata anche contro prigionieri minorenni.

Tre anni di studi condotti da Save the Children e dalla YMCA – parte del progetto di Riabilitazione Post-traumatica per Bambini Ex-Detenuti in Cisigiordania – su un campione di 292 minori di 18 anni, rivelano che il 98% è stato vittima di violenze sia al momento dell’arresto che in prigione, riportando nel 90% dei casi disordini psicologici post-traumtici (PTSD).

Di diversa natura le violazioni perpetrate, definite tali sulla base della Convenzione UN sui Diritti del Bambino (CRC) del 1989 e della Convenzione contro la Tortura (CAT) – firmata e ratificata dallo Stato di Israele nel 1991. Il diritto internazionale assicurerebbe innanizututto l’applicazione di una legislazione speciale per i minori, definiti tali sino all’età di 18 anni. Per Israele, però, i Palestinesi sono bambini solo fino ai 12 anni, e la maggior parte dei gli ordini militari applicati nei Territori Occupati non fa alcuna distinzione tra bambini over 12 e adulti. Violazione del diritto ad un processo equo, ad adeguate condizioni di vita in prigione, e del diritto di non essere vittima di torture e trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Questi i tre punti principali analizzati dal report sull’ “Impatto della detenzione di bambini nei Territori Palestinesi Occupati”.

Save the Children denuncia processi senza avvocato ai quali i genitori non possono partecipare, confessioni in ebraico che i minori vengono obbligati a firmare pur senza comprendere, carenza di assistenza medica, celle malsane e sovraffollate di minori stipati insieme a prigionieri adulti, e casi di minori tenuti in tende in estate come in inverno.

Tante le testimonianze raccolte: “Non sono mai stato informato sul mio capo di accusa (…)”- viene riportato un bambino ex-detenuto. Gli fa eco un altro, che descrivendo il momento del processo, dichiara di come non abbia mai visto nè un giudice, nè un avvocato.

Un’altra voce continua: “Ho problemi respiratori, in prigione mi sono ammalato (…) ma la mia richiesta di poter farmi visitare da un dottore non è mai stata accolta”. Isolamento e impossibilità di contatto con la propria famiglia vengono riscontrati in diversi casi: “Sono stato per 20 giorni (alla prigione di, ndr) Jalameh in una cella buia senza luce del sole, e non mi hanno mai lasciato uscire”. E ancora: “Ai miei genitori è stato permesso visitarmi una sola volta, ma non li ho potuti vedere, perchè proprio quel giorno sono stato trasferito”.

Altro capitolo affrontato nel rapporto, la violazione del diritto di non essere vittima di torture, trattamenti curdeli, inumani e degradanti. “Abusi fisici e mentali, come botte, deprivazione del sonno, isolamento e minaccie di abuso sessuale o imprigionamento a tempo indefinite – si legge – sono metodi spesso usati contro bambini Palestinesi, sia per estorcere confessioni che dopo avvenuta confessione”.

E se anche il numero di bambini soggetti a minacce psicologiche è più alto dei casi di violenza fisica, l’esperienza dell’arresto e della detenzione lascia tracce indelebili sulla personalità del minore, indipendentemente dalla durata della detenzione.

“Mio padre è stato zittito (al momento dell’arresto, ndr) – così Save the Children riporta la voce di uno dei minori – non gli era permesso parlare. Non dimenticherò mai le grida e i pianti dei miei fratellini di 6, 8 e 10 anni quando hanno visto come mi bendavano gli occhi e ammanettavano davanti a loro”. Secondo l’organizzazione questa sarebbe solo una delle testimonianze di diversi ragazzi sui tredici anni arrestati durante le operazioni di arresti di massa attuate dall’esercito israeliano in Cisgiordania e a Gaza. Solo nel 2010, sono stati 1.200 i bambini arrestati perchè sospettati di aver lanciato pietre contro le autorità israeliane. Il più giovane – detenuto a Gerusalemme Est – ha 7 anni.

E l’impatto della detenzione infantile – spiega la ricerca – va al di là della dimensione individuale. Le famiglie si dimostrano spesso iperprotettive verso i bambini ex-detenuti, specialmente se femmine, erodendo le possibilità di un approcio indipendente alla propria vita futura. La perdita di fiducia verso la comunità di provenienza è accompagnata dal fenomeno di stigmatizzazione degli ex-detenuti da parte della comunità stessa.

Secondo le famiglie intervistate da Save the Children/YMCA, “la crescita del tasso di detenzione giovanile è un mezzo utilizzato da Israele per far perdere ai bambini e alle loro famiglie il senso di sicurezza e benessere”. Danneggiando così lo sviluppo delle generazioni future.

Parlando di possibili soluzioni, il direttore dell’OCHA – Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari – Philippe Lazzarini, tira le somme: “La risposta umanitaria, per quanto importante, non è la soluzione, perchè perpetua l’umiliante senso di dipendenza di parte della popolazione palestinese verso la comunità internazionale. Niente potrà sostituire una soluzione politica che metta le basi per un futuro di pace, stabilità e prosperità”. Nena News