Analisi: la normalizzazione della sinistra israeliana

AIC - Alternative Information Center
20.01.2012
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Analisi: la normalizzazione della sinistra israeliana

di  Michael Warschawski
 

Parte II della serie di articoli sul concetto di normalizzazione. Con una stretta di mano, il presidente egiziano Anwar Sadat ha spezzato il boicottaggio di normalizzazione con Israele.

Mentre il resto del mondo arabo e i palestinesi, per la maggior parte, avrebbero continuato a resistere contro la normalizzazione, la sinistra israeliana  l'ha appoggiata negli anni successivi alla firma degli Accordi di Oslo, ed è così nata un'industria basata su programmi “people- to-people". 

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Il presidente egiziano Anwar Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin si stringono la mano (foto: Archivio degli Stati Uniti, diritti d'autore scaduti)
 


L'accordo di pace tra Egitto e Israele, che è stato firmato dal presidente egiziano Anwar Sadat e il primo ministro israeliano Menachem Begin nel 1979, simboleggiava una parziale fine al boicottaggio di normalizzazione con Israele. Inutile dire che i palestinesi hanno considerato quest'azione una pugnalata collettiva alla schiena. Gli arabi lo hanno visto come un tradimento ed l'accordo è stato respinto a gran voce in tutta la regione, Egitto compreso. Quando il presidente Sadat è stato assassinato due anni dopo, ha pagato con la vita questo tradimento.

Tuttavia la rottura era avvenuta e, nonostante la successiva criminale invasione israeliana del Libano, l'accordo di pace con l'Egitto ha segnato una nuova era nelle relazioni tra Israele e il mondo arabo.

L'organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) è diventata una forza trainante nella campagna contro la normalizzazione, affermando, con l'appoggio della grande maggioranza dell'opinione pubblica araba, che fino a quando sarebbe continuata l'occupazione e fino a quando i rifugiati non avrebbero ottenuto il diritto al ritorno, non ci sarebbero potute essere relazioni normali con Israele. La stessa OLP, però, durante il Consiglio Nazionale del 1988 ha fissato le condizioni per l'eventuale riconoscimento dello stato di Israele, che alla fine si materializzò nella Dichiarazione di Oslo del Principi (DOP). Anche se la DOP è stata una questione di (reciproco) riconoscimento, l'obiettivo fissato da Yasser Arafat è stato trasformato in una relazione normalizzata con lo Stato di Israele.

Per la maggior parte del cosiddetto "partito della pace" israeliano, Oslo è stata una vittoria storica sulla strategia araba anti-normalizzazione. E a ragione: la politica di potere coloniale combinata all'appoggio della comunità internazionale ha, con successo, costretto l'OLP a riconoscere uno stato che è stato creato sulla distruzione della patria palestinese, e l'ha costretta ad accettare quello che chiamano un "compromesso storico", a scapito di una parte dei loro diritti legittimi. La sinistra sionista era in prima linea durante questi tentativi di normalizzazione, che hanno portato loro legittimità ... e tanti finanziamenti.

Il programma "People to People" ed iniziative simili sono diventate di moda negli anni '90, ed è fiorita un'industria di "dialoghi" e di falsa cooperazione, con la parte israeliana - meglio organizzata e con miglior collegamenti internazionali – che otteneva la maggior parte dei finanziamenti e del potere decisionale.

In un decennio, gli attivisti palestinesi della società civile hanno capito che, nonostante le loro reali speranze nella normalizzazione – cioè la fine dell'occupazione militare israeliana - gli israeliani nella realtà non erano disposti a nessun compromesso. "Normalizzazione con l'occupazione? No grazie" è diventata la nuova risposta della società civile palestinese ai patetici tentativi dei normalizzatori professionisti israeliani che avevano tratto guadagni grazie all'industria del "people to people”.
Così i normalizzatori professionisti israeliani hanno dovuto re-inventarsi le loro attività. Alcuni si sono dati agli affari, altri hanno deciso di dare consulenza, stile Nazioni Unite, ai palestinesi e di fornire loro strumenti per convincerli quanto fosse sbagliato rifiutare il dialogo e la normalizzazione con Israele, o almeno con gli attivisti israeliani. Che progetto colonialista: essere un occupante, e allo stesso tempo, pretendere di educare l'occupato su come debba gestire la relazione con l'occupante....per il proprio bene, ovviamente.

Recentemente, il quotidiano “Al-Quds al-Arabi” ha pubblicato un articolo del leader di Fatah di Gerusalemme Hatem Abdel Qader, in cui egli dichiara l'appoggio di Fatah al boicottaggio delle riunioni israelo-palestinesi. Mentre questa non è una novità, l'articolo ha provocato una reazione critica da parte di Gershon Baskin, uno dei leader professionisti  del settore della normalizzazione (sito web del Jerusalem Post, 19 dicembre 2011). Una lettura approfondita delle teorie di Baskin mette in luce l' oscena arroganza dei normalizzatori israeliani, anche se bisogna ammettere che Baskin è un caso estremo e quasi patologico.

Patologica a causa dell'inflazione di "Io": "Io ho poca fiducia in Al-Quds al-Arabi", "io non ho sentito o visto una decisione ufficiale di Fatah di boicottare gli incontri con gli israeliani", "io credo che sarà un altro errore sfortunato da parte dei palestinesi "," io ho chiesto ad amici palestinesi che appoggiano questa forma di anti-normalizzazione, come pensano di portare avanti questa lotta, non solo parlando con me"," io devo ancora trovare un sostenitore dell'anti-normalizzazione in grado di rispondere alla domanda”, “se io fossi un palestinese, cercherei ... ", "come io ho cercato il dialogo "," io personalmente non chiedo di parlare ai palestinesi di parlare con i coloni ... " etc, etc.

Ma lasciamo da parte la patologia e affrontiamo la questione politica.

Sapevamo già che Baskin aveva rilasciato Gilad Shalit e aveva re-inventato la politica americana in Medio Oriente. Ora sappiamo anche che intende cambiare la politica di Fatah, di fatto ponendo fine alla sua strategia di anti-normalizzazione: convincendoli che parlare o incontrarsi con attivisti pacifisti israeliani accelererà la realizzazione dei loro obiettivi politici.

Se Baskin avesse ascoltato il "suo amico" Hatem Abdel Qader, e non solo se stesso, avrebbe dovuto rispondere alla domanda "perché?". Nella realtà, l'opinione pubblica israeliana si è spostata a destra, il “partito della pace” è quasi scomparso, e il massacro della popolazione di Gaza nel 2009-2010 ha ottenuto, per un po ', l'appoggio di Peace Now e di Meretz – i grandi nomi del “partito della pace” israeliano.

Quindi, Hatem Abdel Qader avrebbe chiesto a Baskin: perché dividere il Movimento Nazionale Palestinese e persino lo stesso Fatah sul tema della normalizzazione quando non possiamo ottenere nulla in cambio? Durante l'invasione del Libano nel 1982-1985 o durante l'Intifada (1987-1990), un movimento pacifista di massa si è schierato con parte delle richieste palestinesi e ha sostenuto la loro lotta. Ha aiutato la causa palestinese e, quindi, ha meritato di essere preso in considerazione e di essere rafforzato con vari strumenti, tra cui sessioni di dialogo, che tuttavia erano spesso umilianti per i palestinesi a causa del comportamento colonialista dei loro "partner" israeliani.

Ma oggi? Cosa possono dare Gershon Baskin e altri "normalizzatori di sinistra" a Fatah e agli altri palestinesi per giustificare quello che il pubblico palestinese considera "una normalizzazione dei rapporti con il nemico"? Come possono convincere i palestinesi che questa volta non ci sarà ancora un altro tradimento e un riallineamento del consenso nazionale israeliano, come è avvenuto tante volte in passato?  


Tradotto in italiano da Marta Fortunato per l'Alternative Information Center (AIC)

 

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