Manodopera ebraica: lavori per soli ebrei

The Jerusalem Post
25.04.2011

http://www.jpost.com/JerusalemReport/Israel/Article.aspx?id=217772

Lavori per (soli) ebrei

di Shula Kopf

                                               jewish jobs

Inserzioni pubblicitarie discriminatorie sottolineano il problema ancor più rilevante e diffuso della discriminazione contro gli Arabi israeliani nei luoghi di lavoro.

 

Tutto ha avuto inizio con il lavello intasato della cucina in casa di Ron Gerlitz a Srigim, un moshav vicino a Beit Shemesh, a ovest di Gerusalemme. [N.d.tr.: un moshav è un tipo di comunità agricola cooperativa costituita da singole fattorie, istituita dai sionisti socialisti durante la seconda ondata di immigrazione ebraica all’inizio del XX secolo]. Sua moglie, in gravidanza di 39 settimane, insisteva che lo riparasse immediatamente e allora Gerlitz cominciò a scorrere le pagine del Zahav Dapei, l’equivalente israeliano delle Pagine Gialle.
Quello che trovò procurò uno strappo al suo equilibrio.

“Quando consultai la sezione degli idraulici, trovai che molti si proponevano con lo slogan ‘avoda ivrit’ [manodopera ebraica]. Rimasi sconvolto. Era del tutto chiaro quello che si voleva significare – da noi lavorano solo Ebrei – non Arabi. Questo era proprio scandaloso!”

Gerlitz, co-direttore esecutivo di Sikkuy, una organizzazione non governativa che si propone di promuovere la parità tra Arabi ed Ebrei, ha trovato altri cinque di tali annunci in altrettanti minuti.

Poche settimane più tardi, Gerlitz presentava la sua scoperta in un incontro bi-mensile di un forum chiamato “Shutafut Sharakah”, istituito nel 2009 da 10 organizzazioni della società civile impegnate per il progresso dei valori democratici e la promozione di una società equa e condivisa per tutti i cittadini di Israele.

I membri partecipanti al forum decidevano di dare voce pubblica alla questione, al fine di mettere in piena luce il più ampio problema della discriminazione contro gli Arabi israeliani nei luoghi di lavoro.

Secondo Gerlitz e gli altri, il fatto che ci fossero solo poche decine di tali annunci tra gli oltre 40.000 nelle Pagine Gialle non attenuava questo vetriolo discriminatorio.

Gerlitz riferisce al Jerusalem Report: “ Il problema più grande, naturalmente, è che la gente discrimina gli Arabi senza tanta pubblicità. Se si vuole cambiare la società, si dovrà prima rendere il razzismo illegittimo. Se è lecito pubblicare qualcosa del genere in Dapei Zahav, allora questo dà legittimazione a non dare lavoro agli Arabi.” 

Raluca Ganea, coordinatrice dell’ufficio stampa per il forum, ha promosso un’inchiesta sugli annunci telefonando alle imprese e fingendo di essere alla ricerca di un idraulico.

La Ganea riferisce a The Report: “Chiedevo cosa significasse avoda ivrit. La loro risposta era molto chiara e diretta. ‘Noi non assumiamo manodopera araba, solo Ebrei.’ Questo fa assumere maggior credibilità alle imprese che non assumono Arabi.”

Ganea ha scritto una lettera a Dapei Zahav, una società condotta da privati, ha parlato con un suo rappresentante al telefono, e dichiara: “ Hanno affermato di essere solo un mezzo di comunicazione e di non essere responsabili per quello che viene pubblicato nella loro guida. Si dichiarano del tutto incolpevoli e rigettano qualsiasi responsabilità. Questo non è un problema legale, è una questione di pubblica responsabilità. Quando noi permettiamo questo tipo di annunci, diamo legittimità al razzismo.”

Il portavoce di Dapei Zahav, Benny Cohen, ribadisce che queste proteste riguardanti gli annunci sono un "prendersela con chi non c'entra". In una e-mail a The Report, risponde: “Il razzismo è ripugnante e Dapei Zahav lo condanna con tutta la forza. Ma bisogna tenere presente che l’espressione avoda ivrit (manodopera ebraica) non è stata resa illegale ... non c’è ragione di indignarsi con Dapei Zahav. L’indirizzo giusto per affrontare il problema di queste inserzioni, al fine di sradicare il razzismo, è quello di presentare una denuncia al Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro o alla polizia, perché saranno loro a decidere se il cliente si pubblicizza in modo illegale.”
Tziona Koenig-Yair, membro della Commissione per le pari opportunità di impiego del Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro, osserva che la questione della legalità delle inserzioni non è del tutto chiara: “È illegale la discriminazione contro i lavoratori arabi, ma se viene messo un annuncio per assumere lavoratori ebrei come idraulici, e non è possibile dimostrare che l’essere Ebreo rappresenti un criterio vincolante per ricevere il lavoro, allora questo è discriminatorio!

Comunque non sono quelli di Dapei Zahav i datori di lavoro. Loro sono quelli che mettono a disposizione gli spazi pubblicitari e la legge discute la responsabilità dei datori di lavoro e non dei pubblicisti.”

Tuttavia, la Tziona non toglie completamente dall'imbarazzo Dapei Zahav: “Anche se loro sono solo quelli che pubblicano le inserzioni, sono anche soggetti alle leggi di Israele e dovrebbero assumersi una certa responsabilità per quello che vanno pubblicizzando.”

Gerlitz non potrebbe essere più d’accordo: “Siamo sicuri che non avrebbero pubblicato annunci che affermassero l’esclusione di donne o Etiopi. Nel mondo di oggi, le grandi aziende devono assumersi la responsabilità sociale. Le inserzioni che pubblicizzano che un’impresa non assume Arabi ci ricordano cose spiacevoli della nostra storia.” 

Oz Almog, professore di Studi Israeliani all’Università di Haifa, ci rammenta che l’espressione avoda ivrit ha una connotazione storica specifica ed era entrata nel linguaggio comune durante il periodo della Seconda Aliyah (immigrazione ebraica in Israele), tra il 1904 e il 1914, che aveva visto l’arrivo di circa 40.000 Ebrei nella Palestina ottomana. I nuovi arrivati ​​cercavano posti di lavoro nelle piantagioni agricole degli Ebrei arrivati in precedenza, ma costoro preferivano assumere braccianti arabi più economici e più competenti nei lavori agricoli. Alla fine, i nuovi immigrati si sindacalizzarono con successo sotto la bandiera della avoda ivrit.

Almog aggiunge che l’ideologia predominante sosteneva che il lavoro dato agli Ebrei era vitale per la rinascita nazionale e che gli Ebrei dovevano “riscattare” se stessi mediante la costruzione di un nuovo tipo di società ebraica. Il lavoro manuale veniva prescritto come buona terapia per gli Ebrei come individui e come popolo. Per il leader pre-Stato David Ben-Gurion, il lavoro ebraico “non è un mezzo ma un fine sublime”, e intorno al 1920 si appellava per un lavoro ebraico nel complessivo sistema economico.

Oz Almog riferisce a The Report:

“Era un simbolo essenziale del sionismo creare un Ebreo nuovo, autosufficiente, indipendente. In quel periodo avevamo bisogno di avoda ivrit per la nostra sopravvivenza. Era il simbolo dell’ideale della costruzione di un nuovo attore, di un Ebreo nuovo, attivo, non passivo. Il punto di forza del popolo ebraico si basava sulla sua capacità intellettuale. La cultura ebraica non ammirava le attività fisiche, ma piuttosto quelle spirituali e dell’intelletto. L’idea che stava dietro alla avoda ivrit era che gli Ebrei non sarebbero stati più gli Ebrei della Diaspora, pallidi, passivi, commercianti o intellettuali, ma invece Ebrei con i piedi per terra, in grado di costruire le cose con le proprie mani. 

Durante il Mandato britannico, le economie degli Ebrei e degli Arabi erano separate.

Il sistema economico ebraico si caratterizzava per la presenza di un potente sindacato – l’Histadrut. [N.d.tr.: L’Histadrut, organizzazione sindacale sionista dei lavoratori ebrei di Palestina, nacque con lo scopo di proteggere gli interessi degli operai ebrei e agì in tutto il periodo compreso fra le due guerre mondiali sotto la guida politica della sinistra sionista. Dopo la costituzione nel 1948 dello Stato di Israele, grazie alla sua stretta collaborazione con le istituzioni israeliane, otterrà il riconoscimento di importanti diritti per i lavoratori, quali il diritto di organizzazione, di sciopero, e quello ad una pensione di anzianità. Grazie ai suoi circoli, seminari e organi di stampa manterrà la sua politica centrale all’interno delle istituzioni israeliane. Estratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Histadrut]

Il settore arabo era rimasto arretrato con notevole disparità fra le comunità urbane e rurali, tra i proprietari terrieri e i senza terra.

Esistevano grandi differenze fra i salari per gli Ebrei e gli Arabi.

Nel 1930 il Rapporto Hope-Simpson, che esaminava la questione della futura immigrazione in Palestina, stigmatizzava la politica ebraica del lavoro per la disoccupazione nel settore arabo. Gli agricoltori arabi licenziati dopo gli acquisti di terreni da parte degli Ebrei non potevano trovare lavoro nelle imprese ebraiche. Ma anche l’Esercito Britannico pagava salari in misura differenziata tra Ebrei e Arabi.

L’Histadrut, pur sostenendo il principio del “lavoro per gli Ebrei”, contrastava la discriminazione salariale nei confronti degli Arabi da parte dell’amministrazione del Mandato. Dopo la fondazione di Israele, il principio del “lavoro per gli Ebrei” cominciò ad attenuarsi, quando gli Arabi divennero membri della Histadrut e beneficiarono delle prestazioni sociali", sostiene Almog. 

"Sebbene il mercato del lavoro israeliano si fosse aperto ai lavoratori arabi, per costoro il salario andava a situarsi nella parte inferiore della scala dei valori salariali: agli Arabi erano riservati i lavori nell’edilizia e nei bassi servizi.

L’inferiorità economica veniva aggravata dal basso tasso di partecipazione al lavoro delle donne arabe, ancor oggi un fattore di ostacolo. Secondo la Commissione per le pari opportunità di impiego del Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro, nel 2009, il 57,9 per cento delle donne ebree lavorava, ma solo il 21 per cento delle donne arabe.

Esiste una correlazione tra la condizione delle donne e la ricchezza di una società", riferisce Almog.

"Esiste una netta correlazione tra femminismo e standard di vita. Nelle società arabe tradizionali siamo ancora in attesa di una evoluzione femminista. Queste società stanno cambiando gradualmente, ma c’è ancora tanta strada da percorrere, e se cambierà il loro approccio verso le donne, e le donne andranno ad occupare il loro posto legittimo nella società, si avrà un decisivo progresso nel mercato del lavoro. Questo sta già accadendo - il livello di istruzione delle donne arabe è superiore a quello degli uomini", racconta. 

Negli ultimi anni, la Knesset ha approvato una serie di leggi volte a prevenire la discriminazione contro gli Arabi. Pratiche di assunzione selettiva sono illegali secondo la “legge di parità sul lavoro”. Molti datori di lavoro, però, fanno riferimento a problemi di sicurezza derogativi nel giustificare assunzioni selettive.

Secondo Almog, l’idea di avoda ivrit non ha più un posto nella società israeliana. "È anacronistica”, riferisce

L’espressione può essere anacronistica, ma Shahira Shalaby, una donna araba che vive a Haifa, ne incontra le manifestazioni nella vita di ogni giorno.

Shalaby, che gestisce un programma di “condivisione sociale” in Shatil, una Ong che promuove il pluralismo in Israele, riferisce a The Report:

“Poche settimane fa, stavo passeggiando per il Carmel [il quartiere più esclusivo di Haifa] quando ho letto l’annuncio esposto da una piccola pizzeria con la seguente indicazione, ‘Si cercano camerieri, servizio militare effettuato’. Haifa è una città che presenta una popolazione mista fra Arabi ed Ebrei. Perché un cameriere doveva avere esperienza di servizio militare? Io faccio parte della minoranza che non fa il servizio militare!
Questa discriminazione fa parte del panorama, e quando è integrata nel paesaggio, si tende a non accorgersene più. Queste cose sono radicate e costruiscono la coscienza collettiva.

"Tendiamo ad essere indulgenti nei confronti di questi fenomeni che hanno sfumature di razzismo. Non prendiamo in seria considerazione queste piccole cose. Ma accade qualcosa che per me è preoccupante nella società israeliana, la nostra scarsa capacità di convivere con minoranze disturbanti, con i figli degli immigrati, con gli Etiopi, che va a sommarsi alla violenza contro le donne. Ad ogni episodio di questa natura, il problema ottiene i titoli di testa, e poi scompare. 

Avoda ivrit dà legittimità al razzismo. Si posiziona un gruppo al di fuori del panorama legittimo.”

La Koenig-Yair aggiunge che lottare contro fenomeni come le inserzioni avoda ivrit e portarli alla luce sta cambiando il dibattito pubblico in Israele. Secondo lei, gli annunci di assunzioni che elencano il servizio militare come requisito per il lavoro sono illegali, a meno che l’esperienza maturata nell’esercito sia direttamente rilevante per quel lavoro specifico.
La Commissione per le pari opportunità di impiego del Ministero dell’Industria, Commercio e Lavoro, diretta dalla Koenig-Yair, è stata insediata nel 2008 e prende in considerazione i casi presentati in precedenza presso i tribunali del lavoro.

Nel 2009, ad esempio, la Commissione ha assunto la difesa di 40 dipendenti arabi delle ferrovie, che erano stati allontanati da “Ferrovie di Israele” per non aver servito nelle Forze di Difesa israeliane. I lavoratori erano impiegati come casellanti ai passaggi a livello per evitare collisioni tra treni e veicoli, e questo compito non aveva alcuna attinenza con l’uso delle armi.

La Koenig-Yair dichiara: “Abbiamo presentato una memoria processuale “amicus curiae” con il parere che le azioni da parte di Ferrovie di Israele erano discriminatorie ed illegali, e il tribunale ha accettato il nostro parere professionale.” 

Nel 2010, solo il 2 per cento dei reclami presentati alla Commissione erano di discriminazione sulla base della nazionalità, ma,  aggiunge la Koenig-Yair: “Questo non è in alcun modo indicativo di quanto il settore arabo sia discriminato. Non c’è alcun dubbio nella mia valutazione che i mezzi di comunicazione nelle loro diverse manifestazioni si sono assunti il compito di sollevare la questione, come le commissioni della Knesset, il settore privato e varie Ong, e tutto ciò messo insieme sta cambiando il discorso nella società israeliana.”
Invece, Aiman Saif, direttore generale dell’Autorità per lo Sviluppo Economico del Settore Arabo nell’ufficio del Primo Ministro, considera le inserzioni avoda ivrit come un problema marginale.

A The Report Saif dichiara:

“Penso che sia solo una piccola percentuale della popolazione che crede in faccende come avoda ivrit. Il mio obiettivo rientra in una visione più grande. Sia sul fronte arabo che su quello ebraico abbiamo un reciproco interesse di convivenza e di sviluppo dell’economia, in modo che il nostro Paese crescerà ad un tasso più elevato in futuro. Siamo in presenza di cambiamenti significativi per quanto riguarda l’integrazione del settore arabo nell’economia israeliana. Posso riscontrare questo a livello governativo. Lo possiamo vedere nel settore privato con un aumento della preparazione e dell’interesse ad assumere gli Arabi e per gli investimenti nel settore arabo. Diverse società sono alla ricerca di investimenti nel settore arabo ed è una tendenza molto positiva che noi, come governo, dobbiamo rafforzare. E, naturalmente, tutte queste attività, alla fine, procureranno vantaggi per l’economia di Israele.” 

Raluca Ganea, che ha studiato il fenomeno avoda ivrit, trova un lato positivo della situazione: “Questo è un esempio molto fastidioso di razzismo, ma è qualcosa che sentiamo di poter cambiare rapidamente e pensiamo che siamo ad un buon inizio.”

Oggi il lavoro in agricoltura viene eseguito da lavoratori stranieri arrivati dalla Thailandia e il credo prevalente è quello di cercare il proprio “riscatto” nell’high-tech e nelle professioni piuttosto che nel lavoro manuale (come raccomandato dai primi sionisti). Ironia della sorte, gli idraulici sono tra i pochi Ebrei che ancora lavorano con le mani. 

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova) 

Commento del traduttore

Tutto l’articolo è incentrato sul fatto che in Israele vengono esclusi gli “Arabi” dai posti di lavoro, attuando forme di discriminazione razziale. Alcuni Israeliani si dimostrano indignati e sollevano il problema. Ricevono assicurazioni da membri governativi del tentativo da parte del governo israeliano di integrazione degli Arabi nell’economia di Israele, con pari diritti e pari opportunità.

A mio giudizio, l’articolo è tutto condito di grande ipocrisia. Ma come! Costoro non sono al corrente che Israele è lo Stato degli Ebrei, e non degli Arabi?

Durante i colloqui di Annapolis, Ehud Olmert, l’11 novembre 2007, rompendo con la tradizione dei suoi predecessori, poneva i suoi partner negoziali palestinesi davanti ad un ultimatum: accettare senza condizioni l’esistenza di Israele come “Stato ebraico”. Olmert dichiarava: “Non intendo in alcun modo trovare un compromesso sulla questione dello Stato ebraico. Ciò costituirà una condizione per il nostro riconoscimento di uno Stato palestinese”.

Questo preludeva chiaramente che nel territorio di Israele non era tollerata la presenza di non-Ebrei, tanto meno degli Arabi palestinesi, che chiaramente se ne dovevano andare via per non assoggettarsi ad una esistenza di non cittadino.

Il giorno dopo, egli confermava questi punti definendo il “riconoscimento di Israele come Stato per gli Ebrei” come “condizione sine qua non per tutti i negoziati. È assolutamente fuori discussione il fatto che Israele sia uno Stato degli Ebrei”. La leadership palestinese deve voler fare pace con Israele, inteso come Stato ebraico”.

Da allora le condizioni per i Palestinesi sono andate peggiorando, e questi “bravi” Israeliani si scandalizzano per le inserzioni discriminatorie e razziste. Non si rendono conto di vivere in uno Stato che applica alla lettera tutte le condizioni di una apartheid? Che vivono in uno Stato i cui governanti sono alla ricerca di realizzare uno Stato “in purezza”, contro tutte le dichiarazioni sui Diritti dell’Uomo che le Nazioni Unite vogliono far riconoscere in tante altre parti del mondo, ma non in Israele?

Sollevare tale questione ha il vantaggio di focalizzare finalmente l’attenzione su quello che costituisce il punto nevralgico del conflitto arabo-israeliano: il sionismo, il movimento nazionalista ebraico, un tema che come al solito viene volutamente ignorato.

 


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