La comunità dei Profughi Palestinesi del Cile

The Palestine Chronicle
16.03.2011

http://www.palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=16724

Storia della Comunità dei Profughi Palestinesi del Cile, Passato e Presente. 

di Douglas Smith 

In prima istanza, il Cile è probabilmente uno tra gli ultimi paesi che uno considererebbe, qualora cercasse di capire gli effetti, della Nakba - la Catastrofe -e la profondità dell’attuale crisi dei rifugiati palestinesi. Geopoliticamente, non potrebbe essere più distante dal conflitto e dal dislocamento imposto ai rifugiati palestinesi. Tuttavia, i recenti eventi, così come una lunga storia della più grande comunità palestinese al di fuori del Medio Oriente, raccontano una verità differente.
                          al-tanf_camp_iraq_map

 

Durante la primavera del 2008, 117 rifugiati palestinesi giunsero in Cile, fuggendo dagli orrori dell’invasione statunitense dell’Iraq, dove vivevano come rifugiati, essendo stati espulsi dall’esercito israeliano durante la Nakba del 1948. Dopo aver completato il loro programma di due anni di reinserimento, la questione dell’importanza del Cile all’interno della comunità mondiale dei rifugiati palestinesi, la loro lotta per il diritto al ritorno e per un trattamento equo prima della sua attuazione, è sempre più rilevante ed attuale.

Campo Profughi di AL-Tanf: uno spostamento senza fine 

Con le sue frequenti tempeste di sabbia, le temperature sotto zero di notte e caldo torrido di giorno, la minaccia costante di scorpioni e il traffico merci nelle vicinanze, non è stata una sorpresa che il campo profughi di Al-Tanf sia stato incluso “ nella classifica dei 5 peggiori campi profughi del mondo” secondo “Refugees International”.(1). Tuttavia, non è stata una pianificazione inadeguata che ha portato a queste condizioni il campo, ma piuttosto le cause vanno ricercate nelle politiche internazionali in corso nel Medio Oriente, e il rifiuto a garantire a certi rifugiati, dislocati per l’effetto di questa violenza, la libertà di attraversare i confini internazionali e mettersi in salvo. Molti di questi rifugiati sono palestinesi senza stato che sono stati espulsi dalle loro case dalle milizie sioniste nel 1948. Circa 5.000 di questi fuggirono da Haifa e dai villaggi circostanti, verso Baghdad e adesso si ritrovano nuovamente a dover ricominciare una nuova vita, in nuovi paesi, ancora più distanti dal posto che loro identificano come casa.   

Dopo l’invasione statunitense dell’Iraq del 2003, la violenza settaria ha aumentato l’instabilità del nuovo governo iracheno. In questo clima, i rifugiati palestinesi in Iraq sono divenuti gli obiettivi di questa violenza settaria, essendo loro considerati, spesso erroneamente, simpatizzanti di Saddam Hussein. Si sono così presto trovati loro stessi in una situazione, come per molte altre comunità in Iraq a quel tempo, in cui il loro quartiere veniva bombardato, i membri delle loro famiglie e i loro amici rapiti, torturati e uccisi. Molte delle torture sono state compiute dalle autorità governative. 

Sotto il regime di Hussein, i Palestinesi residenti in Iraq erano spesso trattati come capitale politico nei discorsi del regime iracheno sulle politiche medio - orientali di più ampia scala, così come una fonte di disordine interno. Sostanzialmente, subito dopo essere salito al potere, Hussein dichiarò pubblico supporto alla resistenza palestinese e garantì ai Palestinesi residenti in Iraq pressoché gli stessi diritti dei cittadini iracheni. Tuttavia la loro accettazione all’interno della società irachena alimentò solamente un risentimento, specialmente all’interno della maggioranza sciita che, al pari di altri gruppi etnici e religiosi emarginati, fu spesso l’obiettivo di una brutale repressione governativa.

 Tuttavia, nonostante il supporto e il riconoscimento che i Palestinesi hanno ricevuto, i documenti di viaggio rilasciati ai Palestinesi dal regime di Hussein all’epoca, non sono mai stati riconosciuti da nessun altro stato, compreso il nuovo governo iracheno. Pertanto, quando cercarono di fuggire verso paesi confinanti, assieme a così tanti altri iracheni, vennero respinti sia sul confine siriano che con quello giordano. E così campi profughi come quello di Al Tanf, dove vivevano i 117 Palestinesi ora ristabilitisi in Cile, vennero spontaneamente creati dai profughi nella “terra di nessuno” tra Iraq e Siria, nella quale più di 1.300 profughi hanno finito col languire per anni fino alla sua chiusura nel Febbraio 2010.

In sostanza, sebbene tale comunità fosse costituita in gran parte da profughi della Nakba del 1948, in essa erano presenti in maniera minoritaria anche gruppi di Palestinesi in fuga dall’occupazione di West Bank del 1967 e di Palestinesi espulsi dal Kuwait nel 1991, cosa questa che sta a indicare di come alcune di queste famiglie abbiamo sperimentato l’evacuazione forzata per la terza o quarta volta in meno di 60 anni. 

Solidarietà locale e internazionale 

L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR),che ha dato sostegno al campo isolato, per l’approvvigionamento di tutte le sue forniture di acqua e cibo, si è adoperato per cercare di trovare paesi ospitanti per i palestinesi profughi dall’Iraq e stabilitisi ad Al Tanf. E’ stato a quel punto che l’attivista per la solidarietà palestinese e il regista di documentari, Adam Shapiro, si è sentito coinvolto e ha iniziato a dialogare con persone di potenziali paesi ospitanti per facilitare il loro reinserimento. Uno di questi paesi è stato il Cile, dove c’è stato più supporto di quanto se ne potesse aspettare inizialmente. 

In Cile, un paese che ha sofferto ondate di sfollamenti, dopo che migliaia dei suoi cittadini vennero esiliati durante la dittatura di Augusto Pinochet, instaurata a seguito del golpe militare sostenuto dall’Occidente, l’UNHCR ha trovato una genuina simpatia e comprensione presso l’allora recentemente eletto governo socialista del Presidente Michel Bachelet. “ Molte persone del governo Bachelet (incluso il Presidente) hanno anche sperimentato l’esilio e la tortura sotto il regime di Pinochet” ha detto Shapiro, dopo aver parlato con persone del governo cileno. (2). Un esempio eloquente è il senatore della Sinistra Alexandro Navarro, che vanta un curriculum di lotte per popolazioni sistematicamente oppresse come gli indigeni Mapuche del Cile. 

E così, dopo mesi di incontri organizzativi, 117 Palestinesi, dal campo profughi di Tanf, sono atterrati a Santiago, Cile – la prima metà ad Aprile e la seconda a Maggio del 2008 – per una serie di grandi celebrazioni di benvenuto, per tutto il centro del paese, sottolineando in questo modo il fatto che il Cile sia stato il primo stato in assoluto ad appoggiare il programma di reinsediamento. 

Nella “Intervista con Yasna Mussa”, quando un giornalista della Federazione Palestinese del Cile, le ha chiesto che cosa significassero per lei i recenti programmi di reinsediamento in Cile, ha detto che, da un lato, la comunità palestinese apprezza la solidarietà del Governo, ma anche ha spiegato, che “ciò non è abbastanza; non è abbastanza quando si continua a siglare accordi commerciali e perfino di sicurezza con lo stato di Israele, mentre i cittadini cileni di origine palestinese) sono maltrattati alla frontiera e non hanno il permesso di entrare in Palestina, soltanto per la loro origine araba. Questo è razzismo.” (3) 

La lunga storia della comunità palestinese cilena. 

Le prime immigrazioni di Palestinesi in Cile risalgono alla fine dell’Ottocento. Molti dei primi immigrati erano mossi da interessi economici che variavano da ricerca di nuovi affari per alcuni, a una via per uscire dalla povertà per altri. Da quel momento i Palestinesi sono diventati una parte integrante della società cilena, nella quale in molti oggi tengono posizioni rilevanti, a livello economico e politico.

Sebbene la gran parte della comunità palestinese in Cile provenga da quest’epoca, il fatto che esista già una consolidata comunità palestinese in Cile, ha incoraggiato molti Palestinesi a cercarvi rifugio. Le prime tracce di questa comunità si posso far risalire ai Palestinesi che rifuggirono dalla coscrizione militare obbligatoria dell’Impero Ottomano all’epoca della Prima Guerra Mondiale. Due successive ondate di immigrazioni si verificarono dopo la Nakba del 1948 e la conseguente occupazione del 1967, durante la quale Israele prese il controllo di tutta la Palestina del Mandato. 

Il numero totale di Palestinesi presenti in Cile varia, a seconda delle fonti dati, tra i 250.000 e i 400.000. La gran parte degli appartenenti alla comunità palestinese del Cile è Cristiana Ortodossa, proveniente da Beit Jala e altre città e villaggi del distretto di Betlemme. Anche se poco si sa del numero di Palestinesi che sono giunti come rifugiati, sarebbe ragionevole pensare che siano alcune migliaia. 

Vita da Rifugiato in Cile 

Camminando per le strade di Rio de Janeiro nel Barrio Patronato, si è circondati da attività palestinesi, tra cui un ristorante Felafel, un negozio di dolci arabi e un caffè chiamato “Cafè Hamule”. Era qui che Bassem,uno dei Palestinesi arrivati dall’Iraq nel 2008, stava lavorando dietro il bancone. Anche molti altri hanno trovato lavori simili, rifornendo con dolci e cibi fatti in casa altri ristoranti della comunità che li volevano raccogliere attorno a loro, attraverso attività per alcuni di loro a conduzione famigliare. Per altri, invece, trovare una fonte di sopravvivenza non è stato così semplice. Sebbene pressoché ognuno di questi nuovi aggiunti alla comunità palestinese potesse tracciare le proprie radici fino ad Haifa e ai suoi dintorni, i loro profili professionali e di formazione, spaziavano tra quelli che erano professori universitari a quelli che sapevano a mala pena leggere e scrivere. 

Il programma di reinsediamento realizzato in cooperazione tra il governo cileno e l’UNHCR consisteva in un supporto finanziario mensile per le spese di vitto e alloggio, commensurati ai bisogni e alla grandezza delle famiglie, e in altri programmi volti a supportare i rifugiati nel loro insediamento nel nuovo ambiente. Inizialmente, sebbene molti di loro avessero già trovato sistemazioni più durature, gli venne concessa ospitalità in quattro differenti quartieri: due nei distretti di Recoleta Santiago e di Ñuñoa, e due nelle più piccole città di La Calera e di San Felipe. 

Tuttavia, sul campo, il sostegno effettivo è stato fornito da una istituzione chiamata Vicariato di Solidarietà (Vicaría de la Solidaridad). Questa è un’ organizzazione della comunità fondata e collegata alla Chiesa Cattolica, che è unica in Cile. E’ nata a seguito della difficile situazione che i Cileni dovevano fronteggiare durante la dittatura, situazione nella quale molte altre organizzazioni per i diritti civili venivano messe al bando o costrette a lavorare in clandestinità. Da quel momento, il Vicariato è stato fondamentale nel dare supporto giorno per giorno ai rifugiati in Cile e di conseguenza è stato scelto per prendere parte al programma di reinsediamento per conto dell’UNHCR.. 

Ishaq El-Masou,uno degli interpreti del Vicariato che ha lavorato direttamente con i rifugiati, che è anche Palestinese ed arrivò in Cile dopo il 1967, ha parlato a lungo in merito alle difficoltà incontrate al loro arrivo. Anche il supporto dalla comunità palestinese in Cile, che in un primo momento si presentò in massa per dare il benvenuto e un aiuto ai rifugiati – ha spiegato – fu come se “ una luna di miele fosse terminata” per indicare come in poco tempo il tutto si ridusse a un ristretto numero di individui impegnati. Ha anche aggiunto che, sebbene i sussidi governativi siano terminati il 31 Maggio 2010, il Vicariato continuerà con la sua opera di assistenza in ogni modo possibile, specialmente nelle situazioni più disperate come quella di una famiglia il cui padre è morto, lasciando una moglie e quattro bambini. 

Tuttavia, forse la più grande sfida che i nuovi arrivati Palestinesi devono affrontare, i quali spesso non condividono la stessa religione e non parlano la stessa lingua, ha più a che fare con la classe sociale più che con qualsiasi altra cosa, specialmente tra i membri della società palestinese benestante. Marcelo Devilat Marzouka, dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (General Union of Palestinian Students), racconta la situazione del quindicenne Ahmad, che iniziò a frequentare la vita culturale, specialmente con il gruppo di Dabka, dopo l’arrivo nel 2008.

Sebbene ci fosse sicuramente una barriera linguistica, (Marcelo stesso era uno tra quelli a parlare solo arabo), il vero ostacolo era dovuto più alla difficoltà nel raggiungere il posto. Gli altri giovani palestinesi, dalla terza e dalla quarta generazione di famiglie benestanti, tenevano le loro prove di Dabka in quartieri che non erano accessibili facilmente tramite i mezzi pubblici così che alla fine Ahmad si è trovato costretto a non frequentare più il gruppo di Dabka. Tuttavia, saranno persone come Ahmad a essere decisive nel ruolo del Cile in tema di solidarietà in generale, dal momento che sembra che, in un paese dove non tutti i Palestinesi condividono la stessa consapevolezza di dislocazione e di esilio, la Nakba e la sua stessa memoria, hanno dimostrato di essere una forma di politicizzazione.

Douglas Smith è un attivista, laureato e ricercatore a Monterial. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su al- Majdal- http://www.badil.org/al-majdal - the English language quarterly magazine of the Badil Resource Center, Bethlehem, Palestine) 

Note: 

1. "No Man's Land: Iraqi-Palestinians in Al Tanf Camp" World Bridge Blog. (17 Nov. 2008).
2. Interview with Adam Shapiro, 21 Apr. 2010.
3. Interview with Yasna Mussa, Valparaiso, Chile 23 Feb. 2010.

 Aggiornamento – Dove sono i Palestinesi in e dall’Iraq?

(Dicembre 2010)

Alla scoppio della guerra in Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, c’erano almeno 34.000 rifugiati Palestinesi residenti in Iraq (sebbene un numero più veritiero potrebbe essere di decine di migliaia superiore); il loro esatto numero e collocazione erano sconosciuti. Nel 2003 l’UNHCR ha registrato 23.000 profughi palestinesi in Iraq; tuttavia il processo di registrazione è stato interrotto per motivi di sicurezza. Quattro campi temporanei sono stati creati nella terra di nessuno e lungo le aree di confine con Giordania e Siria per i rifugiati palestinesi in fuga da persecuzioni e senza permesso di accesso a un paese in grado di garantir loro protezione (vedi: "Searching for Solutions for Palestinian Refugees Stuck in and Fleeing Iraq", al Majdal, issue No.33, Spring 2007). 

Alla fine del 2010, meno di 15.000 rifugiati palestinesi sono rimasti in Iraq; di questi 12.000 sono stati registrati a Baghdad nel 2008. Due dei campi temporanei sono stati chiusi, e un totale di 18 paesi ha accettato rifugiati palestinesi dall’Iraq, principalmente dai campi ai confini (Al Waleed, Al Tanf e Al Hol) ma anche un piccolo numero da Baghdad. 

Non c’è traccia di dove si trovino più di 10.000 ulteriori profughi palestinesi che vivevano in Iraq prima dell’inizio della guerra nel 2003. Sono probabilmente fuggiti dall’Iraq, senza assistenza e protezione fornite da qualche paese o agenzie delle Nazioni Unite   

- Campo di Ruweished: chiuso nell’Ottobre 2007.
- Campo di Al Tanf: chiuso nel Febbraio 2010.
- Campo di Al Waleed (Iraq): 264 rifugiati palestinesi (diminuiti rispetto ai 1,367 della fine di Dicembre 2008).
- Campo di Al Hol (Siria): 441 rifugiati palestinesi dall’ Iraq. (compresi I rifugiati palestinesi dall’Iraq e spostatisi dal campo di Al Tanf a seguito della sua chiusura) 

Stime delle popolazioni dei rifugiati palestinesi dall’Iraq:   

- Siria: fino a 2.500-3.000 rifugiati palestinesi dall’Iraq nel paese.
- Giordania: 500 rifugiati palestinesi dall’Iraq con un coniuge giordano; ma il numero è probabilmente superiore.
- Libano: 300-400 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
- Turchia: probabilmente qualche centinaio.
- India: 70 rifugiati dall’Iraq (non chiaro). 

Reinsediamento di profughi palestinesi dall’Iraq dal 2007:   

USA: 1.125 rifugiati palestinesi dall’ Iraq (principalmente dal campo al Waleed ).
Canada: 198 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Brasile: 117 rifugiati palestinesi dall’Iraq (dal campo Ruweished).
Cile: 116 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Nuova Zelanda: 22 rifugiati palestinesi dall’Iraq (dal campo Ruweished).
Italia: 168 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Norvegia: 400 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Australia: 63 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Regno Unito: 80 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Finlandia: 34 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Danimarca: 46 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Francia: 115 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Svizzera: 12 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Belgio: 10 rifugiati palestinesi dall’Iraq
Svezia: 613 rifugiati palestinesi dall’Iraq.
Paesi Bassi: 29 rifugiati palestinesi dall’Iraq. 

(Per le precedenti stime sui rifugiati palestinesi in e in fuga dall’Iraq, vedere "When Solutions are not Solutions: Palestinian Refugees stranded in and fleeing from Iraq", al Majdal, issue No. 35, Autumn 2007.) 

(tradotto da Mimmo Tucci)




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