Il dilemma dei palestinesi che costruiscono le colonie

Bbc News
26.08.2009

Il dilemma dei palestinesi che costruiscono le colonie
Heather Sharp

Per sfuggire alla disoccupazione e ai salari da fame della Cisgiordania, ogni anno circa 12mila operai edili palestinesi decidono di andare a lavorare nelle colonie ebraiche. "Mi sento uno schiavo - dice il 21enne Rabbaye - Ma non ho alternative"

"Mi sento  come uno schiavo. Ma non ho alternative", dice il 21enne palestinese Musanna Khalil Mohammed Rabbaye, mentre aspetta in mezzo a un gruppo di uomini con le facce arse dal sole e le scarpe da lavoro impolverate, fuori dall’insediamento ebraico di Maale Adumim.


Rabbaye vuole diventare un giornalista e sta tentando di pagarsi gli studi. Jaffar Khalil Kawazba, 24 anni, dice di stare mantenendo i suoi dieci fratelli e sorelle in quanto suo padre è troppo malato per lavorare. Fahd Sayara, 40 anni, sta cercando i soldi per pagare le cure per il suo bambino disabile.  

"Non sono il solo. Il mio intero villaggio lavora nelle colonie", dice Rabbaye.  

"Ogni cosa, tutti gli insediamenti – anche la maggior parte del Muro – è stata costruita dai palestinesi", dice, riferendosi alla barriera, odiata dai palestinesi, che Israele sta costruendo, talvolta inoltrandosi di parecchio in Cisgiordania, per fermare – a detta sua – gli attacchi ai suoi cittadini.  

Gli insediamenti nella Cisgiordania occupata da Israele sono illegali dal punto di vista del diritto internazionale.  

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) si sta rifiutando di negoziare fino a quando Israele non avrà prestato ascolto alle pressioni Usa per fermare tutte le costruzioni negli insediamenti.  

Israele dice di volere continuare a costruire, almeno per garantire le abitazioni necessarie per la "crescita naturale" della popolazione dei coloni ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, pari a 450mila unità.

Mancanza di lavoro

Ma con una disoccupazione di circa il 30 per cento tra i palestinesi della Cisgiordania, e un salario medio nei Territori pari a poco più della metà dello stipendio minimo israeliano, nei palestinesi il lavoro nelle colonie suscita interesse.  

Ogni anno, circa 12mila operai edili palestinesi ottengono permessi israeliani per lavorare nelle colonie.  

"Noi non facciamo finta di nulla, vorremmo che smettessero - dice Bassam Khoury, ministro delle Finanze dell’Anp - Ma come essere umano non posso dire loro 'Fate la fame' in un momento in cui non sono in grado di garantire loro un lavoro".  

L’economia della Cisgiordania dipende pesantemente dagli aiuti, in quanto da lungo tempo menomata da checkpoint, blocchi stradali e altre restrizioni che a detta di Israele sono per la sicurezza dei cittadini.  

Khoury dice che queste (restrizioni) sono in larga parte funzionali alla protezione delle colonie.  

"La prima cosa che dobbiamo fare è fermare le colonie: lo stop alle colonie romperà le catene che Israele sta mettendo all’economia palestinese. Di conseguenza faremo partire la nostra economia e così procureremo un lavoro a queste persone", spiega.  

Ma gli israeliani, che hanno tolto diversi checkpoint-chiave negli ultimi mesi nell’ambito di un piano per rafforzare quella che chiamano "pace economica", accusano i palestinesi di non riuscire a cooperare e ad attrarre investimenti.  

E alcuni lavoratori palestinesi accusano i propri leader. Rabbaye dice semplicemente: "Il nostro presidente dovrebbe darci un lavoro".

“Paghe molto basse”

I lavoratori palestinesi "saranno i primi a essere danneggiati" se le costruzioni si fermano, dice il venditore israeliano Meir Levi, mentre sfoglia delle colorate planimetrie di villette familiari da cinque stanze.
 

Nessun nuovo progetto viene approvato, dice, e i prezzi sono già saliti del 10-15 per cento nei tre mesi passati, in quanto i compratori prevedono una compressione dell’offerta.  

Levi ha lavorato nell’edilizia per circa venti anni e ricorda i giorni in cui decine di migliaia di lavoratori arrivavano dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania per costruire case in tutta Israele.  

"I salari erano molto buoni, potevano costruirsi le loro case, avere macchine, migliorare il tenore di vita delle loro famiglie", dice.  

Ma da quando ha avuto inizio l’intifada nel 2000 con l’ondata di attentatori suicida palestinesi, il numero di lavoratori a cui è stato concesso di entrare in Israele è precipitato, così come gli stipendi che gli vengono pagati.  

"Adesso la cifra è molto bassa"dice. "Ottengono 150 shekel al giorno, ma ricordo che negli anni novanta pagavo 200 shekel per un operaio di ultimo livello".  

Molti dei lavoratori intervistati hanno dichiarato di essere pagati anche meno - 100 o 110 shekel (26 o 29 dollari Usa) al giorno – al di sotto del salario minimo israeliano di 150 shekel (40 dollari).  

Dal 2007, in seguito a una decisione della Corte suprema, le leggi israeliane vengono applicate ai palestinesi che lavorano nelle colonie.  

Salwa Alenat, un attivista sindacale arabo-israeliano dell’organizzazione Kav LaOved, dice che pagare meno del salario minimo è illegale – nonostante il fatto che i lavoratori siano, in molti casi, assunti attraverso una rete di subappaltatori, talvolta compagnie palestinesi con sede in Cisgiordania.  

"Non vi è rispetto della legge. E’ come una giungla… il datore di lavoro può pagare quello che vuole, il subappaltatore può ottenere quello che vuole, e a perderci sono i lavoratori", dice Alenat.
 

Le autorità israeliane dicono che i palestinesi hanno diritto a un risarcimento in tribunale, e che vengono presentate poche denunce.  

Ma Alenat dice che hanno paura di perdere il posto di lavoro e anche i permessi, che spesso si ottengono tramite i datori di lavoro.  

Così i lavoratori continuano ad arrivare, e le colonie continuano a crescere – sebbene molte persone ritengano che Maale Adumim finirà all’interno di Israele nell’ambito di un eventuale accordo di pace.  

"E’ difficile descrivere cosa si prova, è una sensazione molto brutta – puoi vedere come stiamo perdendo la nostra terra, a poco a poco", dice Hossam Hussein, 26 anni, mentre pesta la calce per dare il tocco finale a un’abitazione con una vista enorme da Gerusalemme alle colline del Mar Morto.  

Tutti i lavoratori con cui ho parlato dicono di volere un congelamento degli insediamenti, anche se ciò vuol dire perdere il lavoro, sebbene nessuno sembrasse avere un chiaro piano alternativo.  

Ma la maggior parte di loro non credono che accadrà.  

"Dovremmo scioperare", dice Rabbaye. Ma un lavoratore più anziano interviene subito: "E dopo di cosa camperai?"  

(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq) 
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