"L'industria della Pace" per il Medio Oriente.

The Electronic Intifada

20 .09.2009  
http://electronicintifada.net/v2/article10722.shtml  

Possiamo dire la nostra? “L’industria della pace” per il Medio Oriente.
di Faris Giacaman
  

Molta gente che incontro al college, negli Stati Uniti, dopo aver scoperto che sono palestinese, è ansiosa di informarmi sulle diverse attività alle quali ha partecipato per promuovere la “coesistenza” e il “dialogo” tra le due parti del “conflitto”, aspettandosi, senza alcun dubbio, un mio cenno di approvazione.. Tuttavia, questi tentativi risultano nocivi e mettono in difficoltà l’appello della società civile palestinese che sostiene il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per Israele – in quanto rappresentano l’unica via per costringere Israele a porre fine alle sue violazioni dei diritti dei palestinesi.


Quando ero uno studente della scuola superiore a Ramallah, uno dei più noti organismi di iniziative “people-to-people”, Semi di Pace, veniva spesso a fare visita alla mia scuola, chiedendo agli studenti di partecipare al loro programma. Quasi ogni anno, avrebbero mandato alcuni dei miei compagni di classe ad un campo estivo negli Stati Uniti insieme ad un analogo gruppo di studenti israeliani. Secondo il sito di Semi di Pace, al campo sarebbe stato insegnato loro “a sviluppare comprensione, rispetto e fiducia, come pure capacità direttiva, di comunicazione e di negoziazione.” Essi forniscono del tutto un quadro abbastanza roseo tanto che, nel college,  gran parte delle persone resta molto sorpresa nel sentirmi giudicare tali attività  sbagliate nel migliore dei casi, e immorali, nel peggiore. Essi mi chiedono invariabilmente perché mai io fossi contro la “coesistenza.”

In questi pochi ultimi  anni, c’è stato un aumento delle istanze, promosse da un movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS), perché l’oppressione israeliana del popolo palestinese avesse termine. Una delle obiezioni comunemente fatte nei confronti del boicottaggio consiste nel ritenerlo controproducente, mentre il “dialogo” e “l’incoraggiamento alla coesistenza” risulterebbero  molto più costruttivi.

Con l’inizio degli accordi di Oslo, nel 1993, è sorta tutta un’industria il cui impegno si è basato nel mettere insieme, in questi gruppi per il “dialogo”,  israeliani e palestinesi. L’obiettivo dichiarato di tali gruppi consiste nel creare comprensione tra “le due parti del conflitto,” per “gettare ponti” e “oltrepassare barriere.” Tuttavia, la presunzione che tali attività agevoleranno la realizzazione della pace, non è solo scorretta, ma è effettivamente priva di moralità.
 

Il presupposto secondo il quale il dialogo è necessario per ottenere la pace, ignora completamente il contesto storico della condizione palestinese. Si dà per scontato che ambedue le parti sono responsabili, chi più chi meno, di aver compiuto una eguale quantità di atrocità nei confronti dell’altro, e sono quindi ugualmente colpevoli per le ingiustizie che sono state commesse. Si presuppone che né l’una parte sia completamente nel giusto, né l’altra parte completamente nel torto, ma che entrambe abbiano validi diritti a proposito dei quali si dovrebbe ritrovare la soluzione, e inevitabili punti deboli che si dovrebbero superare. Quindi, entrambe le parti dovrebbero stare a sentire il punto di vista “dell’altro”, al fine di promuovere comprensione e comunicazione, dalla quali deriverebbero, presumibilmente, “coesistenza” e “riconciliazione.” 

Un tale approccio viene considerato “bilanciato” o “moderato”, come se si trattasse di una cosa buona. Tuttavia, di fatto la realtà è completamente diversa da come risulta dalla visione “moderata” del cosiddetto “conflitto.” Perfino la parola “conflitto” è fuorviante, in quanto essa presuppone una vertenza tra due parti equivalenti. La realtà non è però di questo tipo; non è il caso di un semplice malinteso o di odio reciproco che si frappone alla pace. Il contesto della situazione israelo/palestinese è quello derivante dal colonialismo, dall’apartheid e dal razzismo, una situazione nella quale c’è un oppressore ed un oppresso, un colonizzatore e un colonizzato. 

Nel caso del colonialismo e dell’apartheid, la storia mostra come i regimi coloniali non rinunciano al potere in assenza di una lotta popolare e di una resistenza, o a seguito di una pressione internazionale specifica. E’ un punto di vista particolarmente ingenuo quello di presumere che la persuasione e il “parlare” convinceranno un sistema oppressore cedere il suo potere. 

Il regime di apartheid in Sud Africa, ad esempio, si concluse solo dopo anni di lotta e con il fondamentale sostegno proveniente della campagna internazionale di sanzioni, di disinvestimenti e di boicottaggi. Se qualcuno avesse suggerito ai sudafricani oppressi, che vivevano nei bantustan, di provare a capire il punto di vista altrui (cioè il punto di vista dei suprematisti bianchi del Sud Africa), la gente sarebbe scoppiata in una risata nel sentire un concetto così ridicolo. Allo stesso modo, in India, durante la lotta per l’emancipazione dal dominio coloniale britannico, il Mahatma Gandhi non sarebbe stato venerato come un campione della giustizia se avesse rinunciato alla satyagaha –“ tendere con fermezza alla verità”, la sua espressione per il suo movimento di resistenza non violenta – e fosse divenuto invece fautore del dialogo con i colonialisti occupanti britannici, al fine di comprendere il loro lato della storia. 

Ora, è vero che alcuni bianchi sudafricani solidarizzarono con i neri oppressi del Sud Africa, e parteciparono alla lotta contro l’apartheid. E ci furono, si può star certi, alcuni inglesi dissidenti nei confronti delle politiche coloniali del loro governo. Ma questi sostenitori stettero esplicitamente dalla parte degli oppressi con il chiaro obiettivo di porre fine all’oppressione, di combattere le ingiustizie perpetrate dai loro governi e dai loro parlamentari. Una qualunque coalizione fra due parti, può sembrare perciò morale solo quando i cittadini dello stato oppressore sono solidali con i componenti del gruppo oppresso, senza sottoporsi al vessillo del “dialogo” per “comprendere l’altro lato della storia.” Il dialogo risulta accettabile solo quando viene fatto con il proposito di comprendere ancor di più le tristi condizioni dell’oppresso, e non nell’ambito di avere “prestato ascolto ad entrambe le parti.” 

Si è sostenuto, tuttavia, da parte di quei palestinesi che propongono tali gruppi per il dialogo, che questo tipo di attività può essere utilizzato come uno strumento – non per promuovere la cosiddetta “comprensione,” – ma in effetti per convincere gli israeliani ad aderire alla lotta dei palestinesi per la giustizia, per persuaderli o per “ottenere il loro riconoscimento della nostra umanità.” 

Anche questa ipotesi è, tuttavia, ingenua. Sfortunatamente la maggior parte degli israeliani sono caduti vittime della propaganda che la classe dirigente sionista e le sue molte affiliazioni provvedono ad alimentare fin dalla loro giovane età. Oltretutto, occorrerà un enorme sforzo collettivo per contrastare questa propaganda tramite la persuasione. Ad esempio, la maggior parte degli israeliani non vuole convincersi che il loro governo ha raggiunto un tale livello di criminalità da giustificare l’appello al boicottaggio. Anche se sono convinti in via logica delle brutalità attribuibili all’oppressione israeliana, verosimilmente non sarà sufficiente a incitarli ad una qualsiasi forma di intervento contro di essa. Ciò è stato comprovato essere ora il tempo giusto, reso evidente dal degradante fallimento di questi gruppi per il dialogo incapaci, fin dal loro avvio con il processo di Oslo, di dar luogo alla formazione  di un qualche ampio movimento contro l’occupazione. In realtà, all’infuori di una pressione prolungata nulla – neppure la persuasione – farà sì che gli israeliani si rendano conto che deve essere posta riparazione ai diritti dei palestinesi. Che è la logica del movimento BDS ad opporsi completamente alla falsa logica del dialogo. 

Facendo riferimento ad una relazione del 2002 del Centro Israelo/Palestinese per la Ricerca e l’Informazione, mai pubblicata, lo scorso ottobre il San Francisco Chronicle riportò che “solo tra il 1993 ed il 2000, i governi e le fondazioni occidentali hanno speso per i gruppi del dialogo tra i 20 e i  25 milioni di dollari.” Una successiva indagine su larga scala dei palestinesi che parteciparono a questi gruppi del dialogo ha rivelato che un sì grande investimento di denaro non è stato in grado di produrre “dall’altra parte un solo attivista per la pace.” Ciò conferma la convinzione tra i palestinesi che tutta l’iniziativa non è stata altro che una perdita di tempo e di denaro. 

L’indagine ha messo pure in evidenza che i partecipanti palestinesi non erano realmente rappresentativi della loro società. Molti di coloro che hanno partecipato risultavano essere “bambini o amici di ufficiali palestinesi di alto grado o delle elité economiche. Solamente il 7% dei partecipanti era costituita da coloro che abitavano nei campi profughi, anche se essi costituiscono il 16% della popolazione palestinese.” La ricerca trovò anche che il 91% dei partecipanti palestinesi non ha conservato alcun legame con gli israeliani che ha incontrato. A ciò si aggiunge il fatto che il 93% non era in grado di trattare il relativo campo di attività, e solo il 5% aveva acconsentito all’intera terribile esperienza e aveva contribuito a “promuovere la cultura della pace e del dialogo tra i partecipanti.” 

Nonostante lo strepitoso fallimento di queste iniziative di dialogo, continua ad essere investito denaro per loro. Come ha spiegato Omar Barghouti, uno dei membri fondatori del movimento BDS in Palestina, ad Electronic Intifada , “c’è stato un gran numero di tentativi di dialogo fin dal 1993…è divenuta un’industria – noi la chiamiamo l’industria della pace.” 

Tutto ciò lo si può attribuire, almeno in parte, a due fattori. Il fattore principale è dato dal ruolo di utilità che tali progetti giocano nelle relazioni pubbliche. Ad esempio, il sito Semi di Pace incrementa il suo pregio con il dare risalto ad  un imponente apparato di sostegno rappresentato da autorità e politici molto conosciuti quali, tra gli altri, Hillary Clinton, Bill Clinton, Gorge Mitchell, Shimon Peres, Gorge Bush, Colin Powell e Tony Blair. Il secondo fattore è rappresentato dalla necessità di alcuni israeliani “di sinistra” e “liberali” di sentirsi come se stessero facendo qualcosa di particolarmente degno di ammirazione nel “contestare se stessi,”  mentre, in realtà, essi non prendono alcuna posizione concreta contro i crimini che il loro governo compie in loro nome. I politici ed i governi occidentali continuano a finanziare progetti di questo tipo, rafforzando in tal modo la loro immagine di sostenitori della “coesistenza”, mentre i partecipanti israeliani “liberali” possono scagionarsi di ogni responsabilità con la partecipazione alla nobile finzione di “incrementare la pace.” Una mediocre connotazione simbolica. 

La mancanza di risultati derivanti da queste iniziative non deve sorprendere, in quanto gli obiettivi dichiarati dei gruppi del dialogo e della “coesistenza” non comprendono il convincere gli israeliani ad aiutare i palestinesi ad ottenere il rispetto dei loro inalienabili diritti. In questi gruppi del dialogo è assente il presupposto minimo del riconoscimento della natura intrinsecamente oppressiva di Israele. Piuttosto, queste organizzazioni operano nella dubbiosa presunzione che il “conflitto” sia molto complesso e sfaccettato, dove ci sono “due lati per ogni storia,” ed ogni narrazione ha pretese alquanto valide, oltre che parziali. 

Come mette in evidenza l’autorevole invito fatto dalla Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, qualsiasi attività comune Israelo/palestinese – sia che si tratti di proiezioni di film o campi estivi – possono essere accettabili solo nel caso in cui i loro obiettivi dichiarati siano porre fine, protestare, e/o aumentare la consapevolezza per ciò che riguarda l’oppressione dei palestinesi. 

Ogni tentativo israeliano di interagire con i palestinesi, con il chiaro scopo di fornire loro solidarietà ed aiuto per porre fine all’occupazione, sarà accolto a braccia aperte. Tuttavia, si deve essere molto cauti, quando vengono fatti inviti per partecipare ad un dialogo tra “entrambe le parti” del cosiddetto “conflitto.” Qualsiasi richiesta di un discorso “bilanciato” sulla questione – allorché si venera in modo quasi religioso il motto “ci sono due aspetti da considerare per ogni storia” – è intellettualmente e moralmente disonesta e dimostra non prendere in considerazione il fatto che, quando si ha a che fare con casi di colonialismo, apartheid e oppressione, nulla esiste di “bilanciato” a questo mondo.” La società che opprime, in linea di massima, non rinuncerà ai suoi privilegi senza coercizione. Questo è il motivo per cui la campagna BDS rappresenta uno strumento di trasformazione così importante. 

Faris Giacaman è uno studente palestinese della West Bank che frequenta il secondo anno in un college degli Stati Uniti.  

(tradotto da mariano mingarelli)

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