Ragazzi americani sono tornati in Israele per combattere

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“Ragazzi americani sono tornati in Israele per combattere”

 In questi giorni, ragazzi statunitensi non stanno andando in Israele giusto per vivere in un kibbutz – alcuni tra loro sono disposti ad essere assunti nelle forze armate israeliane che operano nella West Bank.

di Matt McAllester 

Quest’anno, al più tardi, il 21 enne Ephraim Khantsis riempirà due valigie, saluterà sua madre, lascerà la sua casa a Brooklyn e se ne andrà in Israele. Al suo arrivo a Gerusalemme si iscriverà ad una yeshiva, o scuola religiosa, che è benvista dagli americani. Dopo pochi mesi egli prenderà la sua strada diretta a nord, verso un luogo che questo giovane americano sente come la sua vera casa: la colonia ebraica di Kfar Tapuach.

 

Appollaiata su una collina appena fuori la Route 60, la strada principale nella West Bank occupata con direzione nord-sud, Kfar Tapuach è nota come una comunità particolarmente integralista. Abitata da circa 600 persone, la colonia ha una storia di accoglienza nei confronti degli immigrati americani le cui convinzioni ed attività hanno alzato il livello di allarme tra i servizi segreti israeliani, spingendoli a tenerla sotto controllo essendo un porto sicuro per sospetti terroristi.



Khantsis, che sta per ottenere la cittadinanza israeliana, si adatterà completamente. Come il rabbino assassinato Meir Kahane, nato a Brooklyn, l’uomo che a Kfar Tapuach taluni considerano come il loro capo spirituale, anche Khantsis ritiene che tutti gli arabi ed i palestinesi dovrebbero essere allontanati con la forza dal territorio controllato da Israele, compresa la West Bank. 

“Questo è il modo più umano per risolvere la situazione,” sostiene Khantsis – appena laureato alla Stony Brook University di Long Island in scienza del computer – mentre, nel giugno di quest’anno, sta sorseggiando una soda in una pizzeria kasher gestita da israeliani in Bensonhurst, a Brooklyn,.Egli riconosce che quello che sta sostenendo risulta una pulizia etnica. 

Mentre un tale punto di vista è improbabile che venga a prevalere in Israele, c’è una promessa, fatta da Khantsis, che potrebbe essere ancor più preoccupante per le autorità israeliane, e che è ancora possibile sentire pronunciata dagli americani che vivono tuttora nelle colonie: Se le forze armate israeliane dovessero venire per toglierlo dalla sua nuova casa – e molti in Israele ritengono che una tale eventualità sia verosimile – lui non se ne andrà pacificamente. 

“Io mi sarei opposto con tutte le mie forze, e non avrei lasciato nulla di intentato pur di cercare di impedirlo,” afferma il ragazzo magro con una yarmulka nera in capo. Egli parla così sottovoce che, al momento, è molto difficile percepirlo. “Se loro usano la violenza, allora, noi siamo giustificati se ci comportiamo allo stesso modo.”

Avrebbe incluso anche l’uso delle armi?
 

“Si,” risponde. 

Sarebbe stato assolutamente certo che avrebbe rivolto le armi contro i soldati israeliani?

“Davvero. Mi auguro ardentemente che mai accada,” dice. Ma “nel caso in cui loro ci stiano già sparando addosso, non ho scelta. Non ritengo che sia giusto porgere l’altra guancia. Non è cosa da ebreo comportarsi in questo modo.”
 
 Dopo che Israele vinse la guerra dei sei giorni del 1967 e assunse il controllo della Striscia di Gaza e della West Bank – aree palestinesi che erano state rette rispettivamente dall’Egitto e dalla Giordania – ebrei religiosi e conservatori cominciarono subito a insistere per la fondazione di comunità su quella che consideravano la terra loro promessa da Dio. All’inizio, il governo israeliano si rifiutò di permettere loro di edificare  nei territori occupati, ma con il passare degli anni, saltarono fuori all’improvviso case ed affari. 

Nel maggio di quest’anno, la Segretaria di Stato, Hillary Clinton chiarì che l’amministrazione Obama avrebbe mostrato una scarsa tolleranza nei confronti della crescita delle colonie esistenti. Dopo che la posizione di Obama venne resa pubblica, coloni estremisti eressero rapidamente nuove costruzioni e ripararono alcuni avamposti . In una postazione essi costruirono una struttura in legno che denominarono “capanna Obama”. Circa nello stesso tempo un giornale israeliano riportò che un ufficiale superiore dell’esercito israeliano nella West Bank aveva ricevuto lettere minatorie, in apparenza da gruppi radicali che tentavano di dissuadere le forze armate dallo sfrattare i coloni dalle loro case. 

Attualmente nella West Bank, c’è più di un quarto di milione di coloni ebrei che vivono fra quasi 2,5 milioni di palestinesi – e molti di coloro che si oppongono alle richieste di Obama sono americani. Fin dall’inizio del movimento, gli approssimativamente 100.000 immigrati U.S. nella West Bank e in Israele hanno esercitato una grande influenza, e molti di loro sono stati tra i pionieri più estremisti: Kahane fondò un partito politico che venne considerato razzista e bandito dalla Knesset prima che lui venisse assassinato a Manhattan nel 1990; Baruch Goldstein, nato a Brooklyn, fece fuoco a Hebron, uccidendo 29 palestinesi nel 1994; e lo scorso anno, a Hebron un gruppo di coloni, il cui portavoce è David Wilder, nato nel New Jersey, venne coinvolto in uno scontro violento con l’esercito israeliano. 

Mentre i primitivi seguaci di Kahane e gli altri estremisti americani continuano ad essere esposti ad arresti e sottoposti al controllo dei servizi di sicurezza israeliani, nel movimento dei coloni sono i giovani – molti dei quali, come Ephraim Khantsis, americani – che al momento rappresentano la principale preoccupazione del governo israeliano. Questa nuova generazione di integralisti si distingue dalla precedente in modo determinante – i suoi membri sono profondamente alienati dallo stato secolare d’Israele. 

L’acuirsi dell’estremizzazione è una risposta alla rimozione forzata di ebrei da colonie della West Bank che il governo di Israele considera ostacoli alla pace. Nell’agosto del 2005, il governo di Ariel Sharon, in passato grande campione del movimento delle colonie, evacuò migliaia di persone dalla Striscia di Gaza. In genere i coloni non ricorsero alla violenza nei confronti dei soldati e degli ufficiali di polizia che erano giunti per sfrattare loro che invece  imploravano con le lacrime agli occhi – e buttavano loro perfino le braccia al collo. Ma questo tipo di strategia fallì. Alcuni coloni estremisti affermarono che un’altra volta non se ne sarebbero andati tanto facilmente. Coerenti alla loro parola, nel febbraio del 2006 essi scatenarono una lotta quando l’esercito cercò di evacuare la colonia di Amona, nella West Bank – più di 300 persone vennero ferite. 

Oggigiorno, si dice che la prossima evacuazione produrrà ancor più violenza. “Posso dirti una cosa,” afferma Yedidya Slonim, un immigrato australiano di 16 anni che vive in una grotta abbastanza grande su una collina nella West Bank, che funziona come un avamposto illegale ed è denominato Shvut Ami. “Ciò che è accaduto laggiù quando la gente gettò le braccia al collo dei poliziotti – non accadrà più.” 

“Molti ragazzi non riconoscono alcuna autorità, solo loro e Dio là sulle colline,” sostiene Yekutiel Ben Yaakov, un 50 enne che in precedenza abitava a Qeens, New York, e che ora vive a Kfar Tapuach ed ha fornito cani da guardia ad alcuni dei giovani estremisti che hanno allestito campi illegali in cima alle colline. 

Quanto più lontano i giovani della West Bank sono preparati ad andare per restare su ciò che la maggior parte del mondo considera terra occupata, è una questione che sta ossessionando sempre di più un paese circondato da nemici. Nel novembre 2008, Yuval Diskin, capo del servizio di informazioni interne d’Israele, comunicò al gabinetto israeliano che future evacuazioni avrebbero comportato “ tra questa gente una propensione molto alta all’impiego della violenza – non esattamente pietre, ma armi cariche – per impedire o interrompere un processo diplomatico."

Per fare la pace con i nemici tradizionali d’Israele  può essere necessario dover aspettare fino a che il paese abbia raggiunto un accordo con il nemico che è all’interno. 

Aaron Gottlieb è un 15 enne che parla  con la rapida successione di un accento americano e che deve farsi ancora la sua prima barba. Non ha molto l’aspetto di chi costituisce una minaccia, ma fa parte di un gruppo che in Israele ha destato profonda preoccupazione in molti: i giovani della cima della collina. 

Gottlieb è cresciuto a New Rochelle, New York, ed è immigrato in Israele con la sua famiglia quando aveva 9 anni. ogni volta che può andarsene dalla sua Yeshiva nella città di Petah Tikva, trascorre la notte allo Shvut Ami insieme a Yedidya Slonim e ad altri ragazzi. La loro missione è semplice: fondare ovunque nella West Bank delle case ebree su quante più cime di colline strategiche fosse possibile. Secondo Peace Now, un’organizzazione pacifista israeliana, ci sono circa 100 avamposti di questo tipo. Il movimento tradizionale dei coloni ha ripudiato quest’ala radicale e i suoi frequenti atti di violenza. 

“Sono profondamente convinto di essere un problema per il mio stesso governo,” sostiene Gottlieb. “Non ci saranno però atti di rinuncia.

 Shvut Ami si trova accanto alla Route 60, vicino alla colonia integralista di Qedumim, una delle prime che vennero fondate nella West Bank. In numerose occasioni, la polizia israeliana ha tentato di allontanare i giovani – arrestandone alcuni e distruggendo le loro strutture temporanee – ma i ragazzi hanno continuato a ritornare. Nei quattro mesi invernali, hanno usato pala e piccone per scavare la cava nell’area della collina. Per riuscire a sbarazzarsi di loro, la polizia dovrà usare la dinamite. I ragazzi vivono in quel posto in mezzo a coperte e guanciali polverosi, con una stufa a gas che li riscalda di notte mentre studiano la Torah. 

Molti hanno considerato la strenua resistenza messa in campo dai ragazzi della cima della collina e da altri ad Amona, come antesignana delle battaglie a venire. “Quando verranno lanciati mattoni sulle teste dei soldati e degli ufficiali di polizia, vorrà dire con chiarezza che la linea è stata attraversata,” ha dichiarato a quel tempo il Primo Ministro provvisorio Ehud Olmert. 

Come la maggior parte degli altri coloni, Gottlieb non chiama con il nome di “palestinesi” il popolo che vive nella città vicina. Ciò comporterebbe il fatto che c’era un paese chiamato Palestina. Talvolta essi sono “arabi”, ma nella maggior parte dei casi vengono chiamati “terroristi”. Gottlieb dichiara di non avere paura. “Dio è con me,” dice. “Questa terra è stata nostra da sempre.” 

Gottlieb è convinto del suo diritto di vivere nella West Bank nonostante la condanna internazionale sia assoluta e così pure quella delle leggi del suo stesso governo. In lui c’è rimasto ben poco dell’America. Talvolta ritorna per salutare sua nonna che vive in Park Avenue  a New York City, ma non gradisce ciò che interpreta come l’immoralità degli Stati Uniti. 

Gli chiedo: “Quanto sei disponibile a sacrificare?” 

“Per la terra d’Israele?” Tocca il petto dove c’è il suo cuore. 

“La tua vita?” 

“Mm-hm,” risponde. 

La città palestinese di Jenin si trova a circa 15 miglia a nord, sulla Route 60, dalla cava di Shvut Ami. Nell’aprile 2002, avvenne che, nel locale campo profughi, il capo delle milizie Zakaria Zubeidi sostenne la direzione di una cruenta battaglia contro l’esercito israeliano durata nove giorni, durante la quale morirono 23 soldati israeliani e più di 56 palestinesi, compresi diversi civili. Zubeidi sopravvisse, sfuggì alla cattura e  trascorse i successivi cinque anni in latitanza, scampando ai tentativi israeliani di assassinarlo – gli venne sparato ben 11 volte. Nel 2007, lui e 178 membri del partito politico palestinese Fatah, compresi anche membri della sua milizia, la Brigata dei Martiri di Al-Aqsa, ottennero l’amnistia dal governo israeliano in quanto parte di un accordo inteso a rinforzare Fatah. Zubeidi stesso si è impegnato ad operare per la pace. 

Ma dato l’attuale incremento della violenza dei coloni, il 33 enne Zubeidi, ha cominciato a perdere la fiducia sulla possibilità di evitare ulteriormente un bagno di sangue. 

“La prossima guerra sarà con i coloni,” affermò lo scorso febbraio, mentre se ne stava seduto in una stanza del complesso del Freedom Theatre di Jenin. Lui lavora al teatro che è stato fondato in memoria di una donna israeliana con lo scopo di offrire ai giovani palestinesi uno sbocco creativo. ”Sento che ci sarà molto presto. Non le darei più di un anno.” 

Il corpo di Zubeidi porta i segni delle sue esperienze durante la seconda Intifada. La sua faccia e i suoi occhi sono sfregiati per l’esplosione di una bomba mentre la stava maneggiando. Tutto ciò gli conferisce l’aspetto di un feroce e tatuato guerriero maori. 

Gli chiedo se lui e gli altri combattenti di Jenin stanno  preparandosi in modo particolare per la guerra contro i coloni. 

“E’ evidente che ci stiamo organizzando,” risponde. “Dipenderà dai casi singoli – il farsi esplodere [come dinamitardo suicida]. E alcune armi piccole. Se le armi non sono reperibili e non sono disponibili gli esplosivi, utilizzeremo la pratica acquisita nell’uso delle pietre.” 

Durante i sei anni della prima Intifada, i palestinesi che protestavano, molti dei quali erano ragazzetti, si sarebbero schierati contro i soldati israeliani e contro i carri armati, lanciando una pioggia di pietre sulle truppe ben armate. “Io non combatto nell’ombra,” afferma Zubeidi. “Sono dalla parte del diritto. Loro mi stanno togliendo la mia libertà. Mi stanno opprimendo. Stanno portandoci via la nostra terra. Noi, popolo palestinese, stiamo combattendo per la nostra libertà.” 

Da quando ho incontrato Zubeidi, la lotta si è intensificata in silenzio, ma con ferocia, e, nella West Bank, ci sono stati diversi attacchi violenti ai coloni. Il 2 di aprile venne accusato un palestinese di aver usato una scure per uccidere un ragazzino di 13 anni nella colonia di Bat Ayin. Venne ferito pure un bambino di 7 anni, il cui padre era stato messo in carcere per sette anni per aver progettato di lanciare una bomba su una scuola femminile palestinese. 

Fonti della sicurezza hanno raccontato al quotidiano israeliano Ha’aretz di temere che estremisti ebrei avrebbero cercato di vendicarsi degli attacchi. In un ciclo vizioso di violenza che sembra intensificarsi, estremisti di una parte stanno generando estremisti dall’altra parte. 

Yehuda Goldberg aveva 16 anni quando agenti dei servizi israeliani vennero per arrestarlo. “Circondarono la casa e bussarono alla porta – perché non volevano che si saltasse dalla finestra,” racconta Goldberg, che a 20 anni,  ha uno sguardo fisso e pensieroso e indossa la larga yarmulke del movimento dei giovani. “Successe alle quattro o alle cinque del mattino. Entrarono anche in casa in quattro o cinque.” 

Gli ufficiali israeliani dello Shin Bet – l’FBI israeliana – perquisirono, nella casa della famiglia di Goldberg a Kfar Tapuach,  la sua camera da letto. Vi trovarono munizioni, esplosivi e coltelli. Lui venne condannato con la condizionale al servizio civile. Il padre di Goldberg, Lenny – che emigrò da New York City nel 1985 – è fiero di suo figlio. “Lui aveva sostenuto una lotta corpo a corpo con i soldati,” racconta. ”La nostra generazione era abituata ad offrire una tazza di caffè ai soldati. La polizia ha rinvenuto le armi in camera sua.” 

Goldberg non vuole rivelare che cosa avesse intenzione di fare con le munizioni e le armi. “Non è strano nella nostra zona possedere cose di questo genere,” sostiene.”Da un punto di vista legale, non è permesso. Ma ogni ragazzino può ottenere delle munizioni.” 

Subito dopo il suo arresto, lo Shin Bet tornò a prendere nuovamente Goldberg, per l’accusa di coinvolgimento nei fatti compiuti da un amico di 19 anni il quale, mentre  era assente senza permesso dall’esercito israeliano, aveva assassinato quattro arabi israeliani e ne aveva ferito quasi due dozzine con il suo mitra M-16 di dotazione militare. 

Lo Shin Bet “aveva raccolto informazioni secondo le quali lui era amico mio,” spiega Goldberg standosene seduto su una sedia in plastica da giardino all’esterno di casa sua mentre sua madre prepara il pasto per il Shabbat. “Arrestarono me ed altri due ragazzini. Mi tennero in una stanza per quattro giorni, con la luce sempre accesa. Non c’era il bagno. Mi chiusero gli occhi con occhiali neri e mi sistemarono su una seggiola con le mani legate dietro la mia schiena.” 

Alla fine, Goldberg venne rilasciato dallo Shin Bet e gli venne consegnata una lettera nella quale gli veniva detto che il caso era chiuso. 

Lenny, sua moglie ed i loro otto bambini sembrano essere una famiglia accogliente ed amorevole. Nei mesi estivi, Lenny noleggia castelli gonfiabili e piscine. E’ un discreto mutamento rispetto alla sua vita a New York, dove lavorava presso la J. Walter Thompson, una delle maggiori agenzie pubblicitarie. I suoi bambini non assomigliano al bambino americano che è stato Lenny. Egli afferma, infatti: ”Sono più sfrontati. Sono più spavaldi.”  

Quando a gennaio incontrai la famiglia Goldberg, la guerra d’Israele contro Hamas a Gaza stava ormai volgendo alla fine, e Lenny – al quale non è permesso  portare legalmente un’arma dopo le misure che, a metà degli anni novanta, vennero messe in atto nei confronti dei sostenitori di Kahane – era frustrato dalla strategia delle forze armate, che prevedeva l’invio di soldati all’interno di Gaza. Come molti altri coloni integralisti, Lenny non esita ad esprimere punti di vista che per la maggior parte degli israeliani risulterebbero ripugnanti. 

Egli afferma, infatti: “Io desidero che bombardino tutta Gaza, anche se ciò dovesse uccidere tutti i civili. Si devono lanciare ordigni incendiari su tutta Gaza per impedire che venga ferito un solo ebreo.” 

“Potremmo eliminarli in men che non si dica,” dice Yehuda riferendosi ai palestinesi. “Ma il governo non ce lo lascia fare.” 

“Che cosa si prova ad incontrare un terrorista ebreo?” chiede ridendo Yekutiel Ben Yaakov, l’addestratore di cani da guardia, non appena ci si incontra ad un caffè nella grande colonia di Ariel. 

“Ci stiamo avviando verso una situazione nella quale, con ogni probabilità, ci sarà un bagno di sangue tra ebrei,” afferma. “Questo lo dico con un cuore rattristato.” 

Ciò starebbe a significare che i coloni ebrei spareranno contro i soldati israeliani?

 “Penso che assisteremo all’introduzione da parte degli ebrei di forme più moderne di resistenza,” sostiene Ben Yaakov, che è amico di Ephraim Khantsis, il giovane studente di Brooklyn che lui incoraggiò a trasferirsi a Kfar Tapuach. “Potremmo vedere dei giovani, gli stessi che nell’esercito israeliano erano colonnelli o tecnici, aiutare i ragazzi a costruire razzi da lanciare all’interno dei villaggi arabi.” 

L’occasione dell’attacco ai palestinesi  dovrebbe coincidere con il momento in cui i soldati israeliani saranno in arrivo per cacciare gli ebrei dalle colonie, asserisce Ben Yaakov, allo scopo di distrarre e distogliere l’attenzione dell’esercito israeliano e per “modificare l’equilibrio” – per modificare cioè la dinamica del conflitto. Tutto ciò, egli continua, avrebbe inoltre ridotto le possibilità che ebrei uccidano altri ebrei. 

Negli ultimi mesi, i coloni estremisti hanno adottato questa strategia in varie parti della West Bank. La chiamano la campagna “Scontrino del Prezzo”: il prezzo che per il governo israeliano sarà elevato. Finora, i coloni hanno bloccato strade, hanno attaccato i palestinesi con pistole – durante la mia visita un colono colpì a morte un palestinese che, a quanto si dice, stava tirando dei sassi alla sua auto – ed altre armi, hanno imbrattato con graffiti per lo meno una moschea e lottato contro i soldati con mani e con pietre. 

Ciò che Ben Yaakov immagina stia per accadere è a un passo da quel tipo di resistenza. 

Essa comprenderebbe il seminare bombe nei villaggi palestinesi. Anche il Duomo della Roccia, uno dei luoghi più sacri dell’Islam, potrebbe essere preso di mira dai terroristi ebrei, come accadde nei primi anni 1980 ad opera di un gruppo denominato il Sottosuolo Ebraico. 

Forse, potrebbe non esserci atto più provocatorio, messo in atto da parte dei coloni estremisti, di quello di attaccare il Duomo della Roccia e la Moschea di Al-Aqsa, che si trovano nella parte antica di Gerusalemme, in cima al luogo più sacro per gli ebrei, il Monte del Tempio. 

Ritornando alla pizzeria di Brooklyn, quando il discorso cade sul Monte del Tempio, la sentenza di Khantsis è ferma. “Penso che sia uno dei più grandi insulti, l’aver posto il loro luogo sul nostro sacro sito,” afferma.”Ritengo che la moschea debba essere eliminata. Al massimo, dovrebbero toglierla e costruirla da qualche altra parte.” 

Egli sostiene che un’altra opinione ritiene che tali opere dovrebbero essere “smontate in modo violento.” 

Tutto ciò per il governo israeliano è uno scenario da incubo – un atto di distruzione renderebbe quasi inevitabile una guerra senza esclusione di colpi. 

Ed è un incubo le cui radici che si protendono lungo tutte le vie che dalla cima delle colline della West Bank portano alle strade tranquille degli Stati Uniti.  

(tradotto da mariano mingarelli) 

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