Jonathan Cook - Nuovi regolamenti israeliani limitano

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“Nuovi regolamenti israeliani limitano i viaggi dalla West Bank”

 di Jonathan Cook – corrispondente esteri 
 
15.08.2009
 
  

GERUSALEMME – Quasi un eco delle restrizioni già operanti con rigidità a Gaza, Israele ha iniziato a porre ostacoli ai movimenti tra Israele e la West Bank per tutti coloro che sono in possesso di un passaporto straniero, compresi gli operatori di soccorso umanitario e le migliaia di residenti palestinesi.

La nuova politica si prefigge lo scopo di costringere i cittadini stranieri a scegliere tra il visitare Israele, compresa Gerusalemme Est, che Israele ha annesso illegalmente, e la West Bank. Nella maggior parte dei casi, passare da un’area all’altra non sarà più possibile.

 

La nuova regolamentazione è una violazione degli impegni sottoscritti da Israele negli accordi di Oslo con i governi occidentali, secondo i quali ai loro cittadini sarebbe stato concesso costante accesso ai Territori Occupati.

Israele, che controlla per entrambi, israeliani e palestinesi, il registro della popolazione, non ha insinuato che alla base delle nuove limitazioni ci siano giustificazioni dovute a motivi di sicurezza. 

I gruppi per i Diritti Umani si sono lamentati del fatto che la variazione del regolamento separerà ulteriormente Gerusalemme Est, la progettata capitale dello stato di Palestina, dalla West Bank. Ci si attende anche un aumento di pressione sulle famiglie nelle quali uno dei membri detiene un passaporto straniero, perché lascino la regione e un’interruzione dell’assistenza che le organizzazioni di soccorso possono dare ai palestinesi.  

Secondo alcuni osservatori, la regolamentazione è stata introdotta chetamene tre mesi fa al Ponte di Allemby, posto di confine con la Giordania e unico punto internazionale di confine che può essere attraversato dai palestinesi per entrare nella West Bank. Gli ufficiali israeliani che controllano il confine, ora forniscono ai visitatori stranieri un visto “solo per i Territori dell’Autorità Palestinese”, che impedisce loro di entrare in Israele e a Gerusalemme Est. 

Ufficiali del Ministero degli Interni affermano che una tale politica sarà applicata al Ben Gurion, l’aeroporto internazionale israeliano vicino a Tel Aviv, per impedire che coloro che detengono passaporto straniero e che arrivano passando per questa via, possano raggiungere la West Bank. 

Da lungo tempo Gaza è stata interdetta a tutti quei palestinesi che non sono là residenti e, fin dal 2006, da quando Israele dette inizio al suo blocco, è stata chiusa di fatto agli israeliani e alla maggior parte degli stranieri . 

Sam Bahour, un palestinese-americano che vive a Ramallah e che dirige la campagna  del Diritto a Entrare, per evidenziare le restrizioni israeliane al movimento dei palestinesi, ha dichiarato: “Tutto ciò rappresenta un approfondimento ed un affinamento della politica di separazione che ebbe inizio con l’installazione di check point entro la West Bank e la costruzione del muro.” 

 “I governi stranieri, come gli Stati Uniti. dovrebbero rivoltarsi in quanto questi regolamenti violano i diritti dei loro stessi cittadini secondo gli accordi diplomatici. Fino ad ora hanno taciuto.” 

Il 44 enne Bahour ha sostenuto che le vittime immediate della nuova politica sarebbero le migliaia di palestinesi provenienti dall’estero che, come lui stesso, sono ritornati nella West Bank durante il periodo più ricco di speranze di Oslo. 

Con una buona istruzione e spesso  con carriere affermate, essi sono stati  fondamentali sia nella rinascita  dell’economia locale palestinese, grazie all’introduzione di investimenti e all’impianto di attività, che nella crescita di una società civile alle prime armi per la gestione di organizzazioni di assistenza e per l’insegnamento universitario. 

Sebbene abbiano consorti sposate in loco ed abbiano allevato i loro figli nella West Bank, Israele ha solitamente negato loro il permesso di residenza, costringendoli, per rinnovare ogni tre mesi il visto turistico, a lasciare temporaneamente la regione, spesso per anni di seguito. 

Bahour ha affermato che si dovrebbe intendere l’ultimo cambiamento del regolamento come una misura nel sistema israeliano di restrizioni finalizzata a strangolare la normale vita dei palestinesi. 

Oltre al muro e ai check point, ha aggiunto, Israele ha deportato regolarmente “stranieri”, sia palestinesi che operatori umanitari, che erano giunti nella regione; ha negato i ricongiungimenti familiari per impedire alle coppie palestinesi di vivere insieme; spesso ha revocato la residenza a palestinesi che studiano all’estero per periodi prolungati; e ha confiscato la carta d’identità di Gerusalemme a palestinesi per cacciarli nella West Bank. 

All’inizio del 2006, Bahnour, che è coniugato ed ha due figlie, venne colpito da un altro cambiamento dei regolamenti, allorché Israele si rifiutò di rinnovare il visto turistico ai palestinesi con passaporto straniero, costringendoli a restare separati dalle loro famiglie rimaste nella West Bank. 

Dopo una protesta internazionale, Israele revocò tale politica, ma insistette perché palestinesi come  Bahour facessero richiesta alle autorità militari israeliane per ottenere il permesso di rimanere nella West Bank. 

“Quest’ultimo regolamento, come il precedente, rientra nell’obiettivo generale di Israele della pulizia etnica,” ha rimarcato. “Israele rende la vita sempre più difficoltosa per incoraggiare tutti quei palestinesi che possono, come quelli che hanno passaporto straniero, a partire.” 

Bahour ha detto che le nuove restrizioni avrebbero separato ulteriormente la West Bank da Gerusalemme, centro della vita culturale e commerciale palestinese. 

La notte prima, ha continuato, la sua società di consulenza d’affari di Ramallah ha perduto un quarto dei suoi clienti – tutti dei paraggi di Gerusalemme Est – perché a lui è proibito lasciare la West Bank. 

Il mese scorso, quando ha ricevuto finalmente la carta d’identità palestinese, egli ha perduto i suoi limitati privilegi. Ha detto di essere stato costretto a prendere la carta d’identità,  che sostituisce il suo passaporto americano agli occhi delle autorità israeliane, per evitare il rischio di essere deportato. 

“La carta d’identità mi risultava agro-dolce . Essa sta ad indicare che qui non posso venire separato dalla mia famiglia, ma sta anche a significare che il mio passaporto americano non viene riconosciuto ed ora io sono soggetto ai blocchi e agli arresti cui fanno fronte solitamente i palestinesi.” 

Sari Bashi, un’avvocatessa di Gisha, un’organizzazione israeliana che interviene contro le restrizioni imposte agli spostamenti dei palestinesi, ha sostenuto che la nuova politica stava ponendo un grave ostacolo sulla strada delle organizzazioni umanitarie, così come degli stranieri che lavorano in Palestina nelle organizzazioni assistenziali e negli istituti universitari. 

“Molte delle organizzazioni di assistenza che operano nella West Bank hanno gli uffici ed il personale a Gerusalemme Est e perfino in Israele ed è difficile prevedere come ce la faranno con queste nuove restrizioni.” 

Essa ha raccontato che al personale delle maggiori organizzazioni internazionali, quale l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, l’UNRWA, e la sua divisione umanitaria, OCHA, è stato proibito entrare nell’aeroporto Ben Gurion dopo che aveva dichiarato di stare lavorando nella West Bank. 

“Quando Israele nega l’accesso ad una zona, sorge la domanda di che cosa stia accadendo in quel posto,” continua. ”Che cosa ci stanno impedendo di vedere?” 

I gruppi per i Diritti Umani sono ugualmente preoccupati dalla formulazione della nuova restrizione, che confina gli stranieri ai “Territori dell’Autorità Palestinese”. L’ AP governa solo su circa il 40% della West Bank.I gruppi temono che, in futuro, Israele possa cercare di impedire agli stranieri di spostarsi tra le enclave della West Bank, controllate dall’AP, ed il 60% del territorio sotto il controllo israeliano. 

Guy Imbar, un portavoce del Coordinatore d’Israele delle Attività di Governo nei Territori, ha detto che l’espressione va riferita all’intera West Bank. 

Ma Jeff Halper, del Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case, ha messo in guardia: “Data la carriera d’Israele, è bene sospettare che in una data successiva le restrizioni possano venire reinterpretate.” 

(traduzione: mariano mingarelli)    

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