Peace Reporter
07/01/2010di Silvia Boarini
La situazione dei beduini del Negev in Israele
Tanto che oggi, attraversando il sud d'Israele in macchina su autostrade che non ti fanno mai sentire troppo lontano da Tel Aviv, la cosa che salta all'occhio non sono i cammelli, ma i boschi.
Dal nulla appaiono centinaia di alberi piantati fitti fitti entro confini ben delineati, per poi sparire all'improvviso lasciando di nuovo spazio al paesaggio brullo e monocolore. Per qualche secondo uno strano stupore ti fa voltare più volte ad assicurarti di non aver sognato. Un bosco, nel deserto in Israele ha più o meno lo stesso significato di un muro in Cisgiordania. è uno di qui famosi 'fatti creati sul territorio'.
Sheikh Saiah è un beduino vecchio stampo, ha circa 65 anni, sfoggia baffi argentati che si arricciolano alle estremità e indossa una tunica e keffya bianca. E' il capo della famiglia Al Turi del villaggio di El Araqib, uno dei 45 insediamenti beduini del Negev che non sono riconosciuti dal governo Israeliano e perciò non esistono su alcuna mappa. Siede a terra su un materassino nella tenda che gli uomini usano come luogo di riunione nel villaggio. E' un personaggio carismatico e spesso chiamato dalla polizia Israeliana a risolvere questioni tribali.
Sul problema dei villaggi non riconosciuti dice semplicemente "chi ha occupato chi?, siamo forse stati noi ad invadere i nostri villaggi? E perché ora siamo noi a dover provare che queste sono le nostre terre?"
E' tornato ad El Araqib seguito da una quarantina di famiglie all'inizio del 2000, quando quasi per caso scoprì che il Jewish National Fund avrebbe piantato un bosco proprio qui, nonostante interminabili battaglie legali sull'appartenenza della terra siano ancora in pieno svolgimento.
Le autorità aggiungono beffa all'inganno promettendo alle famiglie che saranno in grado di tornare alle loro terre dopo soli sei mesi.
Dopo il Sayag, negli anni 70, il governo si fa promotore del programma di urbanizzazione e ritaglia sette aree esclusivamente per beduini.
Nel 2009, queste piccole città ancora presentano strade malmesse, infrastrutture fatiscenti e alte percentuali di disoccupazione e criminalità. Più che dare la possibilità ai beduini di coltivare, allevare e ricreare lo stile di vita autosufficiente pre 1948, lo scopo del governo era stato piuttosto quello di sgomberare il Negev.
I lavori sono cominciati e gli alberi si avvicinano sempre di più alle case di El Araqib. Il Jewish National Fund, conosciuto in Italia con il nome ebraico di Keren Kayemeth LeIsrael, conta di aver piantato nella terra d'Israele 240 milioni di alberi in 107 anni.
Dalla riforestazione all'insediamento umano del Neghev, il JNF-KKL ci tiene a pubblicizzare il suo pedigree di ente ecologico e si fa promotore di quello che chiama senza alcuna ironia "Sionismo verde".
Ciò che il JNF-KKL non pubblicizza è la politica discriminatoria alla base del suo essere. Il 13% della terra in Israele appartiene al JNF, una piccola porzione fu comprata dai primi pionieri mentre la maggior parte fu ‘donata' dal governo Israeliano che dopo il 1948 confiscava le terre di arabi che erano fuggiti dai loro villaggi. Ancora oggi, nonostante battaglie legali arrivate fino alla corte suprema, il JNF si considera guardiano delle terre d'Israele per il beneficio degli ebrei in tutto il mondo e si rifiuta di affittare le sue terre a non-ebrei.
Se essere arabo in Israele significa essere cittadino di seconda classe. Nel Neghev in particolare significa valere meno di un albero. Ma gli Al Turi non mollano. Aziz è figlio di Sheikh Saiah ed è tornato ad El Araqib con la moglie e i cinque giovani figli nel 2004. La sua casa consiste di una struttura di legno con muri di compensato, tetto di plastica e un pavimento di cemento. Spiega "siamo cittadini Israeliani e non stiamo facendo niente di male. Vogliamo solo vivere in pace sulle nostre terre.
Se potessimo collegarci all'acqua e all'elettricità potremmo coltivare i campi come si deve e allevare più animali. Se il governo non distruggesse le nostre case le potremmo costruire con le fondamenta e materiali migliori."
All'inizio erano tornate una quarantina di famiglie ma ora siamo rimasti in una decina. Bisogna andare a prendere l'acqua con i trattori e le cisterne un paio di volte alla settimana; non c'è elettricità durante il giorno e la notte bisogna accendere il generatore per avere luce; le scuole sono lontane; e poi c'è sempre il pericolo che le pattuglie del Green Patrol (il braccio armato della Israel Land Authority creato da Ariel Sharon) vengano a buttare giù le case e a distruggere i raccolti."
Lo stato considera questi beduini degli abusivi, perciò il pericolo che ciò succeda è costante.
Nell' Aprile del 2009 il Green Patrol ha distrutto i campi che gli Al Turi avevano coltivato a grano. Quest'anno i soldati si sono limitati ad usare un trattore mentre fino al 2007 spruzzavano pesticidi da aeroplani. Inoltre, all'inizio di Novembre sono tornati a demolire alcune case.
Il riconoscimento legale darebbe ad El Araqib il diritto a un pezzo di terra, a infrastrutture e a servizi che lo stato provvede alle comunità ebraiche e ai nuovi immigrati. I beduini, invece, si trovano nella non invidiabile posizione di aver accettato la sovranità d'Israele nel 1948 ma di non averne guadagnato né terra né diritti.
Nel 2009, il concetto di democrazia ebraica rimane un ossimoro dato che il 20 per cento della popolazione, per ragioni etniche o religiose, ne è escluso.
Etnocrazia sarebbe un termine più appropriato.
Nel mondo accademico e tra gli attivisti si parla anche del bisogno di un'identità Israeliana che sia distaccata dall'identità Ebraica e che includa e non escluda gli arabi e altre minoranze non ebree.
I beduini questo bisogno non possono che condividerlo, dato che di giorno in giorno si scontrano con le limitazioni che un'identità nazionale prettamente ebraica impone sulla loro stessa identità e dignità di Israeliani.
Al momento, però, tra i Beduini la sensazione è che il governo non solo non li consideri Israeliani ma non li consideri punto e basta.