United Nations
Office for the Coordination of Humanitarian Affaire
Occupied Palestinian Territory
Agosto 2009 - Dossier
SHEIKH JARRAH
Sommario
Sheikh Jarrah è un quartiere residenziale palestinese situato nella Gerusalemme Est occupata [1] a nord della Città Vecchia. La zona, nella quale abitano circa 2.700 palestinesi, comprende dei punti di riferimento molto conosciuti quali l’Orient House, l’American Colony Hotel e il Teatro Nazionale Palestinese, oltre a molte missioni consolari.[2]
Data la collocazione strategica dell’area, organizzazioni di coloni israeliani hanno tentato continuamente di acquisire il controllo del terreno e della proprietà per costituire una loro presenza stabile a Sheikh Jarrah. Questa zona abbraccia lo Shepherd Hotel e l’area adiacente; il boschetto di Karm El Mufti; il quartiere Kubaniyat Im Haroun e il quartiere Karm Al Ja’ouni/Tomba (vedi la mappa).
Per realizzare il loro scopo, le organizzazioni dei coloni hanno utilizzato procedure diverse. In un certo numero di casi la proprietà, espropriata dalle autorità israeliane grazie ad un complesso intreccio di procedimenti legali, amministrativi e istituzionali, è stata affittata o trasferita alle organizzazioni dei coloni.[3] In altri casi le organizzazioni stesse dei coloni hanno utilizzato il sistema legale israeliano per rivendicare proprietà presumibilmente possedute da singoli ebrei o da associazioni nei Territori Occupati antecedentemente al 1948. I tribunali israeliani hanno emesso sentenze a favore di tali rivendicazioni, mentre si sono rifiutati di riconoscere il diritto dei profughi palestinesi di reclamare i terreni e le proprietà perdute.
Negli ultimi anni, si sono intensificati gli sforzi fatti da gruppi di coloni, accompagnati spesso dal tentativo di sfrattare famiglie palestinesi e comunità facendo ricorso alla forza, per aprire la strada a nuovi insediamenti.[4] Il 2 agosto 2009, in una recente serie di espulsioni a Sheikh Jarrah, 53 profughi palestinesi, compresi 20 bambini, sono stati cacciati fuori dalle loro case dalle autorità israeliane, in osservanza delle disposizioni dei tribunali. Le proprietà sono state consegnate ad una organizzazione di coloni che si prefigge di edificare un nuovo insediamento nella zona, sistemando almeno altri 24 edifici mentre i relativi 300 abitanti circa sono a rischio di sfratto forzoso. Qualora venissero messi in conto analoghi tentativi fatti in altre parti di Sheikh Jarrah, il numero totale delle unità programmate per la colonia salirebbe a oltre 540, mettendo, secondo le stime, 475 palestinesi a rischio di sfratto coercitivo, di esproprio e di trasferimento.
Attività correlata ai coloni a Sheikh Jarrah.
Quartiere Karm Al Ja’ouni / Tomba [5]
Organizzazioni di coloni reclamano la proprietà dei 18 dunam di terra che stanno attorno ad una tomba storica che è posta al centro di Sheikh Jarrah, con l’obiettivo prestabilito di demolire il circondario palestinese preesistente per spianare la via a un nuovo insediamento di 200 unità abitative. [6] Una delle organizzazioni occupa di già diversi edifici nella zona, che ospitano circa 40 persone e una Yeshiva [scuola per religiosi] per 50 studenti. La rivendicazione, che è stata contestata dai residenti palestinesi dell’area, è stata oggetto di una battaglia legale che si è protratta fin dal 1972.
Tra quelle a rischio di sfratto forzoso è una comunità palestinese di circa 300 profughi che si trasferirono nell’area nel 1956 a seguito di un accordo tra l’UNRWA e il Governo giordano. Le famiglie profughe in origine erano fuggite o erano state espulse, nel 1949, da alcune parti della Palestina mandataria comprendenti anche aree di Gerusalemme Ovest, lasciando dietro di sé terre e proprietà che non sono state in grado di reclamare.
Il 2 agosto 2009, a seguito di una recente sentenza del tribunale, 53 persone, comprendenti 20 bambini, di una comunità di profughi (le famiglie Hanoun e Al Ghawi) sono state sfrattate di forza e le loro case sono state consegnate dalle autorità israeliane a un’organizzazione dei coloni.[7] I beni personali delle famiglie sono stati caricati su di un camion e poi scaricati sulla strada in vicinanza del quartier generale dell’UNRWA. Durante l’esecuzione dello sfratto e le successive manifestazioni 13 persone hanno riportato ferite e oltre 35 sono state arrestate e imprigionate. In assenza di abitazioni alternative, le famiglie si sono accampate sulla strada di fronte alle loro case. Il loro appello per annullare la sentenza di sfratto emessa in precedenza dal tribunale distrettuale, è stato respinto il 9 agosto.
Gli sfratti sono stati condannati dalla comunità internazionale, che ha respinto le affermazioni israeliane secondo le quali gli sfratti eseguiti in modo coatto dei residenti palestinesi dei Territori Occupati sono una questione che riguarda solo le autorità e i tribunali municipali.[8] Al contrario, azioni di questo genere vanno contro gli obblighi contratti da Israele in rapporto al diritto internazionale, incluso il diritto umanitario internazionale.[9]
Kubaniyat Im Haroun.
Un’organizzazione di coloni rivendica diversi appezzamenti di terreno nel quartiere Kubaniyat Im Haroun, posto tra la Nablus Road e la Linea Verde. Il quartiere che si estende su circa 8 dunam di terreno, comprende 33 edifici in cui abitano circa 175 persone, la maggior parte delle quali è data da profughi che sono fuggiti o sono stati espulsi nel 1948 da parti della Palestina mandataria, inclusa anche Gerusalemme Ovest. Nonostante la causa sia ancora pendente nei tribunali israeliani, un gruppo di coloni, accompagnato da poliziotti israeliani e da guardie di sicurezza private, il 26 luglio 2009, è entrato nel quartiere e ha occupato uno degli edifici nell’area. I restauri hanno avuto inizio in uno stabile che al momento era disabitato. Due persone sono rimaste ferite e 13 sono state incarcerate durante l’occupazione e le successive dimostrazioni.
Lo Shepherd Hotel.
Lo Shepherd Hotel che era appartenuto precedentemente alla famiglia Husseini, era stato espropriato nel 1967 dalle autorità israeliane a seguito dell’occupazione di Gerusalemme Est da parte di Israele. Nel 1985, l’Hotel ed il terreno adiacente erano stati trasferiti ad una organizzazione di coloni la quale, conformemente a piani progettuali sottoposti alla Municipalità di Gerusalemme, ha intenzione di costruire circa 90 unità abitative nell’area.[10] Almeno 20 unità residenziali hanno già ottenuto l’approvazione formale da parte della Municipalità di Gerusalemme.
Karm el Mufti.
Così chiamato dal nome dell’ultimo proprietario, il Mufti di Gerusalemme, Karm el Mufti fa riferimento ad un antico uliveto di circa 40 dunam situato sul versante orientale di Sheikh Jarrah, sul lato opposto allo Shepherd Hotel. Espropriato nel 1967 dalla Custodia Israeliana delle Proprietà degli Assenti, il terreno venne dato successivamente in affitto all’associazione di coloni Ateret Cohanim, la quale ha intenzione di costruire nell’area 250 unità abitative. Secondo il piano regolatore della zona, il terreno attualmente è destinato ad area verde, nella quale sarebbe vietato qualsiasi tipo di costruzione.
Il progettato Quartier Generale Amana.
Nel 2005, le autorità israeliane accordarono all’organizzazione di coloni Amana il permesso di rilevare e di sviluppare una porzione di terreno sul versante settentrionale di Sheikh Jarrah. Secondo Peace Now , il terreno sarebbe stato ceduto all’organizzazione senza che fosse stata pubblicata l’offerta, come richiesto dalla legge israeliana. [11] Il terreno, che era stato espropriato da Israele nel 1967, è situato strategicamente di fronte al complesso governativo che ospita il Quartier Generale Centrale di Polizia. Nel 2009, nonostante il dissenso dei palestinesi che abitano nella zona e del vicino French Hospital, la Municipalità di Gerusalemme ha approvato i progetti e concesso un permesso definitivo di edificazione per costruire stabili a tre piani per uffici e un centro per conferenze che possa servire da quartier generale per l’organizzazione.
Trasferimento forzato in altre parti di Gerusalemme Est.
Il trasferimento forzato riguarda pure famiglie palestinesi residenti in altri quartieri di Gerusalemme Est, compresi Siwan e il Monte degli Ulivi, che, insieme a Sheikh Jarrah vengono a costituire parte del Bacino Santo che circonda la Città Vecchia. Dal febbraio al luglio del 2009, a Gerusalemme Est, per lo meno 194 persone, inclusi 95 bambini, sono state trasferite di forza, e altre 107, compresi 46 bambini, sono state colpite in altro modo a seguito della demolizione delle loro case, ordinate o eseguite dalle autorità israeliane. Secondo valutazioni ottimistiche, attualmente, solo a Gerusalemme est ci sarebbero più di 1.500 ordini di demolizioni in sospeso, che in pratica potrebbero colpire diverse migliaia di abitanti palestinesi. [12]
L’attuale combinazione di sfratti forzati e di demolizioni, abbinati ai progetti di edificare strutture residenziali per coloni nel cuore dei quartieri palestinesi, è indicativa dei tentativi di generare sul terreno delle situazioni di fatto che creino un collegamento continuo tra Gerusalemme Ovest, le colonie israeliane a Gerusalemme est e le colonie israeliane nella West Bank, in particolar modo con Ma’ale Adumin. Tali tentativi minacciano di isolare e frammentare i quartieri palestinesi, interrompendo la loro continuità con la parte rimanente della West Bank, mentre viene indebolito ulteriormente il legame economico e sociale tra la parte settentrionale e quella meridionale della West Bank.[13]
Preoccupazioni di carattere umanitario.
Il trasferimento forzato degli abitanti palestinesi della Gerusalemme Est occupata, solleva un numero discreto di gravi problemi umanitari:
- * Le ripercussioni di tipo fisico, sociale, economico ed emotivo, del momento ma anche sul lungo termine, derivate dagli sfratti eseguiti in modo forzoso, dalle demolizioni, dal trasferimento delle famiglie e delle comunità palestinesi. La ridislocazione è spesso seguita dalla separazione della famiglia e da un lungo periodo di instabilità, viene abbassata la qualità della vita e ridotto l’accesso ai servizi di base, quali quelli dell’acqua, dell’educazione e della salute. Le ripercussioni sui bambini possono essere particolarmente devastanti.
- * La potenziale frammentazione dei quartieri palestinesi e la partenza dei rimanenti palestinesi residenti dovuta alle restrizioni al movimento causate dalla presenza prolungata delle forze di sicurezza israeliane, così come alle minacce di maltrattamenti e alle intimidazioni perpetrate da gruppi di coloni. A seguito di analoghi sviluppi nell’area H2 di Hebron, oltre 1.000 case sono state lasciate vuote dai loro ultimi residenti palestinesi, mentre più di 1.800 attività commerciali hanno chiuso i battenti.[15]
- * Il trasferimento forzato e l’esproprio degli abitanti palestinesi di Gerusalemme Est va contro gli obblighi contratti da Israele nei confronti del Diritto Internazionale. Ciò include l’utilizzo dei tribunali municipali e delle autorità perché impediscano a singoli ebrei o ad associazioni di rivendicare terreni e proprietà possedute presumibilmente nei Territori Occupati prima del 1948, fintanto che vengono respinti equivalenti diritti dei palestinesi nei confronti di terreni e di proprietà in Israele e a Gerusalemme Ovest.
La via da seguire per procedere.
* Impedire il trasferimento di famiglie e di comunità palestinesi imponendo
un immediato arresto degli sfratti coatti e alla demolizione delle case.
- * Agevolare il ritorno alle loro case delle famiglie che sono state ridislocate
a seguito di sfatti effettuati con l’uso della forza e della demolizione delle
case a Gerusalemme Est.
- * Proteggere i diritti dei residenti palestinesi sui terreni e le proprietà ed
assicurare il rispetto del Diritto Internazionale, inclusi i Diritti Umani e
il Diritto Umanitario.
- * Assicurare che le famiglie palestinesi a rischio di ridislocazione possano
avere accesso a un’adeguata pianificazione, a consigli e all’assistenza
legale, come richiesto.
Note
[1] Nel 1967, Israele ha occupato la West Bank ed ha annesso unilateralmente ai suoi territori 70,5 kmq dell’area occupata, che è stata successivamente inserita all’interno della Municipalità di Gerusalemme e che ora viene indicata come “Gerusalemme Est”. Questa annessione viola il Diritto Internazionale e non è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite o dai suoi stati membri. Vedi le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 252, 476 e 478.
[2] Cifre della popolazione dalla Società Accademica Palestinese per gli Studi e gli Affari Internazionali. Vedi PASSIA, Diario, 2009, p.398.
[3] Per una visione d’insieme di tali meccanismi e del loro uso per supportare la fondazione e l’espansione delle colonie nei territori occupati, inclusa Gerusalemme Est, vedi Land Grab: Israel’s Settlement Policy in the West Bank (B’Tselem,2002) e Ruling Palesatine: A History of the Legally Sanctioned Jewish-Israeli Seizure of Land and Housing in Palestine (Cohre/Badil, 2005). Dovrebbe essere risaputo che la confisca di proprietà pubbliche o private in territori occupati da parte della Forza Occupante è vietato dal Diritto Internazionale, compresi gli Articoli 46 e 55 dei Regolamenti dell’Aja del 1907.
[4] Per ciò che riguarda gli insediamenti, l’Articolo 49 della IV Convenzione di Ginevra vieta alla Forza Occupante di trasferire la propria popolazione civile all’interno dei territori che essa occupa. Lo status di illegalità delle colonie israeliane è stato confermato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per esempio nella Risoluzione 465 (1980), e dalla Corte Internazionale di Giustizia, nella sua Opinione Consultiva sul Muro nel 2004.
[5] L’origine della tomba è discussa. Essa è stata attribuita o a un mercante romano, o a Shimon Ha’Tzadik, un alto sacerdote ebraico del 4° secolo d.C. Vedi The Holy Land: An Oxford Archaeological Guide (J. Murphy-O’Connor, Oxford University Press, 2008).
[6] Piano regolatore della città 12705 prima della Commissione di Pianificazione Locale di Gerusalemme, riferito in Evictions and Settlement Plan in Sheikh Jarrah: the Case of Shimon Ha’Tzadik (Ir Amim, giugno 2009). Vedi anche Seizing Control of Space in East Jerusalem (M. Margalit, stesura non pubblicata 2008, pp 27-28).
[7] Le famiglie sono tra le 28 famiglie di profughi che avevano ricevoto il finanziamento dall’UNRWA nel 1956 per costruire le loro case sul terreno messo a disposizione dal Governo di Giordania. Tre delle 28 famiglie sono state sfrattate; la Hanoun e la Al Ghawi nell’agosto 2009 e la Al Kurd nel novembre del 2008. Tutte e tre le famiglie sono state precedentemente sfrattate. Di una quarta casa si sono impossessati i coloni nel 1967 mentre gli abitanti erano via in permesso.
[8] Vedi le dichiarazioni pubblicate da Stati Uniti, Bran Bretagna, Unione Europea e Nazioni Unite il 2 e il 4 agosto 2009. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo del Medio Oriente, ha dichiarato, tra le altre cose, che oltre ad essere in contrasto con il Diritto Internazionale, gli espropri accrescono le tensioni e mettono a repentaglio gli sforzi per creare le condizioni per negoziati fruttuosi per giungere alla pace.
[9] Il Diritto Internazionale Umanitario, compreso l’Articolo 43 dei Regolamenti dell’Aja del 1907, richiede che la Forza Occupante rispetti la legge in atto nel territorio occupato. L’applicazione da parte di Israele del proprio diritto nazionale e del proprio sistema giudiziario per trasferire con la forza i palestinesi residenti nella Gerusalemme Est occupata va contro tali obblighi.
[10] Vedi Town Planning Scheme 11536 & 2591, riportato in Evictions and Settlement Plans in Sheikh Jarrah: The Case of Shimon Ha’Tzadik (Ir Amim, giugno 2009).
[11] Vedi Settler Compound in East Jerusalem Receives Final Construction Permit (Peace Now, 21 aprile 2009), reperibile su http://www.peacenow.org.il/site/en/peace.asp?pi=66&fld=608&docid=3626.
[12] Le demolizioni colpiscono spesso strutture che sono state costruite senza i permessi ufficiali di edificazione, che i residenti palestinesi generalmente non sono in grado di ottenere a causa di una combinazione di richieste amministrative, di progettazione e urbanistiche severe e fatte per creare ostacoli. Vedi The Planning Crisis in East Jerusalem: Understanding the Phenomenon of “illegal” Construction (OCHA, aprile 2009) e No Place Like Home: House Demolitions in East Jerusalem (ICAHD, 2007).
[13] Analoghe tendenze sono evidenti ovunque nella West Bank. Nell’Area C, dove Israele conserva il controllo nei campi della sicurezza, delle costruzioni e della pianificazione, 319 palestinesi, compresi 167 bambini sono stati trasferiti e 392 persone, inclusi 254 bambini sono stato colpiti in altro modo, conseguentemente alla demolizione delle loro case, tra il gennaio e il luglio 2009.
[14] Questo comprende disturbi psichici quali depressione, difficoltà di concentrazione e aumento dell’aggressività. Vedi Broken Homes: Addressing the Impact of House Demolitions on Palestinian Children & Families (Palestinian Counseling Center, Save the Children UK and the Welfare Association, aprile 2009).
[15] Ghost Town: Israel’s Separation Policy and Forced Eviction of Palestinians from the Center of Hebron (B’Tselem/ Association for Civil Rights in Israel, maggio 2007)
(tradotto da mariano mingarelli)