La falsa morale dei complici

22/05/2026-by Osservatorio Repressione

Il governo Meloni e la “sinistra per Israele” si indignano per Ben-Gvir solo quando l’umiliazione colpisce gli europei, ma hanno taciuto davanti al genocidio palestinese, alle torture, alla fame e all’assedio di Gaza

C’è qualcosa di osceno nella tardiva indignazione occidentale per le immagini degli attivisti della Global Sumud Flotilla umiliati e torturati ad Ashdod. Non perché quelle immagini non siano terribili. Lo sono. Donne e uomini sequestrati in acque internazionali, costretti a terra, legati, esposti come trofei davanti al ministro fascista Itamar Ben-Gvir, rappresentano una scena infame, brutale, coloniale. Ma l’oscenità sta nella selezione dell’indignazione: quando a essere umiliati, bendati, legati, torturati, affamati, incarcerati, stuprati, uccisi erano i palestinesi, buona parte dell’Occidente istituzionale ha taciuto, minimizzato, giustificato, coperto.

Ora scoprono Ben-Gvir. Ora scoprono la ferocia israeliana. Ora scoprono che Israele viola la dignità umana. Ma dov’erano quando i prigionieri palestinesi venivano fotografati bendati e seminudi? Dov’erano quando Gaza veniva rasa al suolo? Dov’erano quando i bambini venivano estratti dalle macerie? Dov’erano quando Israele uccideva giornalisti palestinesi, impediva l’ingresso alla stampa internazionale, distruggeva ospedali, scuole, campi profughi, tende, ambulanze, famiglie intere?

Il punto è questo: la Flotilla ha costretto il mondo occidentale a vedere ciò che per anni ha scelto di non vedere. Ha infranto il muro narrativo costruito da governi, media e propaganda israeliana. Non ha solo tentato di rompere il blocco di Gaza: ha rotto il blocco della testimonianza. Per questo Israele l’ha colpita con tanta violenza. Perché quelle barche non trasportavano soltanto aiuti. Trasportavano occhi, corpi, voci, presenza politica. Trasportavano la possibilità di rendere visibile ciò che Israele vuole tenere nascosto.

Il macabro spettacolo di Ben-Gvir non è una deviazione. È la verità che scappa di mano alla propaganda. Israele investe milioni nella Hasbara, compra influencer, usa l’intelligenza artificiale, organizza eventi pubblici, minaccia le Corti internazionali, demonizza le Ong e le Nazioni Unite. Ma poi arriva un ministro fascista, sventola una bandiera davanti a persone legate e inginocchiate, e mostra al mondo ciò che il sistema israeliano è: dominio, umiliazione, vendetta, suprematismo.

La condanna di Netanyahu e del ministro degli Esteri israeliano contro Ben-Gvir non vale nulla. Non condannano il crimine, condannano l’imbarazzo. Non contestano il sequestro della Flotilla, non contestano l’assalto in acque internazionali, non contestano la detenzione arbitraria. Contestano solo il fatto che Ben-Gvir abbia reso troppo visibile la brutalità del regime. Il problema, per loro, non è l’umiliazione dei prigionieri. È che qualcuno l’abbia filmata.

E la stessa ipocrisia attraversa l’Italia. Meloni e Tajani parlano di immagini “inaccettabili”, convocano ambasciatori, cercano parole di circostanza. Ma sono gli stessi che hanno coperto Israele, che hanno attaccato le piazze per la Palestina, che hanno tollerato la criminalizzazione della solidarietà, che hanno trattato la Flotilla come un problema di ordine pubblico e non come una missione umanitaria contro un assedio criminale.

La falsa moralità del governo Meloni sta tutta qui: indignarsi quando l’orrore diventa ingestibile sul piano mediatico, ma restare politicamente allineati con chi quell’orrore lo produce ogni giorno. Se davvero il governo italiano considera inaccettabile ciò che è accaduto ad Ashdod, allora ritiri l’ambasciatore, espella quello israeliano, sospenda gli accordi militari e commerciali, sostenga sanzioni ed embargo, riconosca lo Stato di Palestina, denunci Israele davanti alla Corte penale internazionale. Tutto il resto è teatro.

Ma accanto alla destra di governo c’è un’altra responsabilità: quella della “sinistra per Israele”, della sinistra atlantista, della sinistra che parla di diritti umani solo quando non disturbano gli equilibri geopolitici. Una sinistra che si commuove per la dignità violata degli europei ma non trova la forza di pronunciare con nettezza la parola genocidio. Una sinistra che ha accettato per anni il ricatto dell’equivalenza tra antisionismo e antisemitismo, contribuendo a isolare chi denunciava l’apartheid israeliano quando ancora era meno conveniente farlo.

Questa sinistra oggi prova a salire sul carro dell’indignazione, ma non può cancellare il proprio silenzio. Non può cancellare le ambiguità, le cautele, le formule vuote, le condanne “di ogni violenza” mentre una sola parte occupava, bombardava, affamava, deportava. Non può fingere che Ben-Gvir sia un incidente quando è il prodotto coerente di uno Stato fondato sull’occupazione e sulla gerarchia coloniale tra vite degne e vite sacrificabili.

Il vero scandalo non è solo che gli attivisti della Flotilla siano stati trattati come prigionieri da esibire. Il vero scandalo è che i palestinesi subiscono questo e molto peggio da decenni, senza che la loro sofferenza produca lo stesso sussulto morale. È qui che cade la maschera dell’Occidente: la dignità umana viene riconosciuta solo quando ha il passaporto giusto, il volto giusto, la cittadinanza giusta.

La Flotilla ha mostrato questa gerarchia razzista. Ha costretto le istituzioni europee a indignarsi perché, per una volta, la violenza israeliana ha colpito corpi non palestinesi davanti alle telecamere. Ma il suo compito politico più profondo è ricordarci che quella violenza è la normalità quotidiana del popolo palestinese: prigionieri senza processo, case demolite, villaggi sgomberati, bambini uccisi, fame usata come arma, giornalisti assassinati, ospedali trasformati in obiettivi militari.

Per questo non basta condannare Ben-Gvir. Bisogna condannare Israele. Non basta dire che quelle immagini sono indegne. Bisogna dire che indegno è l’assedio di Gaza. Indegno è il blocco. Indegna è l’occupazione. Indegna è la complicità occidentale. Indegna è la sinistra che si scopre umanitaria solo quando la pressione delle piazze la costringe a parlare.

La causa palestinese è diventata la bussola morale del nostro tempo. Non perché sia l’unica ingiustizia del mondo, ma perché mostra con chiarezza assoluta chi difende davvero il diritto internazionale e chi lo usa come ornamento retorico. Chi sta dalla parte degli oppressi e chi dalla parte degli oppressori. Chi considera universale la dignità umana e chi la distribuisce secondo alleanze, razza, religione, interessi militari e obbedienze imperiali.

Israele può continuare a chiamare terroristi gli attivisti, i medici, i giornalisti, i palestinesi, chiunque osi rompere il silenzio. Ma il terrorismo vero è quello di uno Stato che assedia, bombarda, affama, sequestra e umilia. E la complicità vera è quella dei governi che continuano a proteggerlo mentre fingono di scandalizzarsi davanti alle sue immagini più indecenti.

La Flotilla ha già vinto una battaglia: ha reso più difficile fingere di non sapere. Ora tocca agli equipaggi di terra continuare. Nelle piazze, nei porti, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei sindacati, nei consigli comunali, ovunque si possa imporre una rottura reale con Israele.

Sanzioni, embargo, boicottaggio, stop agli accordi militari, fine delle collaborazioni economiche e accademiche, riconoscimento della Palestina, liberazione dei prigionieri palestinesi.

Tutto il resto è ipocrisia. E l’ipocrisia, davanti a un genocidio, è complicità.

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