Israele respinge il rapporto dell’Onu, «nessuna carestia a Gaza, ecco i nostri numeri»

Secondo lo Stato ebraico, il rapporto presenta «gravi lacune metodologiche e fattuali» e le conclusioni sono «fabbricate e costruite su misura per la propaganda di Hamas»

di Redazione Italia Oggi, 22/8/25  https://www.italiaoggi.it/economia-e-politica/politica-estera/israele-respinge-il-rapporto-dellonu-nessuna-carestia-a-gaza-ecco-i-nostri-numeri-rmnmo1r9

L’esercito isrealiano ha respinto un rapporto diffuso dall’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), organismo sostenuto dalle Nazioni Unite, che ha lanciato l’allarme su una possibile «carestia imminente» a Gaza. Secondo l’IPC, la situazione potrebbe portare l’Onu a dichiarare formalmente lo stato di «emergenza da carestia» nella città.  In una replica dettagliata, il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) ha definito le conclusioni dell’IPC «false e faziose», accusando l’organizzazione di basarsi su «dati parziali e manipolati forniti da Hamas». Il COGAT è un'agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile della gestione delle questioni civili nei territori palestinesi occupati, inclusa la coordinazione degli aiuti umanitari verso Gaza e la Cisgiordania.

Le accuse ad Israele: dati distorti e soglie abbassate   Secondo il COGAT, il rapporto presenta «gravi lacune metodologiche e fattuali». Israele sostiene che l’IPC avrebbe ridotto in modo arbitrario le soglie necessarie a dichiarare la carestia, abbassando dal 30% al 15% la percentuale di famiglie in grave insicurezza alimentare, ed eliminando dal calcolo i tassi di mortalità. Un approccio che, secondo lo Stato ebraico, dimostrerebbe una scelta «politicamente motivata e profondamente non professionale».  Il ministero degli Esteri israeliano, secondo il sito d’informazione Ynet, ha parlato di conclusioni «fabbricate e costruite su misura per la propaganda di Hamas», accusando l’IPC di «ripulire le menzogne del movimento» e di perseguire un’agenda politica piuttosto che un’analisi oggettiva.

Gli aiuti umanitari secondo Israele    Israele ha presentato numeri per dimostrare che a Gaza non si registra una carestia diffusa. Secondo i dati diffusi da COGAT, dall’inizio della guerra oltre 100.000 camion di aiuti sarebbero entrati nell’enclave palestinese, l’80% dei quali carichi di cibo.  Solo tra il 19 gennaio e il venerdì scorso, nell’ambito dell’accordo sugli ostaggi, Israele ha fatto transitare 25.200 camion con viveri, acqua, medicinali e forniture d’emergenza. Nel solo mese di maggio sarebbero arrivati oltre 10.000 camion e, secondo COGAT, ciò avrebbe portato a un «calo significativo dei prezzi dei generi alimentari» sui mercati locali.

Israele sostiene inoltre che la disponibilità calorica media a Gaza sia oggi pari a 4.400 calorie pro capite al giorno, ben oltre la soglia di carestia stabilita dagli standard internazionali. Sono stati consegnati anche alimenti terapeutici per bambini malnutriti, latte in polvere e prodotti ad alto contenuto calorico.   Oltre 90 cucine comunitarie sarebbero operative in diverse zone della Striscia, con oltre 600.000 pasti serviti quotidianamente. Dal mese di maggio, sarebbero stati distribuiti più di 2,2 milioni di pacchi alimentari. Sempre secondo il COGAT, 48.000 tonnellate di forniture mediche sono entrate nella Striscia, mentre l’accesso all’acqua sarebbe stato ampliato grazie a condutture da Israele, impianti di desalinizzazione e infrastrutture finanziate dagli Emirati. In coordinamento con 12 Paesi, oltre 2.300 pacchi umanitari sarebbero stati anche lanciati dal cielo.

La posizione dell’ONU   Le Nazioni Unite dipingono però un quadro radicalmente diverso. L’Alto Commissario per i Diritti Umani, Volker Turk, ha affermato che la fame a Gaza nord è una «conseguenza diretta delle azioni del governo israeliano», avvertendo che i decessi per malnutrizione potrebbero configurare “crimini di guerra”. Anche il Segretario generale António Guterres ha parlato di «catastrofe provocata dall’uomo» che non può essere lasciata senza risposta.

Critiche alle fonti dell’IPC     COGAT accusa l’IPC di aver basato le proprie valutazioni su indagini telefoniche non pubblicate, su dati raccolti da staff UNRWA «legato a Hamas» e da associazioni locali con «interessi diretti». L’organismo israeliano rimprovera all’IPC di aver ignorato i progressi più recenti nella consegna degli aiuti, preferendo “proiezioni allarmistiche” che non rispecchiano, secondo Tel Aviv, “la tendenza positiva” registrata negli ultimi mesi.   «Il rapporto dell’IPC rappresenta l’ennesimo esempio di istituzioni internazionali che abbandonano il proprio mandato per cedere alla politicizzazione, diventando strumenti della propaganda di Hamas», ha dichiarato il generale Ghassan Alian, responsabile di COGAT.   Israele chiede dunque che la comunità internazionale esamini “tutti i dati disponibili” prima di rilanciare accuse che considera “prive di fondamento”.

Da: Il Riformista e Informazione corretta del 29 /8/25

In un’intervista al Riformista del 29 /8/25 Inbal Natan Gabay, consigliera politica e portavoce dell’ambasciata israeliana in Italia, sottolinea l’alleanza tra Roma e Gerusalemme «nella difesa dei valori di libertà e stabilità». La diplomatica ribadisce che Israele combatte Hamas e non la popolazione di Gaza, ricordando gli sforzi per limitare le vittime civili e l’apertura di nuovi centri di distribuzione degli aiuti con il sostegno Usa. Gabay denuncia l’ondata di antisemitismo in Europa, definendola «uno tsunami che minaccia la civiltà», e critica la politicizzazione dell’Onu: «l’operato di Francesca Albanese è un esempio lampante di parzialità e linguaggio antisemita». Apprezza l’iniziativa italiana di curare bambini palestinesi e invita «i cittadini italiani a riconoscere la complessità del conflitto. Scendere in piazza per Hamas significa sostenere il terrorismo, un’organizzazione che spara sui propri civili e li usa come scudi umani». Sempre sul Riformista, lo storico Francesco Lucrezi contesta l’uso del criterio di proporzionalità per giudicare la condotta di Israele a Gaza, definendolo un «mito contemporaneo» mai applicato nella storia del diritto di guerra.