A oltre sessant’anni dalla sua uscita nel Regno Unito (da Hutchinson & Co., nel 1963), grazie alla casa editrice Agenzia Alcatraz è stato pubblicato ora anche in Italia La strada per Be’er Sheva dell’inglese Ethel Mannin (1900-1984), scrittrice assolutamente “contro”, di idee anarchiche, antifascista, antimonarchica, pacifista e femminista. Il lungo ostracismo in Italia a La strada per Be'er Sheva è dovuto forse allo scarso interesse del mercato editoriale nazionale verso questa importante autrice libertaria? Oppure lo si spiega col fatto che il suo sia stato il primo romanzo occidentale a narrare dal punto di vista dei palestinesi la Nakba, ossia la pulizia etnica operata dalle milizie sioniste israeliane nel 1948, e il conseguente esodo dei palestinesi? Va detto subito che si tratta di un grande libro, scritto con coraggio inaudito, con libertà, con totale anticonformismo, in un'epoca in cui parlare dei massacri sionisti dei palestinesi era estremamente difficile.
Lo ostacolava intanto la vicinanza temporale allo sterminio nazista degli ebrei, che pesava come un macigno su chiunque avesse voluto attaccare Israele. E vi concorrevano, poi, svariate ragioni di politica internazionale in quei tempi di guerra fredda, che vedeva l'Occidente con Israele e l'Urss con i Paesi arabi.
La Mannin invece volle scriverlo comunque; lo fece anche come reazione al romanzo Exodus di Leon Uris, narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele, per far sapere che c'era stato un altro esodo: quello del popolo della Palestina, cacciato dalle terre abitate da centinaia e centinaia di anni. "È la resistenza delle pietre scagliate", osserva, nella postfazione, Tiffany Vecchietti, "contro chi ti schiaccia la gabbia toracica col carrarmato". Ed è soprattutto un romanzo-verità terribilmente attuale. Anzi: lo leggi e sembra che tu stia leggendo le cronache spaventose dei giornali di questi giorni su quanto i sionisti israeliani, soldati e coloni, stanno facendo a Gaza a donne, vecchi e bambini.
Naturalmente non mancherà chi accuserà il libro della Mannin di "antisemitismo", scambiando volutamente, come si suole dire, il dito per la luna. Ma non c'è niente di antisemita nel romanzo. C'è invece molto contro la politica israeliana di eliminazione della presenza dei palestinesi dalle loro terre.
L'avvio del romanzo della Mannin ha una data precisa: il 15 luglio del 1948, in pieno conflitto arabo-israeliano. Le truppe israeliane occupano la città palestinese di Lidda, iniziano a uccidere e a cacciare la popolazione araba. Significa l'esodo di un numero altissimo di persone, in gran parte, si sa, donne, vecchi e bambini. Ieri come oggi, pertanto. Tra i profughi c'è la famiglia di Butros Mansour, un possidente palestinese di fede cristiana, costretto a scappare con la moglie di origini inglesi e il figlio di dodici anni, Anton. Quest'ultimo, costretto a trasferirsi in Inghilterra, farà di tutto per ritornare in Palestina e unirsi alla resistenza contro gli invasori sionisti.
L'Agenzia Alcatraz ha pubblicato nella collana "Bizarre" un altro libro della Mannin: è Lucifero e la bambina, considerato il suo capolavoro "gotico" (del 1944).
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