Palestina. “Vittime perfette” o il rifiuto di esserlo

Gerusalemme, 2000. Alcuni bambini della scuola elementare Rawdat El-Zuhur (Gerusalemme Est) durante un campo estivo organizzato dalla Young Men’s Christian Association (YMCA).

The Rawdat el-Zuhur School Collection / The Palestinian Museum Digital Archive

Nel suo ultimo libro, Vittime perfette e la politica del gradimento, il giornalista e poeta palestinese Mohammed El-Kurd denuncia i meccanismi dei media e della politica occidentale, che riconoscono ai palestinesi empatia e diritti soltanto a condizione che siano “vittime perfette”. Nato a Gerusalemme, l’autore invita a decolonizzare lo sguardo e l’informazione, per imparare a guardare i palestinesi negli occhi.

Elza Goffaux > 28 ottobre 2026   Traduzione dal francese di Luigi Toni

Vittime perfette
Mohammed El-kurd
Traduzione di Clara Nubile
Fandango Libri
288 pagine

Ogni giorno Mohammed El-Kurd raggiungeva il suo ufficio di New York nel primo pomeriggio e vi restava fino a notte fonda. Di quelle lunghe ore, soltanto una piccola parte era dedicata alla stesura del manoscritto. “Per il resto del tempo, non facevo che seguire le notizie, leggere tutto quello che riuscivo a trovare e riflettere sulle conclusioni da trarne”, ricorda, mentre Israele porta avanti la sua guerra genocida a Gaza. Quella sensazione di impotenza riaffiora nella nota d’autore: “Non è soltanto il dolore a rendere straziante la scrittura durante un genocidio; è soprattutto ammettere che la parola scritta può fare vergognosamente poco davanti alle bombe di novecento chili”.

Eppure, Mohammed El-Kurd è ben lontano dal rassegnarsi. Con Perfect Victims and the Politics of Appeal (“Vittime perfette e la politica del gradimento”), sceglie, al contrario, di contrastare i tentativi di disumanizzare il popolo palestinese e di ridurlo a un’identità immutabile. Nel libro, l’autore, ventottenne, raccoglie e sviluppa temi che affronta da anni nei suoi interventi pubblici e nei suoi articoli: nello spazio politico e mediatico occidentale, la voce di un palestinese pesa meno di quella di un israeliano. Per essere ascoltati, i palestinesi non devono soltanto risultare graditi, ma anche dimostrarsi irreprensibili.

#SaveSheikhJarrah

Fin da bambino, Mohammed El-Kurd ha sperimentato sulla propria pelle questa “politica del gradimento” (politics of appeal, in inglese). Racconta che, a undici anni, si ritrovò a fare da portavoce del suo quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, dove gli abitanti erano minacciati di espulsione dai coloni israeliani. Originario dello stesso quartiere, si trovò così a parlare davanti a giornalisti e diplomatici e a comparire in un documentario. Nel frattempo, metà della sua casa veniva occupata da coloni ebrei “con accento newyorkese”. All’epoca pensava di essere stato scelto perché era “speciale”; solo più tardi avrebbe capito che l’Occidente preferisce dare la parola ai bambini perché li considera innocui.

Mentre prosegue gli studi negli Stati Uniti, i suoi familiari tornano a essere minacciati di espulsione e, nel 2021, Sheikh Jarrah finisce nuovamente sulle prime pagine dei giornali. Mohammed rientra in Palestina e, insieme alla sorella gemella Muna, torna a mobilitarsi, dando vita a una campagna che supera rapidamente i confini palestinesi e diventa nota con l’hashtag #SaveSheikhJarrah. Poco dopo, i due gemelli entrano nella lista delle cento personalità più influenti del Time Magazine. “Ho pensato che si potesse sfruttare questa visibilità per dire qualcosa”, ricorda Mohammed, cinque anni dopo. “Non appena è stata annunciata la notizia, ho detto che quel riconoscimento era puramente simbolico, ma dimostrava quanto la causa palestinese fosse centrale. E se il mondo vuole sostenerla, deve interrompere i rapporti con Israele”.

Mohammed El-Kurd durante la presentazione del suo libro a Parigi nell’ottobre del 2026.

© Elza Goffaux

Nello stesso anno, Mohammed El-Kurd pubblica il suo primo libro, Rifqa1, una raccolta di poesie in arabo dedicata alla nonna. Per Vittime perfette, invece, sceglie l’inglese. Si rivolge ai palestinesi, alla diaspora e a quanti sostengono la loro causa con un tono tagliente, ma mai privo di benevolenza. “Immagino il mio lettore come una persona curiosa, simpatica, intelligente, interessata e con i suoi pregiudizi”, spiega l’autore. “Non è però qualcuno a cui posso mentire o che posso deludere. È come un amico che accolgo in casa mia e con cui posso intraprendere un cammino in tutta sincerità”.

“Volevo che il mondo si fermasse”

Il percorso comincia con le parole “anche se!”, stampate in grassetto per tre volte consecutive sulla stessa pagina. El-Kurd rifiuta che l’empatia nei confronti dei palestinesi sia subordinata alle loro appartenenze politiche, alle loro idee o alla loro condotta morale. “E quand’anche pensassimo davvero tutto il male di cui ci accusano, questo non giustificherebbe comunque il genocidio”, osserva con fermezza. In questo capovolgimento di prospettiva, soltanto le “vittime perfette” sembrano avere diritto di parola: i bambini, i civili, le persone istruite, chi possiede una doppia cittadinanza. Tutti gli altri vengono relegati nella categoria dei “terroristi”.

Mohammed El-Kurd torna su un caso che gli sta particolarmente a cuore e che ha colpito profondamente anche molti nel mondo arabo: l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh. Corrispondente di Al Jazeera, Abu Akleh viene uccisa nel 2022 dalle forze israeliane mentre segue un reportage nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania occupata. La notizia fa il giro del mondo, ma l’attenzione si concentra soprattutto sulla sua cittadinanza statunitense. El-Kurd vi riconosce una gerarchia nell’empatia e nell’attenzione riservate ai palestinesi. “Volevo che il mondo si fermasse per la morte di una palestinese, indipendentemente dai qualificativi”, scrive nel capitolo dedicato alla giornalista.

Per mettere in luce queste gerarchie, l’autore racconta la realtà palestinese ricorrendo ai pronomi io, noi e loro:


Siamo tutti palestinesi, naturalmente, ma esiste una reale frammentazione coloniale. La frammentazione non è puramente simbolica; ci ha trasformato in un milione di persone che vivono in milioni di stati allo stesso tempo2 […] Tali cambiamenti di registro, sia calcolati sia spontanei condizionano anche il fluttuare del testo tra la prima, la seconda e la terza persona quando parlo di palestinesi, un’oscillazione in apparenza casuale. A volte uso “loro” per riferirmi al popolo palestinese come se vivesse su un pianeta distante; altre volte uso “noi” o “io”. L’uso di pronomi diversi è, di fatto, abbastanza rappresentativo delle disparate condizioni in cui vivono gli stessi palestinesi, siano esse politiche, socioeconomiche o relazionali: condizioni tutte segnate profondamente dalla frammentazione coloniale.

Poesia e proverbi palestinesi

Accanto alle vittime la cui morte, per l’orrore e la violenza che l’hanno accompagnata, ha colpito l’opinione pubblica – come l’attivista statunitense Rachel Corrie, ventitreenne uccisa nel 2003 da un bulldozer israeliano; Mohammad Abu Khdeir, sedicenne rapito e bruciato vivo nel 2014 da tre israeliani; o Hind Rajab, la bambina di sei anni uccisa a Gaza nel 2024 insieme ai soccorritori accorsi in suo aiuto – Mohammed El-Kurd dà spazio anche a chi non è mai arrivato sulle prime pagine dei giornali. Ricorda Ghufran Warasneh, giornalista originaria di Hebron, uccisa tre settimane dopo Shireen Abu Akleh. Racconta la storia di Walid Sharif, ventitreenne morto nel 2022 per le ferite riportate per mano dell’esercito israeliano sulla Spianata delle Moschee, il cui funerale fu assaltato dai soldati israeliani. Ricorda infine i prigionieri politici, tra cui l’amico Omar, arrestato all’aeroporto e detenuto senza che gli fosse contestata alcuna accusa, al quale dedica il libro.


Volevo contrastare la desensibilizzazione perché, come direbbe mio cugino, il nostro calendario non è fatto che di giorni di lutto. È difficile dare risalto a qualsiasi altra cosa. Perciò, facendo i nomi dei martiri, ricordo al lettore che non sono semplici numeri. A volte non ho nemmeno spiegato chi fossero, perché sono nomi noti a tutti e dovrebbero far parte delle conoscenze di base.

Oltre a rifarsi al pensiero decoloniale di Aimé Césaire, Frantz Fanon e James Baldwin, Mohammed El-Kurd cita studiosi e storici palestinesi, come Aref Al-Aref e Salman Abu Sitta, cancellati dalla produzione intellettuale sulla Palestina. Attinge anche alla poesia, citando Amal Dunqul e Mahmoud Darwish, oltre agli scritti di Walid Daqqa.

Nella tradizione araba, e soprattutto in quella palestinese, la poesia è al tempo stesso un archivio della memoria collettiva, uno strumento di comunicazione e una risorsa psicologica, spiega l’autore. Ricorro spesso anche ai proverbi, liquidati come superstizioni popolari o relegati a un ruolo marginale, benché siano essenziali per la nostra storia orale e per la trasmissione del sapere. Offrono uno spaccato della psicologia di un’intera epoca: alcuni sono disfattisti, altri rivoluzionari.

“I giornalisti ci uccidono con voce passiva”

La scrittura di Mohammed El-Kurd non è propriamente accademica né giornalistica. L’autore cambia registro, ma non fa concessioni. Scrive con ironia, una caratteristica per cui è noto nelle sue apparizioni televisive, dove, del resto, non viene mai invitato una seconda volta.

Giornalista per le testate statunitensi di sinistra The Nation e Mondoweiss in Vittime perfette analizza la parzialità del sistema mediatico. “I giornalisti ci uccidono con voce passiva”, scrive nel libro. Oltre a dare la parola soltanto alle “vittime perfette”, osserva che i media invitano raramente i palestinesi in qualità di esperti, preferendo relegarli al ruolo di testimoni. I giornalisti palestinesi vengono screditati perché considerati troppo soggettivi, mentre raramente si sottolineano i legami con Israele di altri giornalisti, come nel caso di una corrispondente del New York Times i cui figli sono arruolati nell’esercito. La resistenza palestinese viene descritta come patologica, mentre la guerriglia ucraina è celebrata.

L’autore, però, non si limita a denunciare questa situazione. Vittime perfette vuole essere soprattutto una guida.

Primo consiglio: ricorrere all’irriverenza. Significa usare l’umorismo per rifiutare i termini di un dibattito ingabbiato nell’alternativa tra sostenere o meno la resistenza, odiare o meno gli israeliani. “È questo il modo per spostare più in là il limite del dicibile”, spiega Mohammed El-kurd. “Voglio ridicolizzare il presupposto di partenza, prendermene gioco e capovolgerlo completamente”. Questa tecnica è liberatoria per chi parla, ma anche per chi ascolta, perché riporta il dibattito sulla violenza coloniale.

Secondo consiglio: onestà e umiltà. Riconoscere le gerarchie della parola nei media e interrogarsi sulle pratiche giornalistiche. Dare maggiore visibilità alle iniziative intellettuali palestinesi. In una parola, per l’autore, “decolonizzare la stampa”. Infine, passare dalla retorica all’azione: lo slogan “Siamo tutti palestinesi” deve tradursi in fatti concreti. Ognuno è chiamato a uscire dalla passività.

“Abbiamo ottenuto un ampio sostegno popolare e provocato un cambiamento d’opinione senza precedenti”, osserva Mohammed El-Kurd, tracciando un bilancio del movimento occidentale di solidarietà con la Palestina. “Ma non siamo riusciti a tradurre questo sostegno in cambiamenti sul piano istituzionale. Mi piace molto la frase di Martin Luther King secondo cui ‘l’arco morale dell’universo tende verso la giustizia’, ma non sono affatto d’accordo: non si piega da solo. Le persone si stanno informando sulla Palestina: è il momento di passare all’azione”.

Mohammed El-Kurd non perde la speranza e prosegue il suo impegno. Figura di primo piano del movimento di solidarietà con la Palestina, è diventato un punto di riferimento per gli attivisti grazie ai suoi interventi e ai suoi scritti, come dimostrano le sale gremite durante il tour di presentazione del libro. Nei suoi sogni, però, visita una Palestina libera, dove, come scrive, “Non ci sono sirene, coloni, niente perquisizioni complete sotto i lampioni, e non mi fermo a chiedermi perché”.

Elza Goffaux

Giornalista freelance e fotografa franco-greca, specializzata nella cronaca dei movimenti sociali, dell’immigrazione e della cultura.

Palestina. “Vittime perfette” o il rifiuto di esserlo - Elza Goffaux

Gerusalemme, 2000. Alcuni bambini della scuola elementare Rawdat El-Zuhur (Gerusalemme Est) durante un campo estivo organizzato dalla Young Men’s Christian Association (YMCA).

The Rawdat el-Zuhur School Collection / The Palestinian Museum Digital Archive

Nel suo ultimo libro, Vittime perfette e la politica del gradimento, il giornalista e poeta palestinese Mohammed El-Kurd denuncia i meccanismi dei media e della politica occidentale, che riconoscono ai palestinesi empatia e diritti soltanto a condizione che siano “vittime perfette”. Nato a Gerusalemme, l’autore invita a decolonizzare lo sguardo e l’informazione, per imparare a guardare i palestinesi negli occhi.

Elza Goffaux > 28 ottobre 2026

Traduzione dal francese di Luigi Toni

Vittime perfette
Mohammed El-kurd
Traduzione di Clara Nubile
Fandango Libri
288 pagine

Ogni giorno Mohammed El-Kurd raggiungeva il suo ufficio di New York nel primo pomeriggio e vi restava fino a notte fonda. Di quelle lunghe ore, soltanto una piccola parte era dedicata alla stesura del manoscritto. “Per il resto del tempo, non facevo che seguire le notizie, leggere tutto quello che riuscivo a trovare e riflettere sulle conclusioni da trarne”, ricorda, mentre Israele porta avanti la sua guerra genocida a Gaza. Quella sensazione di impotenza riaffiora nella nota d’autore: “Non è soltanto il dolore a rendere straziante la scrittura durante un genocidio; è soprattutto ammettere che la parola scritta può fare vergognosamente poco davanti alle bombe di novecento chili”.

Eppure, Mohammed El-Kurd è ben lontano dal rassegnarsi. Con Perfect Victims and the Politics of Appeal (“Vittime perfette e la politica del gradimento”), sceglie, al contrario, di contrastare i tentativi di disumanizzare il popolo palestinese e di ridurlo a un’identità immutabile. Nel libro, l’autore, ventottenne, raccoglie e sviluppa temi che affronta da anni nei suoi interventi pubblici e nei suoi articoli: nello spazio politico e mediatico occidentale, la voce di un palestinese pesa meno di quella di un israeliano. Per essere ascoltati, i palestinesi non devono soltanto risultare graditi, ma anche dimostrarsi irreprensibili.

#SaveSheikhJarrah

Fin da bambino, Mohammed El-Kurd ha sperimentato sulla propria pelle questa “politica del gradimento” (politics of appeal, in inglese). Racconta che, a undici anni, si ritrovò a fare da portavoce del suo quartiere, Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, dove gli abitanti erano minacciati di espulsione dai coloni israeliani. Originario dello stesso quartiere, si trovò così a parlare davanti a giornalisti e diplomatici e a comparire in un documentario. Nel frattempo, metà della sua casa veniva occupata da coloni ebrei “con accento newyorkese”. All’epoca pensava di essere stato scelto perché era “speciale”; solo più tardi avrebbe capito che l’Occidente preferisce dare la parola ai bambini perché li considera innocui.

Mentre prosegue gli studi negli Stati Uniti, i suoi familiari tornano a essere minacciati di espulsione e, nel 2021, Sheikh Jarrah finisce nuovamente sulle prime pagine dei giornali. Mohammed rientra in Palestina e, insieme alla sorella gemella Muna, torna a mobilitarsi, dando vita a una campagna che supera rapidamente i confini palestinesi e diventa nota con l’hashtag #SaveSheikhJarrah. Poco dopo, i due gemelli entrano nella lista delle cento personalità più influenti del Time Magazine. “Ho pensato che si potesse sfruttare questa visibilità per dire qualcosa”, ricorda Mohammed, cinque anni dopo. “Non appena è stata annunciata la notizia, ho detto che quel riconoscimento era puramente simbolico, ma dimostrava quanto la causa palestinese fosse centrale. E se il mondo vuole sostenerla, deve interrompere i rapporti con Israele”.

Mohammed El-Kurd durante la presentazione del suo libro a Parigi nell’ottobre del 2026.

© Elza Goffaux

Nello stesso anno, Mohammed El-Kurd pubblica il suo primo libro, Rifqa1, una raccolta di poesie in arabo dedicata alla nonna. Per Vittime perfette, invece, sceglie l’inglese. Si rivolge ai palestinesi, alla diaspora e a quanti sostengono la loro causa con un tono tagliente, ma mai privo di benevolenza. “Immagino il mio lettore come una persona curiosa, simpatica, intelligente, interessata e con i suoi pregiudizi”, spiega l’autore. “Non è però qualcuno a cui posso mentire o che posso deludere. È come un amico che accolgo in casa mia e con cui posso intraprendere un cammino in tutta sincerità”.

“Volevo che il mondo si fermasse”

Il percorso comincia con le parole “anche se!”, stampate in grassetto per tre volte consecutive sulla stessa pagina. El-Kurd rifiuta che l’empatia nei confronti dei palestinesi sia subordinata alle loro appartenenze politiche, alle loro idee o alla loro condotta morale. “E quand’anche pensassimo davvero tutto il male di cui ci accusano, questo non giustificherebbe comunque il genocidio”, osserva con fermezza. In questo capovolgimento di prospettiva, soltanto le “vittime perfette” sembrano avere diritto di parola: i bambini, i civili, le persone istruite, chi possiede una doppia cittadinanza. Tutti gli altri vengono relegati nella categoria dei “terroristi”.

Mohammed El-Kurd torna su un caso che gli sta particolarmente a cuore e che ha colpito profondamente anche molti nel mondo arabo: l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh. Corrispondente di Al Jazeera, Abu Akleh viene uccisa nel 2022 dalle forze israeliane mentre segue un reportage nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania occupata. La notizia fa il giro del mondo, ma l’attenzione si concentra soprattutto sulla sua cittadinanza statunitense. El-Kurd vi riconosce una gerarchia nell’empatia e nell’attenzione riservate ai palestinesi. “Volevo che il mondo si fermasse per la morte di una palestinese, indipendentemente dai qualificativi”, scrive nel capitolo dedicato alla giornalista.

Per mettere in luce queste gerarchie, l’autore racconta la realtà palestinese ricorrendo ai pronomi io, noi e loro:


Siamo tutti palestinesi, naturalmente, ma esiste una reale frammentazione coloniale. La frammentazione non è puramente simbolica; ci ha trasformato in un milione di persone che vivono in milioni di stati allo stesso tempo2 […] Tali cambiamenti di registro, sia calcolati sia spontanei condizionano anche il fluttuare del testo tra la prima, la seconda e la terza persona quando parlo di palestinesi, un’oscillazione in apparenza casuale. A volte uso “loro” per riferirmi al popolo palestinese come se vivesse su un pianeta distante; altre volte uso “noi” o “io”. L’uso di pronomi diversi è, di fatto, abbastanza rappresentativo delle disparate condizioni in cui vivono gli stessi palestinesi, siano esse politiche, socioeconomiche o relazionali: condizioni tutte segnate profondamente dalla frammentazione coloniale.

Poesia e proverbi palestinesi

Accanto alle vittime la cui morte, per l’orrore e la violenza che l’hanno accompagnata, ha colpito l’opinione pubblica – come l’attivista statunitense Rachel Corrie, ventitreenne uccisa nel 2003 da un bulldozer israeliano; Mohammad Abu Khdeir, sedicenne rapito e bruciato vivo nel 2014 da tre israeliani; o Hind Rajab, la bambina di sei anni uccisa a Gaza nel 2024 insieme ai soccorritori accorsi in suo aiuto – Mohammed El-Kurd dà spazio anche a chi non è mai arrivato sulle prime pagine dei giornali. Ricorda Ghufran Warasneh, giornalista originaria di Hebron, uccisa tre settimane dopo Shireen Abu Akleh. Racconta la storia di Walid Sharif, ventitreenne morto nel 2022 per le ferite riportate per mano dell’esercito israeliano sulla Spianata delle Moschee, il cui funerale fu assaltato dai soldati israeliani. Ricorda infine i prigionieri politici, tra cui l’amico Omar, arrestato all’aeroporto e detenuto senza che gli fosse contestata alcuna accusa, al quale dedica il libro.


Volevo contrastare la desensibilizzazione perché, come direbbe mio cugino, il nostro calendario non è fatto che di giorni di lutto. È difficile dare risalto a qualsiasi altra cosa. Perciò, facendo i nomi dei martiri, ricordo al lettore che non sono semplici numeri. A volte non ho nemmeno spiegato chi fossero, perché sono nomi noti a tutti e dovrebbero far parte delle conoscenze di base.

Oltre a rifarsi al pensiero decoloniale di Aimé Césaire, Frantz Fanon e James Baldwin, Mohammed El-Kurd cita studiosi e storici palestinesi, come Aref Al-Aref e Salman Abu Sitta, cancellati dalla produzione intellettuale sulla Palestina. Attinge anche alla poesia, citando Amal Dunqul e Mahmoud Darwish, oltre agli scritti di Walid Daqqa.

Nella tradizione araba, e soprattutto in quella palestinese, la poesia è al tempo stesso un archivio della memoria collettiva, uno strumento di comunicazione e una risorsa psicologica, spiega l’autore. Ricorro spesso anche ai proverbi, liquidati come superstizioni popolari o relegati a un ruolo marginale, benché siano essenziali per la nostra storia orale e per la trasmissione del sapere. Offrono uno spaccato della psicologia di un’intera epoca: alcuni sono disfattisti, altri rivoluzionari.

“I giornalisti ci uccidono con voce passiva”

La scrittura di Mohammed El-Kurd non è propriamente accademica né giornalistica. L’autore cambia registro, ma non fa concessioni. Scrive con ironia, una caratteristica per cui è noto nelle sue apparizioni televisive, dove, del resto, non viene mai invitato una seconda volta.

Giornalista per le testate statunitensi di sinistra The Nation e Mondoweiss in Vittime perfette analizza la parzialità del sistema mediatico. “I giornalisti ci uccidono con voce passiva”, scrive nel libro. Oltre a dare la parola soltanto alle “vittime perfette”, osserva che i media invitano raramente i palestinesi in qualità di esperti, preferendo relegarli al ruolo di testimoni. I giornalisti palestinesi vengono screditati perché considerati troppo soggettivi, mentre raramente si sottolineano i legami con Israele di altri giornalisti, come nel caso di una corrispondente del New York Times i cui figli sono arruolati nell’esercito. La resistenza palestinese viene descritta come patologica, mentre la guerriglia ucraina è celebrata.

L’autore, però, non si limita a denunciare questa situazione. Vittime perfette vuole essere soprattutto una guida.

Primo consiglio: ricorrere all’irriverenza. Significa usare l’umorismo per rifiutare i termini di un dibattito ingabbiato nell’alternativa tra sostenere o meno la resistenza, odiare o meno gli israeliani. “È questo il modo per spostare più in là il limite del dicibile”, spiega Mohammed El-kurd. “Voglio ridicolizzare il presupposto di partenza, prendermene gioco e capovolgerlo completamente”. Questa tecnica è liberatoria per chi parla, ma anche per chi ascolta, perché riporta il dibattito sulla violenza coloniale.

Secondo consiglio: onestà e umiltà. Riconoscere le gerarchie della parola nei media e interrogarsi sulle pratiche giornalistiche. Dare maggiore visibilità alle iniziative intellettuali palestinesi. In una parola, per l’autore, “decolonizzare la stampa”. Infine, passare dalla retorica all’azione: lo slogan “Siamo tutti palestinesi” deve tradursi in fatti concreti. Ognuno è chiamato a uscire dalla passività.

“Abbiamo ottenuto un ampio sostegno popolare e provocato un cambiamento d’opinione senza precedenti”, osserva Mohammed El-Kurd, tracciando un bilancio del movimento occidentale di solidarietà con la Palestina. “Ma non siamo riusciti a tradurre questo sostegno in cambiamenti sul piano istituzionale. Mi piace molto la frase di Martin Luther King secondo cui ‘l’arco morale dell’universo tende verso la giustizia’, ma non sono affatto d’accordo: non si piega da solo. Le persone si stanno informando sulla Palestina: è il momento di passare all’azione”.

Mohammed El-Kurd non perde la speranza e prosegue il suo impegno. Figura di primo piano del movimento di solidarietà con la Palestina, è diventato un punto di riferimento per gli attivisti grazie ai suoi interventi e ai suoi scritti, come dimostrano le sale gremite durante il tour di presentazione del libro. Nei suoi sogni, però, visita una Palestina libera, dove, come scrive, “Non ci sono sirene, coloni, niente perquisizioni complete sotto i lampioni, e non mi fermo a chiedermi perché”.

Elza Goffaux

Giornalista freelance e fotografa franco-greca, specializzata nella cronaca dei movimenti sociali, dell’immigrazione e della cultura.

Palestina. “Vittime perfette” o il rifiuto di esserlo - Elza Goffaux