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Aseel Marfajeh 23.7.26
Analisi: i partiti palestinesi potrebbero detenere l'equilibrio di potere nelle elezioni israeliane, ma sceglieranno di entrare in una coalizione – e saranno accettati come partner?
Ramallah, Cisgiordania – Le elezioni israeliane del 27 ottobre si preannunciano come un banco di prova fondamentale per verificare se il frammentato sistema politico del Paese sia in grado di produrre una maggioranza stabile.

I partiti palestinesi, non più confinati ai margini della scena politica, potrebbero rivelarsi decisivi nella scelta del prossimo primo ministro qualora nessuno dei due blocchi in lizza ottenesse un numero di seggi sufficiente per governare da solo.
Le elezioni si sono in gran parte trasformate in una sfida tra l’alleanza del primo ministro Benjamin Netanyahu – incentrata sul Likud e sostenuta dai partiti di estrema destra di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, nonché dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah – e un’opposizione frammentata guidata da Yashar di Gadi Eisenkot, che comprende anche la lista congiunta Bennett-Lapid «Insieme», i Democratici di Yair Golan e Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman.
Un sondaggio di Channel 12 di inizio luglio prevedeva 68 seggi per il blocco dell’opposizione, con Yashar alla pari con il Likud a 23 seggi ed Eisenkot leggermente in vantaggio su Netanyahu come candidato preferito alla carica di primo ministro. Tuttavia, nonostante questi numeri, nessuno dei due blocchi ha la certezza della maggioranza di 61 seggi necessaria per formare un governo.
Con i due schieramenti guidati da ebrei così vicini che una manciata di seggi potrebbe decidere chi governerà, i circa due milioni di cittadini palestinesi di Israele detengono ancora una volta il potere di far pendere l’ago della bilancia, ma la guerra ha reso il Paese meno disposto che mai negli ultimi anni a lasciare che lo esercitino.
Gli analisti sostengono che la questione che il Paese dovrà affrontare il 27 ottobre non sia quindi semplicemente se i voti palestinesi siano necessari per ottenere la maggioranza – cosa che potrebbe benissimo verificarsi – ma se un sistema politico israeliano rimodellato dal linguaggio della sicurezza sia pronto a trattare la minoranza palestinese come un partner a pieno titolo al potere, piuttosto che come una risorsa di comodo da convocare alle urne e da mettere da parte una volta formato il governo.
Un tabù, infranto per un breve momento
I partiti palestinesi votano alla Knesset sin dalla fondazione dello Stato, ma la loro presenza nei governi che si sono succeduti è stata pressoché inesistente. L’unica eccezione è stata la mossa senza precedenti compiuta nel 2021 da Mansour Abbas, leader della Lista Araba Unita, quando ha scelto di unirsi alla coalizione di Naftali Bennett e Yair Lapid, ponendo fine a 12 anni consecutivi di governo di Netanyahu e infrangendo uno dei tabù più duraturi della politica israeliana.
Quella mossa fece seguito a un precedente momento promettente. Quando nel 2015 la Lista Unita riunì le principali fazioni palestinesi sotto un’unica bandiera, l’affluenza alle urne aumentò notevolmente e alle elezioni del 2020 l’alleanza conquistò 15 seggi, diventando il terzo blocco più grande della Knesset.
Ma la coalizione si è frammentata a causa di divergenze strategiche e Abbas se ne è distaccato per perseguire quella che definiva «influenza dall’interno», sostenendo che decenni di opposizione avevano portato pochi risultati ai cittadini palestinesi sulle questioni a loro più care, dalla criminalità organizzata all’edilizia abitativa e ai bilanci comunali.
Una volta al governo, il suo partito ha ottenuto impegni un tempo ritenuti impensabili, tra cui miliardi di shekel per le autorità locali palestinesi, piani per combattere la criminalità e investimenti in infrastrutture ed edilizia abitativa. Da allora Abbas ha difeso quell’esperimento come prova del fatto che la politica è un processo cumulativo e che il superamento della barriera psicologica alla partecipazione palestinese è stato di per sé un risultato strategico.
I suoi critici ribattono che la maggior parte dei programmi promessi non è mai stata portata a termine, che il governo è caduto poco dopo e Netanyahu è tornato al potere, e che l’adesione a una coalizione guidata da una figura della destra dei coloni ha comportato una rinuncia ai principi nazionali in cambio di pochi cambiamenti duraturi.
La guerra ridisegna i confini
Mohammad Darawshe, ricercatore presso il Centro Givat Haviva, ha dichiarato a *The New Arab* che il dibattito centrale nella politica israeliana in questo momento verte sulla possibilità di consentire ai partiti palestinesi di partecipare alle coalizioni di governo.
«I sondaggi indicano che l’unione dei partiti arabi in un’unica lista potrebbe aumentare in modo significativo l’affluenza alle urne nella società araba e garantire loro tra i 15 e i 16 seggi, sufficienti a renderli la terza forza in parlamento», ha spiegato.
«Tuttavia, tale risultato elettorale non aprirebbe automaticamente le porte della coalizione di governo, poiché l’ostacolo principale risiede nel rifiuto di ampi segmenti della destra, e persino di alcuni partiti centristi, di accettare gli arabi come partner al potere».
Questa interpretazione coincide con l’analisi fornita da Amal Jamal, docente di scienze politiche all’Università di Tel Aviv, secondo la quale la guerra ha «ridisegnato i confini della partecipazione politica araba all’interno di Israele».
Prima del 7 ottobre, sostiene, esisteva la possibilità di una cooperazione parlamentare nonostante le differenze ideologiche tra i partiti. Oggi, il discorso politico ruota attorno a nozioni di sicurezza, lealtà e appartenenza, concetti che hanno reso l’idea stessa di includere i partiti palestinesi in un governo estremamente delicata per la maggior parte dei partiti israeliani.
«A causa dell’intensificarsi della retorica nazionalista e religiosa e dello spazio sempre più ampio occupato dai partiti che rifiutano categoricamente qualsiasi cooperazione con loro, i partiti arabi si trovano ora a dover affrontare un limite politico più basso rispetto a quello esistente prima della guerra», ha dichiarato a The New Arab.
Per lo scrittore e analista Antoine Shalhat, ciò che si è verificato dal 7 ottobre non è tanto un cambiamento elettorale quanto un ritorno a un modello più antico nel rapporto tra lo Stato e i suoi cittadini palestinesi.
I “kingmaker” senza trono
Tale pressione esterna ha riacceso una vecchia polemica all’interno della stessa società palestinese, dove i leader rimangono divisi sulle metodologie da adottare.
Ayman Odeh, leader del Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, ha dichiarato a *The New Arab* che le divisioni degli ultimi anni sono costate seggi e hanno demoralizzato gli elettori, che sentono che i loro voti perdono valore a ogni tornata elettorale. Il ripristino dell’unità, a suo avviso, è «il presupposto fondamentale per ricostruire la fiducia e riportare gli arabi in una posizione di forza in parlamento».
Ahmad Tibi, leader del Movimento arabo per il cambiamento, non si oppone in linea di principio alla cooperazione, ma insiste sul fatto che i partiti palestinesi non fungeranno da «rete di sicurezza gratuita» per nessuna coalizione.
«Qualsiasi accordo futuro», ha dichiarato a The New Arab, «deve basarsi su impegni chiari e scritti, tra cui gli sforzi per combattere la criminalità nelle città arabe, maggiori stanziamenti per le autorità locali e l’abrogazione delle politiche che consolidano la discriminazione nella pianificazione, nell’edilizia abitativa e nei servizi pubblici».
Sami Abu Shehadeh, leader dell’Assemblea Nazionale Democratica, adotta una linea più dura, avvertendo che l’ossessione di entrare a far parte dei governi israeliani riduce il progetto politico palestinese a questioni amministrative e ne abbandona la dimensione nazionale.
«Il perdurare delle divisioni non farà altro che ridurre ulteriormente l’affluenza alle urne e spianare la strada ai partiti israeliani per emarginare il voto arabo», ha affermato.
Date le circostanze, Mansour sostiene che le elezioni di ottobre potrebbero equivalere a «un referendum indiretto sulla posizione dei cittadini arabi all’interno del sistema politico israeliano».
«O i partiti arabi riusciranno ad affermarsi come partner negoziali imprescindibili, oppure il ciclo si ripeterà semplicemente e gli arabi saranno ancora una volta esclusi dal governo dopo aver espresso il proprio voto», ha affermato.
Aseel Mafarjeh è una giornalista palestinese con sede in Cisgiordania
Traduzione : Associazione di Amicizia italo-palestinese