Israele utilizza la violenza sessuale come strumento di genocidio

https://www.newarab.com/opinion/how-israel-uses-sexual-violence-tool-genocide

8.7.2026

Dal 1948 fino all’odierna Gaza, la violenza sessuale è stata un elemento centrale del progetto coloniale-colonialista di Israele volto alla pulizia etnica dei palestinesi, scrive Nada Elia.

Lo stupro di gruppo ai danni dei prigionieri, le torture inflitte alle figure più rispettate e amate della società, come il dottor Abu Safiya, nonché le testimonianze da incubo raccontate dai sopravvissuti, rappresentano un duro colpo morale per tutti i palestinesi, scrive Nada Elia.

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In *Axis Rules in Occupied Europe*, il libro in cui ha coniato il termine “genocidio”, Raphael Lemkin, sopravvissuto all’Olocausto, spiega che questo crimine non comporta necessariamente l’uccisione dell’intero popolo preso di mira, ma l’annientamento della sua identità, della sua anima, attraverso attacchi alla sua dignità, ai suoi leader e alla sua cultura. Lemkin cita gli attacchi sistematici alle istituzioni politiche, sociali, culturali, economiche, biologiche, fisiche, religiose e morali, che consentono al paese che commette il genocidio di «vincere la pace anche se la guerra in sé è persa».

Tali attacchi, che ci hanno dato termini come «domicidio», «scolasticidio», «urbicidio», «ecocidio» e «genocidio riproduttivo», sono all’ordine del giorno per i palestinesi dal 7 ottobre 2023, insieme alla carestia provocata artificialmente e alle strazianti testimonianze di violenza sessuale perpetrata da soldati, poliziotti e agenti penitenziari israeliani contro i prigionieri palestinesi.

E la violenza sessuale, le aggressioni sessuali e lo stupro, come è ampiamente riconosciuto, hanno conseguenze che durano tutta la vita. Non è un caso che Israele abbia perpetrato questi attacchi nel tentativo di mettere a repentaglio la vita dei palestinesi per generazioni, in modo da «conquistare la pace» una volta terminati gli attacchi militari attivi.

È in questo contesto che, il 30 giugno 2026, il Collettivo Femminista Palestinese (PFC) ha pubblicato il rapporto “Uno Stato predatorio: la violenza sistematica, sessualizzata e di genere perpetrata da Israele contro i palestinesi” *, frutto di una ricerca meticolosa e documentato con grande cura, che illustra il modello decennale di aggressioni sessuali israeliane contro bambini, donne e uomini palestinesi. Per quanto straziante possa essere questo rapporto di 200 pagine, costituisce una lettura indispensabile per chiunque abbia a cuore i diritti umani e la giustizia di genere.

Un aspetto importante di questo rapporto è la sua prospettiva storica, che spazia dai primi tempi degli attacchi delle milizie sioniste contro i palestinesi terrorizzati, fino alle attuali torture sessuali inflitte ai prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane. La continuità della violenza sessuale sistematica da parte di Israele è sconcertante e dovrebbe mettere a tacere qualsiasi tentativo di giustificare gli orrori attuali come una risposta ai presunti stupri commessi dai militanti di Hamas ai danni di cittadini israeliani. Al contrario, essa deve essere compresa per lo scopo a cui serve: il genocidio del popolo palestinese.

Uccidere lo spirito dei colonizzati

La violenza di genere è uno strumento intrinseco degli Stati coloniali di insediamento nel loro tentativo di destabilizzare e distruggere la cultura indigena, vista come una minaccia alla loro esistenza. Sappiamo tutti della violenza sessuale subita dai bambini indigeni subite nelle scuole residenziali qui a Turtle Island (Stati Uniti), dove quasi tutti i bambini rapiti furono violentati dal personale scolastico, nella maggior parte dei casi sacerdoti e suore cristiani che imponevano una disciplina ferrea per sopprimere la cultura indigena.

Le comunità indigene stanno ancora affrontando le devastanti conseguenze di queste violenze. Il motto di queste “scuole” era “Uccidi l’indiano, salva l’uomo”. I colonizzatori europei sapevano che stavano schiacciando l’anima dei bambini – cioè delle future generazioni – abusando sessualmente di loro.

Oggi anche Israele sta attaccando l’anima stessa dei palestinesi attraverso gli abusi sessuali su uomini, donne e bambini. Le foto di decine di uomini ridotti in mutande, lo stupro di gruppo dei prigionieri, la tortura dei membri più rispettati e amati della società, come il dottor Abu Safiya, così come le testimonianze da incubo condivise dai sopravvissuti, sono un colpo spirituale per tutti i palestinesi.

Si tratta di un fenomeno in rapida accelerazione, ma non è affatto una novità. È iniziato con gli attacchi delle milizie sioniste prima del maggio 1948, quando lo stupro veniva utilizzato come strumento per terrorizzare il popolo palestinese e costringerlo alla fuga. Successivamente, sono state le “forze di sicurezza” israeliane, ovvero soldati e guardie carcerarie, a perpetrare storicamente violenze sessualizzate e di genere, compreso lo stupro, contro i palestinesi.

Lo Stato israeliano è sempre stato a conoscenza di questo schema di violenza e lo ha tollerato. A partire dal 1948, il primo primo ministro di Israele, David Ben-Gurion, tenne un diario in cui annotò numerosi casi di stupro e stupro di gruppo ai danni di donne e ragazze palestinesi, molti dei quali descritti con dettagli espliciti. In un caso, nel 1949, ad esempio, scrive che un plotone di soldati israeliani rapì una giovane ragazza beduina, descritta come «poco più che adolescente». Quando il loro comandante diede loro la scelta tra usarla come personale di cucina o come schiava sessuale, optarono per la seconda opzione. Le tagliarono i capelli e li lavarono con il cherosene, poi la violentarono in gruppo con tale violenza che la mattina seguente l’ufficiale  responsabile, il sottotenente Moshe, «ritenne opportuno toglierla di mezzo».

Pulizia brutale

In effetti, il sionismo come ideologia richiede la “rimozione” dei palestinesi da questo mondo. Negli anni ’80, lo storico israeliano Benny Morris, che lamentava il fatto che la Nakba del 1948 non fosse andata abbastanza lontano, stava esaminando gli archivi di Stato israeliani e notò numerosi casi segnalati di stupro. Aggiunse che «poiché né alle vittime né agli stupratori piaceva denunciare questi eventi, dobbiamo presumere che la dozzina di casi di stupro segnalati, che ho trovato, non rappresentino l’intera realtà. Sono solo la punta dell’iceberg».

Gli stupri venivano utilizzati per terrorizzare la popolazione indigena e costringerla ad abbandonare le proprie città e i propri villaggi. Inoltre, i funzionari israeliani di più alto rango erano pienamente a conoscenza di questi stupri, poiché li avevano inseriti nei registri ufficiali dell’entità sionista. Ancora una volta, ciò è pienamente in linea con il desiderio dei regimi coloniali di insediamento di frantumare la coesione sociale nelle comunità che intendono cancellare.

Il rapporto *The Predatory State* ripercorre questa storia a partire da prima della nascita dello Stato di Israele, passando per l’occupazione dell’intera patria nel 1967, fino all’attuale genocidio intensificato a Gaza, documentando come Israele abbia sempre fatto ricorso alla violenza sessuale per portare avanti i propri piani coloniali. Nella prima parte, veniamo a conoscenza degli stupri di civili durante la Nakba del 1948, delle torture sessuali inflitte a prigionieri innocenti in detenzione amministrativa, nonché delle conseguenze della guerra del 1967, degli stupri di attivisti di base durante l’Intifada, fino al 2023, ovvero prima del 7 ottobre. La seconda parte si concentra sull’uso intensificato dello stupro dopo il 7 ottobre, mentre Israele intensificava la sua guerra genocida contro i rifugiati affamati, espropriati e incessantemente sfollati nel più grande campo di tortura del mondo.

Dall’essere stata utilizzata come metodo per espellere i palestinesi dalla loro terra nel 1948 all’uso della violenza sessualizzata per torturare i detenuti e i prigionieri palestinesi all’indomani della guerra del 1967 e oltre, il rapporto mostra che, sebbene la violenza sessualizzata abbia cambiato frequenza e forma, è rimasta uno strumento sistematico e continuo di sfollamento e oppressione coloniale da parte dei coloni.

È ora di riconoscere che Israele ha utilizzato la tortura sessuale come strumento intrinseco del genocidio, ed è nostro dovere agire sulla base di questa consapevolezza e chiamare lo Stato predatorio a rispondere dei suoi crimini contro l’umanità stessa del popolo indigeno palestinese. Il danno che Israele ha causato è inimmaginabile, ma non possiamo permettere che Israele si aggiudichi la pace una volta terminato l’attuale assalto militare.

Nada Elia è professoressa associata di Studi etnici alla Western Washington University e autrice di *Greater than the Sum of Our Parts: Feminism, Inter/Nationalism, and Palestine*.

*Più dettagliato :

https://theintercept.com/2026/06/30/sexual-violence-rape-israel-palestinians-prison/

Traduzione: Leonhaerd Schaefer