Gaza: Tornare ad essere ciò che eravamo un tempo

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Perché l’ingiustizia brucia le anime a Gaza più delle bombe. Di Ali Abu Yassin

26.6.2026 Rosa Luxemburg Stiftung

Ali Abu Yassin, direttore del teatro Ashtar e insegnante di recitazione, vive nel campo profughi di al-Shati, a Gaza City.

Il campo profughi di Shati a Gaza City, dove vive anche lo scrittore Ali Abu Yassin. Gli attacchi alle infrastrutture hanno provocato una crisi ambientale e igienico-sanitaria. La popolazione vive in mezzo ai rifiuti e alle acque reflue, mentre le malattie infettive si diffondono.

Foto: IMAGO / Anadolu Agency

Non sono la distruzione degli edifici e delle strade, né la cancellazione dalla mappa di numerosi campi profughi e villaggi, a costituire le conseguenze più gravi della guerra. È l’uomo ad aver subito il danno maggiore a causa della guerra, perché non siamo più ciò che eravamo un tempo. Si è diffuso un livello sconvolgente di assuefazione alla vita in guerra e alla sua cultura, che si è radicata profondamente nelle anime della popolazione di Gaza a tutti i livelli, in ambito politico, religioso e sociale. Nessuno è stato risparmiato dalle conseguenze e dagli effetti della guerra.

Ali Abu Yassin, direttore teatrale e insegnante di recitazione, vive nel campo profughi di al-Shati, a Gaza City, uno dei più grandi campi profughi della Striscia di Gaza.

Ogni giorno è uguale al precedente, non c’è nulla di nuovo. Le mattine sfuggite al loro tempo ritornano, nascondendosi dietro ore perdute che tentano invano di sfuggire al tempo e al luogo, nonché a una realtà avvolta dalla follia da ogni parte. Come la pietra di Sisifo: nessuna via d’uscita e nessuna fuga, non ci resta altro che aspettare.

Ieri ho parlato con un’amica che vive in Cisgiordania. «Segui la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran?», mi ha chiesto. «Ma cara mia, nonostante la tregua annunciata dai notiziari, noi viviamo ancora in guerra», le ho risposto. «Ogni giorno ci sono morti e distruzione, anime ancora afflitte da un profondo dolore. E forse questo grigiore in cui viviamo è più insopportabile della guerra stessa».

Si dice che il valico di Rafah sia operativo e che ogni giorno cinquanta persone entrino ed escano, nelle condizioni più terribili e umilianti. È un valico di frontiera o l’uscita di una prigione? Forse all’uscita di un campo si viene trattati con più rispetto che al valico di Rafah? Di fronte a queste circostanze, possiamo davvero affermare che il valico di Rafah sia tornato operativo? Certamente no!

A mio avviso, la guerra a Gaza è più crudele e violenta di quella in Iran e in Israele. Perché la guerra non è finita il giorno in cui è stato proclamato il cessate il fuoco, ma si è trasformata in una guerra silenziosa che ci divora dall’interno, giorno dopo giorno, ora dopo ora.

Oppure prendiamo il settore sanitario: alla luce della distruzione di quasi tutti gli ospedali, dell’emigrazione dei medici qualificati e della mancanza di forniture mediche, possiamo davvero affermare di avere un settore sanitario? La situazione è però ancora peggiore, perché un paziente in attesa di un semplice intervento chirurgico rischia di morire, dato che al valico di frontiera vengono fatti passare solo pochi casi al giorno.

L’istruzione scolastica, però, è la ferita più profonda nel cuore della nuova generazione. Bambini di nove anni che non frequentano la scuola da anni, perché le scuole sono state distrutte o trasformate in centri di accoglienza per rifugiati. Esiste una sorta di doposcuola in tende lacere, ma è come accarezzare una ferita profonda. I bambini sono seduti sul pavimento di sabbia, con in mano una matita spezzata, e cercano di capire la matematica mentre il vento scuote la tenda. Come potranno costruirsi un futuro se il loro presente è fatto solo di attesa e paura? Le scuole sono sovraffollate da migliaia di rifugiati e le sporadiche lezioni per gli alunni sono solo una distrazione. Non c’è praticamente istruzione, il settore dell’istruzione è distrutto. Qualcuno può forse affermare che abbiamo un’istruzione? Certamente no! Cosa rimane quando più della metà di Gaza è controllata dalla forza di occupazione?

E l’acqua, quel nobile liquido, nella maggior parte dei casi è imbevibile. La beviamo, ben sapendo che può causare malattie. Riusciamo a procurarci un piccolo gallone di acqua potabile solo con grande fatica. Ma non c’è alternativa. L’elettricità arriva solo per poche ore, quindi ci illuminiamo con candele o telefoni cellulari per riconoscere i nostri volti nell’oscurità, poi entrambi si spengono di nuovo.

Quindi: niente salute, niente istruzione e niente servizi di base. Come potremmo, in tali circostanze, seguire la guerra in Iran o qualsiasi altra cosa al di fuori di Gaza? Non seguiamo più nemmeno le notizie che ci riguardano, perché la gente è immersa nella gestione della propria faticosa quotidianità. Chi sta bruciando nel fuoco non può concentrarsi su nient’altro che sul proprio salvataggio.

E i nuovi ricchi, che sono spuntati come funghi dopo la pioggia, controllano il mercato nero. Vendono beni a prezzi esorbitanti; il costo del combustibile supera il potere d’acquisto dei più poveri. Hanno creato un’economia sommersa e sorridono con aria trionfante mentre gli altri muoiono di fame. La stragrande maggioranza va a dormire e si sveglia con la stessa preoccupazione: dove troviamo da mangiare per i bambini? E come li proteggiamo dal freddo pungente o dal caldo torrido? Alcune famiglie non hanno ancora ricevuto alcun aiuto, nonostante abbiano perso tutto, mentre altre, che non sono state colpite dai bombardamenti, hanno ricevuto più del necessario e ora ne fanno commercio. Questa ingiustizia brucia le anime più delle bombe.

La guerra si sta trasformando in un inferno mortale per i poveri. Ho sentito molte persone dire che desiderano la morte ogni giorno e ogni secondo, perché non riescono a procurarsi il pane quotidiano e a soddisfare i bisogni dei propri figli. Persino gli aiuti distribuiti tramite organizzazioni e vari enti non vengono distribuiti equamente. Gli interessi e le relazioni giocano un ruolo fondamentale nella distribuzione. Numerose famiglie che hanno perso le loro abitazioni vivono ancora per strada, perché non hanno ancora ricevuto tende per proteggere i propri figli dal freddo pungente o dal grande caldo. Altre persone non hanno perso le loro case, ma sono state rifornite di tende per tutto il tempo, finché non hanno iniziato a venderle. In guerra regnano la miseria e l’ingiustizia, e le persone povere e semplici sono le vittime principali, costrette a pagare il doppio prezzo delle conseguenze.

Nonostante tutte le diverse e infinite tragedie e storie, ci rimane la speranza a cui ci aggrappiamo: che venga attuata una soluzione politica, che la realtà di vita a Gaza migliori e che venga istituito il nostro Stato palestinese indipendente e che la pace torni in tutto il Paese.

Non solo l’acqua del mare è inquinata, ma lo sono anche l’aria e le strade; persino le anime delle persone hanno bisogno di maggiore purezza e chiarezza. Ogni giorno la Terra ruota su se stessa in attesa che la situazione cambi, ma continua a ruotare e ruotare, e il giorno segue la notte, tranne che a Gaza: qui alla notte segue la notte. Quando finirà finalmente tutta questa oscurità, quando sorgerà il sole della libertà che abbiamo atteso così a lungo e per il quale continuiamo a pagare con i nostri bambini e i nostri giovani, le nostre donne e i nostri anziani, e con gli anni della nostra vita che continuano a scorrere via, mentre siamo alla ricerca di un’esistenza che assomigli a una vita umana?

No, cara amica, non seguiamo la guerra. A mio avviso, la guerra a Gaza è più crudele e violenta di quella in Iran e in Israele. Perché la guerra non è finita il giorno in cui è stato proclamato il cessate il fuoco, ma si è trasformata in una guerra silenziosa che ci divora dall’interno, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Il mattino sorge pesante come una pietra, e la notte si trascina così a lungo da essere diventata una compagna che non ci abbandona mai. Ci svegliamo per la tempesta che scuote le tende fatiscenti, o per il pianto di un bambino affamato alla ricerca di qualcosa con cui riempire il suo stomaco vuoto. E quando ci addormentiamo, vediamo davanti a noi i morti caduti in nome della «pace», o i feriti che muoiono lentamente a causa della mancanza di medicinali.

In ogni angolo di Gaza la gente racconta storie infinite. C’è una madre che ha perso il marito e la casa e ora vive con cinque figli in una tenda da cui gocciola l’acqua piovana. Dice: «La tenda è meglio della strada, ma non è una casa». E c’è un giovane sui vent’anni che sognava di diventare ingegnere, ma oggi è in fila davanti a un centro di distribuzione di aiuti umanitari, sperando di riuscire a procurarsi un sacchetto di farina o una scatoletta di tonno. Mi dice: «All’università studiavamo, e ora studiamo come sopravvivere».

E i bambini! Se solo potessero giocare come prima della guerra! Ma oggi raccolgono pietre dalle macerie o disegnano con il carbone i volti dei loro padri defunti sui muri distrutti.

Siamo sommersi dalla nostra estenuante vita quotidiana. Seguiamo a malapena le notizie che ci riguardano, come potremmo allora seguire una guerra lontana in Iran o in America? Chi brucia nel proprio fuoco non vede altre fiamme.

Aspettiamo. Aspettiamo una vera soluzione politica che ci restituisca la nostra dignità, che ricostruisca le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali. Aspettiamo uno Stato palestinese indipendente, in cui i bambini frequentino una vera scuola, in cui i malati vengano curati senza tempi di attesa e in cui le famiglie consumino i propri pasti senza paura del domani.

La speranza, quel debole barlume a cui ci aggrappiamo, rimane. E nonostante l’orrore che avvolge ogni cosa, crediamo che un giorno il sole sorgerà. Non solo l’acqua del mare deve diventare limpida, ma anche le nostre anime. Quando finirà la lunga notte di Gaza, quando sorgerà il sole della libertà che attendiamo da tanto tempo? Stiamo pagando un prezzo altissimo con il sangue dei nostri bambini e i sogni dei nostri giovani, ma non ci arrenderemo. La vita, per quanto dura possa essere, rimane più forte. E un giorno torneremo ad essere ciò che eravamo un tempo, anzi, saremo ancora più forti e puri.

 

Ali Abu Yassin, direttore teatrale e insegnante di recitazione, vive nel campo profughi di al-Shati, a Gaza City, uno dei più grandi campi profughi della Striscia di Gaza.

Traduzione: Leonhard Schaefer