Michele Giorgio
GERUSALEMME
Ramadan e occupazione A Gerusalemme i palestinesi ricevono su Whatsapp i divieti di ingresso sulla Spianata delle moschee. Migliaia di poliziotti e soldati dispiegati intorno alla Città Vecchia e in Cisgiordania
Via al Wad, nel cuore del quartiere islamico della Città Vecchia di Gerusalemme, non è particolarmente animata in queste prime ore di Ramadan. I commercianti di souvenir hanno alzato le saracinesche, i clienti però non ci sono. Dovranno aspettare fino a sera, quando le luci colorate illumineranno il percorso che migliaia di persone, dopo aver rotto il digiuno (iftar), faranno dalla Porta di Damasco fino a Bab Qattanin, tra bancarelle di dolci e giocattoli. Tra gli abitanti palestinesi si notano alcuni coloni israeliani usciti dalla yeshiva aperta dalla loro organizzazione di estrema destra, Ataret Cohanim (la Corona dei Sacerdoti). C’è più movimento nei negozi che vendono le lanterne (fannous) del Ramadan e copie di ogni grandezza del Corano. «Questo è nulla rispetto agli anni passati – ci dice un ambulante – già nei primi giorni del Ramadan vendevamo tanto, c’era folla, ora non più. Quest’anno, come quello passato, i turisti sono rari, mentre pochi fedeli (della Cisgiordania) potranno arrivare qui a pregare sulla Spianata della moschea di Al Aqsa. Sono tempi difficili».

Si riferisce alle restrizioni annunciate dalle autorità israeliane in occasione del Ramadan che limiteranno fortemente l’afflusso dei palestinesi della Cisgiordania. Le legislative si avvicinano e i leader dei partiti di destra nel governo Netanyahu fanno campagna elettorale attraverso la promessa di annessione a Israele di larghe porzioni di territorio palestinese occupato e con misure punitive contro la sua popolazione. Questo Ramadan vede un’escalation nella politica di accesso limitato o negato alla Spianata delle moschee. Gli ordini di allontanamento, in prevalenza diretti a uomini ma che colpiscono anche le donne, si sono moltiplicati nelle ultime settimane. Gli interessati ricevono un semplice messaggio sull’app Whatsapp e non sono più convocati alla stazione di polizia o dell’intelligence, come avveniva in precedenza. Una donna ci spiega che il numero degli allontanati, alcune decine secondo quanto riferito dai media, è largamente inferiore a quello reale. «Molti nascondono di aver ricevuto il messaggio degli israeliani su Whatsapp, per evitare guai peggiori», afferma. Poi aggiunge che «se prima questi divieti colpivano solo le guardie dell’ente islamico Waqf, alcuni frequentatori della moschea, i prigionieri politici rilasciati e gli attivisti, adesso raggiungono persone qualsiasi che vanno solo a pregare». Fakhri Abu Diab, del consiglio di amministrazione della moschea di Al-Aqsa, conferma che il numero di persone a cui è vietato andare alla moschea di Al Aqsa è aumentato significativamente.

Secondo quanto riferiscono i media locali, solo 10.000 palestinesi provenienti dalla Cisgiordania potranno partecipare alle preghiere del venerdì sulla Spianata, con rigidi limiti di età: l’ingresso sarà consentito agli uomini con almeno 55 anni (alle donne 50). Le autorità israeliane affermano che esiste «solo questa strada per prevenire disordini» e per questa ragione hanno provveduto a un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza. Migliaia di agenti di polizia sono stati schierati a Gerusalemme Est, in particolare alle porte della Città Vecchia e nei pressi della Spianata. Unità militari aggiuntive, inoltre, sono state mobilitate in varie zone della Cisgiordania. A partire da domenica mattina, l’esercito israeliano ha effettuato a «scopo preventivo» arresti e incursioni a ripetizione in varie località della Cisgiordania, in particolare a Nablus e nei villaggi vicini, dove undici abitanti sono stati arrestati a Qusra, e a Beit Ummar e Al-Fawwar, a sud nella zona di Hebron. Il Comando centrale dell’esercito ha inviato reparti speciali a occuparsi dei palestinesi classificati come «influenti sul campo», in grado, secondo Israele, di innescare proteste contro l’occupazione e di mobilitare un numero significativo di persone.
L’esercito e la polizia si concentrano nella caccia ai palestinesi della Cisgiordania entrati senza permesso in Israele. Espulsi in massa dopo il 7 ottobre 2023, una parte degli ex manovali pendolari (115mila) prova a tornare nelle città israeliane dove aveva un lavoro, di fronte all’impossibilità di trovare un’occupazione in Cisgiordania, dove le condizioni di vita sono precipitate. Tra il 2023 e il 2025 il Pil in Cisgiordania è diminuito di circa il 17%, restando ben sotto i livelli precedenti alla lunga offensiva militare israeliana. Il reddito pro capite è sceso di oltre il 20% rispetto al 2023. La disoccupazione ha raggiunto il 30–38% nel 2025, con oltre 360.000 persone senza lavoro. Senza dimenticare che nel 2025 oltre 37.000 palestinesi sono stati sfollati dalle operazioni militari israeliane a Jenin, Tulkarem e Faraa. A questo quadro si aggiungono gli attacchi di coloni, aumentati fino a cinque al giorno nel 2025, secondo dati Onu. (Le foto sono di Michele Giorgio)
A Gerusalemme e in Cisgiordania una «festa» di repressione e povertà | il manifesto